Quando sentiamo parlare di psicosi, ci si accende una lampadina e pensiamo subito alla sindrome psicotica per eccellenza: la schizofrenia.

Eppure, dall’epidemiologia ci arrivano dei dati tanto allarmanti quanto interessanti, relativi ad un aumento dei sintomi psicotici all’interno della popolazione normale, ovvero non riconducibili al quadro psicopatologico più ampio delle sindromi di tipo schizofrenico.

In particolare, l’incidenza dei sintomi sembra essere maggiore in quelle nazioni caratterizzate da alti livelli di disuguaglianza economica e di reddito (income inequality), dandoci adito di speculare sui nessi – causali o meno – che potrebbero rendere ragione del fenomeno.

Per fare ciò, tuttavia, è necessario svestire per un po’ i panni dello psicologo clinico tout-court, che circoscrive – anche a ragione – gli elementi della psicopatologia all’individuo – ai suoi comportamenti, stili cognitivi, vissuti emotivi. Cercheremo di allargare il campo e di cogliere l’impatto che il contesto socioculturale ed economico più ampio può avere sulla psicopatologia del singolo e, in particolare, sulla psicosi.

Iniziamo con lo stabilire che la sostanziale differenza tra schizofrenia conclamata e sintomi psicotici aspecifici ha, soprattutto, una natura quantitativa e risiede, di fatto, nella durata e pervasività dei due disturbi.

Nella schizofrenia gli episodi psicotici tendono ad essere ricorrenti e a cronicizzarsi, nel quadro di un più ampio decadimento cognitivo, che lascia emergere l’importante componente genetica del disturbo.

Diversamente, sintomi psicotici isolati possono essere scatenati da una varietà di condizioni ambientali e cognitive, anche in persone non geneticamente vulnerabili al loro manifestarsi.

Altro distinguo indispensabile riguarda il concetto di disuguaglianza o income inequality rispetto a quello, più generico, di povertà.

Mentre la povertà consiste in una oggettiva inaccessibilità alle risorse necessarie per la soddisfazione di bisogni fondamentali, la disuguaglianza – e la sua percezione – è frutto di un confronto di matrice sociale; essa definisce la discrepanza tra varie fasce di una stessa popolazione e genera un disagio che può prescindere dall’effettiva disponibilità di risorse.

Veniamo al dunque: cosa ha a che fare l’income inequality con la psicosi?

Ci vengono in auto le teorie afferenti alla social cognition e, in particolare, il costrutto di diffidenza.

Le società neoliberiste in cui viviamo si fondano sulla libera competizione dei mercati. Senza entrare in tecnicismi, la disuguaglianza è un requisito fondamentale per garantire i livelli di competitività e produttività cui queste società ambiscono, riflettendosi anche nei modi in cui gli individui che ne fanno parte percepiscono sé stessi e gli altri.

La competizione è fortemente incoraggiata, l’individualismo prende il posto dell’aggregazione sociale e l’efficienza a tutti i costi è il valore da preservare. L’altro diventa un ostacolo al perseguimento dei propri obiettivi, un avversario nella corsa alla conquista (di risorse?): se gliene dessimo l’opportunità, questi non esiterebbe a schiacciarci e ad approfittare di noi per accaparrarsi il meglio a nostro discapito. Qualcuno da tenere alla larga e di cui non fidarsi insomma.

Vi suona familiare? Dovrebbe, in quanto una delle tipologie più tipiche di psicosi si esprime con la paranoia: “un modo di percepire e relazionarsi con gli altri e con il mondo caratterizzato da sospettosità, diffidenza, ostilità” (Harper, 2011).

A confermare quanto detto, sempre l’epidemiologia ci riferisce di un aumento parallelo delle forme subcliniche di paranoia. In sostanza, anche persone normali e nelle quali – per fortuna – non si riscontrano i criteri per diagnosticare una franca sintomatologia psicotica, tendono ad avere pensieri paranoidi e cognizioni disfunzionali relative al proprio rapporto con l’altro, se collocate in società che premiano il confronto, la produttività e la competizione per un limitato numero di risorse.

Coerentemente con i principi della social cognition, possiamo leggere efficacemente la paranoia subclinica e i suoi eventuali esiti psicopatologici di tipo psicotico, collocandoli all’interno del processo di elaborazione delle informazioni legate al mondo sociale e alle interazioni con coloro che lo popolano.

Profonde disuguaglianze sociali ed economiche conducono ad un aumento inevitabile di ansia e paura e concorrono a generare un senso di mancanza di controllo sulla propria vita, oltre che di distacco dagli altri – nella forma della segregazione sociale e della diffidenza patologica – e dalla realtà – conducendo, eventualmente, a psicosi.

Quanto appena descritto ci spinge, inevitabilmente, a riflettere da vari punti di vista.

Intanto, come clinici.  Da un punto di vista terapeutico, infatti, se non è sempre possibile quantificare e inglobare in ogni terapia gli aspetti di natura sociale e socio-cognitiva che concorrono ad un quadro psicopatologico, è pur vero che non sembra vantaggioso ed opportuno escluderli del tutto dalle nostre valutazioni.

Viviamo in un mondo sociale che plasma anche il nostro modo di soffrire, e che viene da noi plasmato a sua volta. Capire come utilizzare questa conoscenza per aiutare il singolo paziente che a noi si rivolge è di certo un obiettivo che dovremmo prefiggerci, in un futuro – magari – prossimo.

D’altro canto, siamo chiamati in causa anche, banalmente, come membri attivi della società. Se ci fosse bisogno di una conferma, l’aumento delle sindromi psicotiche legato alla promozione della segregazione sociale e del mito del vincitore solitario ci restituisce chiaramente il fallimento di un approccio cinico alla realtà.

L’isolamento e la paura del diverso-da-me non solo conducono ad esiti drammatici sul piano del progresso sociale ma, a quanto pare, anche su quello del benessere e della salute psichica individuale.

Bibliografia

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  • Coburn, 2004. Beyond the income inequality hypothesis: class, neo-liberalism and health inequalities. Social science and medicine – 58, 41- 56.
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  • Freeman & J. Freeman, 2008. Paranoia: the 21st century fear. Cognitive neuropsychiatry – 14, 257 – 260.
  • J. Harper, 2011. Social inequality and the diagnosis of paranoia. Health sociology review – 20, 423 – 436.
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