Che cosa significa essere figli?

Non parlo di cosa significa per ognuno di noi rapportarsi con i propri genitori, con il loro stile di accudimento. Non parlo nemmeno di come si evolve la condizione di figlio nel corso della crescita e dell’esistenza. Che cosa significa esistere nella condizione di figli? Che cosa comporta?

Come spesso accade, le riflessioni iniziano così, semplicemente guardando la televisione. Ogni cosa può stuzzicare l’intelligenza e ciò che viviamo quotidianamente può essere lo spunto per pensare anche a quello che (forse anche un pò noioso a volte) abbiamo trovato sui tomi dell’università. Così mi sono imbattuta in un programma condotto e basato sulle teorie di Massimo Recalcati, psicoanalista, saggista e scrittore italiano.

Si trattava mio malgrado della penultima puntata, ma le cose non accadono per caso, si dice. Infatti quella sera era dedicata alla dimensione del figlio, al suo “segreto”. Ciò che ho sentito ha suscitato in me tantissimi pensieri, forse perché in questo momento mi occupo di un progetto che riguarda la genitorialità. O forse perché avevo tra le mani uno straordinario libro, Caino di Josè Saramago, che tratta proprio la storia dei “primi figli”.

Insomma, molto è stato detto e continuerà ad essere fatto per il sostegno alla genitorialità, ma chi ci insegna ad essere figli? Eppure questa è forse una delle poche condizioni di cui non ci libereremo mai. Non importa se conosciamo i nostri genitori, se abbiamo relazioni con loro, né se la morte ce li ha portati via. Noi siamo nati come figli e lo siamo, che lo vogliamo oppure no.

Una delle possibili etimologie della parola figlio deriva dal latino filius, termine che ha a che vedere con l’idea di colui che succhia il latte, colui che è generato. La condizione di figlio, ci dice Recalcati, rappresenta il fatto che veniamo al mondo da qualcun altro, deriviamo da altri.

Se pensiamo ai nostri genitori, il cui atto d’amore (o di passione) ha generato la nostra vita, forse ci sembra ancora di avere il controllo della situazione. Ma se pensiamo al concepimento del genere umano forse ci sentiamo un po’ più persi. Qualcuno lo identifica con Dio, altri con l’evoluzione o  danno ulteriori spiegazioni, ma non ha importanza.

L’idea è che noi veniamo al mondo per la decisione di altri e da essi dipendiamo per vivere. Questa è la prima sfida da raccogliere per poter pensare a noi come figli. Il figlio è colui che è generato, colui che succhia il latte per vivere, colui che senza l’altro non sarebbe nato e non potrebbe crescere.

Con questo spesso si confrontano le persone nello studio dello psicologo, con le loro origini, più o meno complesse. Si misurano con l’idea di avere bisogno di qualcuno, che magari a volte non c’è stato, non c’è adesso o non ci ha dato quello di cui c’era bisogno. Si provano con l’illusione che in realtà, qualche volta, si pensa di non aver bisogno di nessuno. Questo atteggiamento, purtroppo diffuso, è trasmesso spesso anche dalla nostra cultura individualista che ci spinge a maratone estenuanti per dimostrare che “abbiamo fatto tutto da soli”.

Non è così. Siamo figli, e dobbiamo farci i conti. Qualcuno ci ha generato, nutrito e permesso di crescere, anche se lo ha fatto in un modo bizzarro, strano o incomprensibile.

Molti studi ci mostrano che come figli non succhiamo solo il latte, ma molto di più ci deve essere dato per poter vivere.

L’esperimento dei coniugi Harlow del 1958 sui macachi mostra come il bisogno di cibo sia  una motivazione primaria che spinge il cucciolo verso la madre, ma non l’unica e forse neanche quella più importante.

In un esperimento, che oggi non sarebbe proponibile per la sua crudeltà, accade, infatti, che i cuccioli di macaco vengono separati dalla madre.

Vengono chiusi in una gabbia ed hanno a disposizione due sostituti materni.

Il primo è un peluche di morbida stoffa, l’altro é una struttura di metallo fornita di un biberon ricolma di latte. Gli Harlow riscontrano che i piccoli trascorrono la maggior parte del tempo accoccolati intorno al pupazzo di stoffa, nonostante sia privo di biberon. Si attaccano, invece, alla sagoma metallica solo per mangiare.

Inoltre, dopo qualche settimana, riscontrano che i piccoli di macaco sono divenuti diffidenti, spaventati e tristi a causa della mancanza di attenzioni e di contatto fisico.

Questo ed altri, seppur crudeli e atroci, esperimenti, ci hanno dato la forza di ammettere che non solo per il bisogno di cibo siamo figli.

Inoltre noi, ci dice Massimo Recalcati, in quanto figli, iniziamo la nostra strada come se avessimo già alla nascita un tatuaggio sulla nuca. Qualcosa che non possiamo vedere, ma indelebile sulla nostra pelle, ci accompagna per tutta la vita.

In questo tatuaggio sono scritte le aspettative e i sogni che i nostri genitori hanno per noi, perfino quando non ne hanno nessuna, perché non ci desideravano e, in alcuni casi, non ci desiderano ancora.

Senza saperlo questo messaggio impresso su di noi ci influenza. Vogliamo che i nostri genitori (inserirei qui il collegamento al 2 articolo se verrà pubblicato) siano felici, che siano fieri di noi. Ma è questo il nostro compito, in quanto figli?

Le vecchie protagoniste del mondo dei cartoni, Cenerentola, Biancaneve o Aurora, avrebbero risposto sicuramente di sì. Protagoniste paralizzate delle loro vicende, si lasciano condizionare dalle scelte dei padri e delle madri senza manifestare mai l’esigenza di una differenziazione. Amano i loro cari e accettano la vita che è stata loro concessa, senza pensare che ce ne sarebbe stata un’altra possibile.

Subiscono anche le angherie di coloro che hanno ingannato i loro genitori, che non sono stati in grado di proteggerle e non cercano di sottrarsi da queste autonomamente. C’è bisogno di un salvatore, di qualcuno che, addirittura mentre dormono o sotto incantesimo, si permetta di cambiar loro la vita, senza poi doverla comunque stravolgere. Questo cambiamento, infatti, scardinerà il potere dei cattivi che hanno ingannato la famiglia e le rimetterà al posto che i genitori volevano per loro. Non sarà, però, un vero processo di individualizzazione.

Il processo di separazione-individuazione è stato descritto per la prima volta dalla psicoanalista statunitense Margaret Mahler.  Si tratta di un percorso di crescita che il neonato compie per superare la fase simbiotica iniziale che vive con la madre, nella quale non è capace di distinguere sé stesso dall’altro.

Il termine separazione fa quindi riferimento al distacco, mentre il concetto di individuazione ha a che vedere con il progressivo riconoscersi come entità a sé stante, con delle proprie caratteristiche. Riflettendo sul significato profondo di questa evoluzione, più che offrire la computazione accademica delle fasi che la caratterizzano, posso dire che ci sono alcuni passi da in questo cammino anche molto dolorose e difficili.

Per potersi separare e individuare si deve riconoscere di avere un corpo, dei confini, qualcosa che ci permette di contenere ciò che siamo, stare in relazione con il mondo esterno, ma senza essere invasi. Questo corpo, questa pelle, tiene insieme la nostra unicità e ci garantisce l’assenza di invasioni, anche quando ci si espone all’esterno.

Una volta stabilito questo, ci possiamo sentire sicuri di allontanarci da coloro che ci hanno protetto fino a quel momento, perché sappiamo che un confine, una pelle, ci preserva e ci custodisce. Non importa che ci sia sempre qualcuno a difenderci, il nostro confine lo fa continuamente. Non dobbiamo avere paura di perdere la nostra identità perché c’è qualcosa che la raccoglie e che la tutela. Quindi siamo liberi di esplorare autonomamente il mondo, nonostante ogni tanto possiamo avere dei timori di non trovare più ciò che abbiamo lasciato. E’ una fase difficile, dolorosa, paurosa, ma ci permette di diventare adulti, di vivere la nostra vita.

Questa paura poi si affievolisce e iniziamo ad allontanarci sempre di più. Ma il vero distacco, la vera individuazione, quella ci permette di dire che siamo diversi da chi ci ha generato avviene solo quando acquisiamo la consapevolezza che l’altro c’è e ci sarà sempre al di la del fatto che noi lo vediamo o no, al di là del fatto che siamo insieme a lui. L’altro esiste, cioè, indipendentemente da noi. Esisteva addirittura già prima di noi, quindi la sua vita non ha a che vedere con ciò che facciamo o con il luogo nel quale scegliamo di stare.

Margaret Mahler delinea queste tappe in una fase di sviluppo molto precoce, che si dispiega nei primi mesi di vita e che accompagna le acquisizioni del bambino sul piano cognitivo. In questo modo ho cercato però di renderne il significato profondo che rende il processo di separazione-individuazione fondamentale nella vita adulta e nella costruzione della propria identità.

Le nostre protagoniste dei vecchi cartoni Disney non avevano sperimentato questo cammino. E non l’avevano fatto perché rappresentavano le figlie dello scorso secolo, devote ai genitori e dedite a rispettarne le volontà. Questo veniva insegnato. Si è trasmesso quindi nelle varie generazioni il dictat che i figli hanno il compito di compiacere i genitori, anche quando questo significa perdersi e subire le torture di personaggi cattivi o della vita stessa. I cattivi, infatti, non a caso sono gli stessi che hanno ingannato anche loro, le mamme o i papà.

Questo tipo di modello sta cambiando, anche se molti sforzi dovranno essere ancora compiuti.

Nel tempo abbiamo visto fiorire personaggi come Belle, Pocahontas, Elsa e Anna, Rapunzel e Ribelle. Donne che hanno iniziato a vivere nel momento in cui hanno avuto il coraggio di affrontare i mostri del mondo, sicure che la loro pelle le avrebbe protette. Hanno iniziato cammini difficili, dolorosi e pericolosissimi, ma hanno realizzato ciò che erano.

E, così, ci dice Massimo Recalcati, hanno realizzato anche il loro essere figlie. Essere figli infatti significa ribellarsi, realizzare il proprio segreto, ovvero ciò che di prezioso abbiamo dentro di noi e di diverso da tutto quello che è esistito prima di noi.

Forse possiamo e vogliamo trovare una somiglianza con le nostre radici ma non nella totalità.

E il compito dei genitori infine non è tanto quello di comprendere, dialogare ma piuttosto riconoscere la diversità dei figli e rispettarla, confidando nell’assoluta importanza e meraviglia del dispiegarsi del loro segreto.

 

BIBLIOGRAFIA

Recalcati M., Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli Editore, Milano, 2018.

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Silvia Cipolli
Dott.ssa in Psicologia con la votazione di 110 e Lode/ 110 presso l'Università degli Studi di Firenze, ho iniziato, con la stesura della tesi, uno studio relativo agli effetti della cultura Gotica e del terrore nel mondo infantile. Parallelamente mi sono occupata, nel ruolo di educatrice, di ragazzi con varie forme di disturbi e disabilità. Nel 2016 ho frequentato un tirocinio presso l'Università di Firenze che porterà a breve alla pubblicazione di un articolo su una importante rivista. Nel 2017 ho frequentato un tirocinio presso la ASL Toscana-Centro approfondendo le mie conoscenze soprattutto nel campo del trattamento dei disturbi depressivi e dell'abuso sessuale infantile. La scrittura è una parte importante della mia vita e per passione frequento dal 2015 corsi di scrittura creativa che hanno portato alla pubblicazione di alcuni racconti. Contatti: silvia,cipolli@gmail.com

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