Che cosa spinge due persone a voler diventare genitori? Qual è il desiderio profondo che muove il progetto, più o meno consapevole, della genitorialità? E come si può, poi, conciliarlo con i bisogni dei figli?

Si dice che due persone inizino il loro processo per divenire genitori quando scoprono che stanno aspettando un bambino, ma forse non è del tutto vero. Il percorso inizia molto prima, nella mente di chi fantastica e progetta il futuro figlio.

Spesso le motivazioni sono profonde, radicate nel desiderio di famiglia, o di una famiglia diversa rispetto a quella che è stata vissuta. Alcune volte i genitori proiettano nel figlio l’esigenza di non essere più soli, di essere amati, di essere completati.

In alcuni casi le mamme o i papà desiderano qualcuno che sia come loro, che porti avanti i loro progetti o che riesca laddove loro hanno fallito.

La nuova concezione di Sé come genitori è vista da alcuni come una tappa del percorso di evoluzione  dell’identità che l’essere umano vive nel corso della sua vita.

L’uomo ha bisogno di procreare, di lasciare al mondo qualcosa di sé ed è così che inizia a diventare genitore, colui che genera.

Il bisogno di generatività si manifesta, quasi sempre ad un certo punto della vita. Erik Erikson nella sua opera più famosa, Infanzia e società (1950), considera il desiderio di procreare come parte fondamentale di un processo di sviluppo dell’individuo nel ciclo della vita. Considera questa una tappa fondamentale dell’età adulta e come una risposta all’esigenza di mettere a frutto e a disposizione di altri ciò che abbiamo appreso fino a quel punto.

Si può essere generativi in molti modi: nella professione, attraverso le passioni che alimentano la nostra vita oppure pensando ad un figlio. Se negli altri casi però ciò che è dato alla luce somiglia, almeno in parte, a chi lo ha generato, nel caso in cui si mette al mondo un bambino ci saranno sicuramente delle diversità con cui fare i conti.

E’ come se le mamme ed i papà continuassero a fantasticare sulle somiglianze con il prodotto della loro capacità di procreare, con il loro figlio, fino al momento in cui improvvisamente questo manifesta l’esigenza di differenziarsi. E questo spesso li coglie impreparati.

Le difficoltà nascono per moltissimi motivi. Ci potrebbe essere la paura di non sapere a cosa può andare incontro quel figlio che è così diverso da quello che conosciamo. Ci potrebbe essere il timore, un senso di estraneità di fronte a qualcuno che diventa adulto, ma che prima, bambino, si affidava completamente alle cure di mamma e papà. Forse per qualcuno c’è anche un senso di abbandono, di perdita.

Ma ciò che più coglie sprovveduti spesso è il lutto, la ferita narcisistica che si crea accogliendo il fatto che il figlio, colui che è stato generato, ha scelto di non seguire le orme di coloro che hanno costituito fino ad un certo punto la sua base sicura, usando una definizione di John Bowlby.

Molti genitori lavorano perché i figli abbiano questa base solida da cui partire, la consapevolezza di un’accettazione profonda e di un amore incondizionato che permetta loro di crescere. Ma poi, nel momento in cui sono cresciuti e decidono di percorrere un loro cammino tutto cambia. E cambia soprattutto se questo percorso differisce da tutte quelle aspettative che avevano iniziato a crearsi nella mente dei genitori molto prima, ancora prima della nascita del bambino.

Questi sentimenti che le mamme ed i papà provano, causano dolore non solo a loro ma soprattutto nei figli. Determinano in questi ultimi sensi di colpa, incapacità a comunicare e, nei casi peggiori, la sensazione che non rispondere alle aspettative sia un fallimento e la fine dell’amore della propria famiglia.

Si pensa comunemente che il miglior modo per essere genitori abbia a che fare con l’empatia, l’ascolto, le regole. Tutte cose utili concettualmente, ma prive di valore, ci dice Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano e scrittore italiano, se non viene riconosciuta la differenza del figlio.

Il modello di famiglia che abbiamo appreso riflette aspetti legati alla società in cui viviamo, alla fede cattolica che ha ispirato la nostra cultura e ai modelli che abbiamo sperimentato nella vita, ci induce a pensare che ai figli debbano essere insegnati i nostri valori.

…E Dio creò Adamo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” si legge nella Genesi (Gen 1,26-27).

Che cosa ci dicono queste parole?

Esprimono il fatto che nel momento in cui ci si appresta a creare qualcosa in essa mettiamo qualcosa di noi, qualcosa di prezioso: la nostra immagine. In ciò cui abbiamo dato vita desideriamo vedere il riflesso di quello che percepiamo di noi. Questo perché creare risponde all’esigenza umana di lasciare un segno.

Ma i figli spesso non somigliano ai genitori, anzi sono molto diversi da loro, ma nonostante questo raccolgono la loro eredità. E questa è la sfida più grande da recepire  (titolo 2).

Recalcati, facendo riferimento questa volta al Vangelo secondo Luca (Luca 11, 15-32), cita la parabola del figliol prodigo.

Gesù racconta la storia di due fratelli: uno molto devoto al padre e alla vita che lui conduce, l’altro  chiede invece la sua parte di eredità e si allontana. Sperpera il denaro del padre in una vita dissoluta, finisce per fare il mandriano di porci per tornare poi, disperato, a casa. Con sorpresa, e anche un po’ di rabbia, del primo figlio, il figliol prodigo viene accolto dal padre, che organizza una festa per il suo rientro. Per il figlio devoto nessun banchetto, per quello che invece se n’è andato, ha fatto degli errori ed è tornato a chiedere aiuto invece grandi rallegramenti.

Facile da comprendere se si pensa che ciò che un figlio deve fare è trovare la sua strada, proprio grazie all’eredità dei genitori. Deve anche sapere che potrà tornare qualora fallisse perché avrà ancora il rispetto del padre, avrà il suo amore ed il suo aiuto.

Questo è il compito arduo che un genitore si trova ad affrontare. Deve lasciare un’eredità senza sapere come il figlio (inserirei qui il collegamento al 1 articolo se verrà pubblicato) la utilizzerà, generare senza avere come risultato qualcosa che gli somigli. E accogliere, amare e rispettare la profonda diversità, l’unicità del figlio, anche quando risulta incomprensibile.

Esiste spesso un’ambivalenza nelle madri e nei padri che riguardo l’amore per il figlio e il desiderio che sia felice e l’esigenza di rispondere a quelle motivazioni che hanno spinto verso la generazione.

Se il figlio è stato messo al mondo anche per rispondere all’esigenza di avere una famiglia, di non rimanere soli, di essere amati e completati sarà difficile lasciarlo andare.

Se è stato pensato perché potesse ricalcare le proprie orme e magari farlo meglio di quanto è stato fatto dai genitori (magari come un trofeo da presentare alle famiglie di origine in alcuni casi) difficilmente si riuscirà a lasciarlo libero di fare ciò che desidera.

Ma un atto d’amore grande che ogni genitore può fare è riflettere su che cosa abbia scatenato in lui il pensiero di avere un figlio, su quali siano le basi su cui si è innestato il desiderio di averlo.

Si tratta di conoscersi e di facilitare ai figli il loro diritto di essere eretici rispetto a quello che gli è stato insegnato.

Ciò che è importante sapere è che, anche se poi i figli saranno tanto diversi dai genitori, se saranno stati amati e rispettati il loro bisogno di appartenenza è lo stesso che provano i genitori. Si tratta di una necessità fondamentale che Maslow, psicologo statunitense, colloca al terzo gradino della sua piramide dei bisogni dell’uomo, elaborata tra il 1943 e il 1954. Il bisogno di sentirsi parte di una famiglia viene collocato subito dopo i bisogni fisiologici e quelli di sicurezza ovvero quelli cui si deve rispondere per non morire.

Questa, quindi, sarà la base della famiglia per tutta la vita. La risposta al bisogno di trovare una somiglianza con coloro che sono stati generati potrà essere lì, nella necessità di appartenersi come nucleo familiare nonostante la diversità, l’incomprensibilità. Questa è l’eredità più grande che un figlio possa ricevere e con quella potrà andare nel mondo, dissiparla sapendo che non si consumerà mai. Lo dico perché ho le conoscenze per farlo ma soprattutto da figlia, ai miei genitori e a tutti gli altri, anche a quelli che lo diventeranno.

 

BIBLIOGRAFIA

Recalcati M., Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli Editore, Milano, 2018.

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Silvia Cipolli
Dott.ssa in Psicologia con la votazione di 110 e Lode/ 110 presso l'Università degli Studi di Firenze, ho iniziato, con la stesura della tesi, uno studio relativo agli effetti della cultura Gotica e del terrore nel mondo infantile. Parallelamente mi sono occupata, nel ruolo di educatrice, di ragazzi con varie forme di disturbi e disabilità. Nel 2016 ho frequentato un tirocinio presso l'Università di Firenze che porterà a breve alla pubblicazione di un articolo su una importante rivista. Nel 2017 ho frequentato un tirocinio presso la ASL Toscana-Centro approfondendo le mie conoscenze soprattutto nel campo del trattamento dei disturbi depressivi e dell'abuso sessuale infantile. La scrittura è una parte importante della mia vita e per passione frequento dal 2015 corsi di scrittura creativa che hanno portato alla pubblicazione di alcuni racconti. Contatti: silvia,cipolli@gmail.com

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