La perfezione della natura sta nella sua delicata armonia.

Rimaniamo impressionati davanti alle sue manifestazioni più devastanti: uragani, tsunami, eruzioni e terremoti. Altrettanto mi stupisce la silenziosa presenza di forze quiete e pazienti, direi misteriose ed affascinanti, la cui potenza trovo al pari straordinaria.

L’equilibrio della natura, ha previsto che ad ogni azione distruttiva, ne corrispondesse una creativa. Ciò che trovo fenomenale, a proposito di quest’ultima, è che una tale capacità non è da ricercare chissà dove, ma è insita nel funzionamento di ciascun organismo: è ciò che viene chiamato “autoriparazione”.

Le stelle marine, ad esempio, sono in grado di rigenerarsi a partire dal resto di una sola delle loro punte.  Anche il corpo umano possiede questa abilità, pensiamo alla funzione delle piastrine nel sangue. A seguito di una ferita, il nostro corpo si aziona, immettendo nel sangue questi corpuscoli che, giunti in loco alla lesione, cominciano ad aderire ai suoi margini, accavallandosi e addensandosi per favorire l’avvicinamento dei suoi lembi e colmare il vuoto che li separa.

La nostra mente non è esente dalle leggi della natura. Ci sono forze riparative che agiscono tramite e su di essa ed è sorprendente scoprire che ciò può avvenire nel modo più discreto possibile: nei sogni.

Nella nostra vita “da svegli” siamo sottoposti ad un bombardamento di stimoli e avvenimenti che non sempre riusciamo ad elaborare totalmente nell’arco della giornata. Esperienze emotivamente intense, talvolta travolgenti, di cui non riusciamo immediatamente a comprenderne il senso. Secondo alcune concettualizzazioni delle scienze cognitive e della psicofisiologia, terminiamo questo lavoro durante il sonno. Riprendendo queste evidenze, lo psicoanalista Fosshage ha proposto il suo modello organizzativo dei sogni, secondo cui:

«La funzione sovraordinata dei sogni consiste nello sviluppo, mantenimento (regolazione) e, se necessario, riparazione dei processi psichici… e dell’organizzazione [psicologica]»

(Fosshage, 1983, p. 657).

In che senso si parla quindi di autoriparazione?

Se durante il giorno è avvenuto qualcosa che abbiamo percepito come minaccioso o lesivo per la nostra integrità psichica, nella notte si aziona un tipo di attività che Fosshage chiama “elaborazione esperienziale”, collegata al concetto psicoanalitico di processo primario, che egli concepisce come un tipo di funzionamento mentale che integra e sintetizza le immagini visive e sensoriali connotate affettivamente.

Il punto centrale è che l’attività onirica consentirebbe la regolazione, che non è avvenuta nella veglia, delle emozioni associate a tali immagini. È come se la nostra mente agisse la stessa funzione delle piastrine nel sangue: cerca di rimarginare quei vuoti di senso lasciati dalla vita diurna, perché non siamo riusciti a fare nostri i vissuti esperiti e che in qualche modo ci hanno “lesionati”.

La grande differenza rispetto alla visione freudiana, è che nel sogno non appare ciò che “non ci vogliamo dire”, ma piuttosto “ciò che non siamo riusciti a dirci” perché non abbiamo avuto modo di comprendere appieno. La sua funzione non sarebbe difensiva, ma riparativa, perché volta a ripristinare l’equilibrio interno degli schemi che costituiscono l’organizzazione psichica del soggetto (l’immagine di sé, dell’altro, e di sé-con-l’altro) e che consentono di dare senso all’esperienza.

Secondo l’autore, ne deriverebbe che, all’interno di un percorso terapeutico, il sogno avrebbe quindi un valore esperienziale e dovrebbe essere compreso così per come è avvenuto. Non sempre deve essere interpretato, ma piuttosto esplorato nei suoi significati affettivi. Il compito del terapeuta deve essere quello di mettere a contatto il sognatore con le emozioni rievocate dai suoi contenuti. Lo scopo sarebbe quello di riappropriarsi di elementi non elaborati e integrarli per ricostruire un’esperienza che divenga significativa.

La domanda quindi non sarebbe “come decifrare questo sogno?”, quanto piuttosto “cos’ha sentito e provato nel sognare questo?”

Ho fatto un sogno.

«Sono adulta, cosa normale data la mia età, ma è un’adultità diversa da quella che sto vivendo.

Sulle spalle ho uno di quegli “zaino-portantina” su cui è seduta una bambina. Non la vedo, ma posso sentire la sua gioiosa risata e posso toccarle le piccole manine che afferrano le mie dita.

Nel cercare di togliere lo zaino, urto i miei occhiali le cui lenti, cadendo a terra, si infrangono».

Effettivamente in queste settimane, da sveglia, riflettevo proprio sulla riparazione. Mi chiedevo cosa potrebbe succedere nel momento in cui si verificasse qualcosa a cui non è possibile rimediare (come la rottura delle lenti degli occhiali), senza però realizzare che questo era in realtà già avvenuto in una mia recente esperienza. Inizialmente, ho cercato di capire il significato di questo mio sogno, come se fosse la risposta al mio interrogativo. Mi sono fermata e ho compreso che ciò che avevo vissuto quella notte mi stava dicendo qualcosa in più: cosa succede A ME quando qualcosa “si rompe”.

La tristezza e la paura che ho provato, mi hanno fatto sentire quanto per me sia importante pensare che in qualche modo tutto si possa aggiustare. Tanto importante, che sono qui a scrivervi di questa forza straordinaria che è l’autoriparazione.

 

“I sogni sono come le conchiglie che il mare ha depositato sulla riva. Bisogna raccoglierle e ascoltare la loro voce”.

(Romano Battaglia)

 

Bibliografia

Fosshage, J. (1983). The psychological function of dreams: A revised psychoanalytic perspective. Psychoanalysis and Contemporary Thought, 6:641-669.

Sitografia

http://www.psychomedia.it/cpat/articoli/43-fosshage.htm

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Serena Carpo
Sono Serena (di nome, di fatto ci provo). La scelta di diventare psicologa è nata dalla mia curiosità verso la straordinarietà della mente umana e dall’incapacità di rassegnarmi all’idea che la sofferenza sia qualcosa di inutile. Mi sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il mio futuro professionale è un work in progress. Il tirocinio presso la neuropsichiatria infantile dell’ASL della mia zona (un paese lacustre del Piemonte) ha fatto nascere in me il germe di un progetto: rendere il diritto alla salute, fisica e mentale, un bene accessibile e di qualità. Svolgo un’attività di volontariato che, oltre a costituire un grande arricchimento umano, considero come un vero osservatorio dei bisogni del territorio e un’ottima palestra di ascolto. Conosco la lingua dei segni (LIS), amo scrivere, disegnare e pensare in modo creativo. Credo in diverse cose, tra cui una psicologia vicina alla persona, che abbia il rigore della ricerca e la veridicità della clinica, che sia un lavoro fatto con passione e che non si dimentichi di essere a servizio dell’altro.

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