Alice: “Per quanto tempo è per sempre?
Coniglio bianco: “A volte un secondo!”

Se il tempo avesse un andamento costante e lineare, come il ticchettio di un orologio, sarebbe tutto più facile, come leggere la trama della storia di qualcun altro. Ma il tempo umano è un tempo che segue il tempo che vuole. Ci sono istanti che possono durare in eterno, ed eternità che finiscono in pochi secondi. In qualche modo l’orologio non riesce ad esaurire l’esperienza che noi facciamo del tempo.

A complicarne lo scorrere c’è poi il fatto che noi stessi, chi più, chi meno, possiamo agire su suoi ingranaggi, ed accelerarne o rallentarne l’andatura. C’è infine un’altra difficoltà che noi uomini dobbiamo affrontare nel gestire il tempo, e cioè il fatto che presente, futuro e passato non necessariamente si presentano a noi in una successione lineare. Spesso, al contrario, si dispongono su strade parallele con punti di intersezione e coincidenza, per cui il passato ci si può figurare nel presente così come nel futuro. E allo stesso modo il futuro può apparire al suo posto ma possiamo vederlo già nel presente o addirittura nel passato.

Eugène Minkowski ne “Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia”, già nel 1933, aveva evidenziato come le categorie kantiane di spazio e tempo costituiscano l’esperienza fondamentale dell’umano e del suo stare al mondo, arrivando a definirle «per ognuno di noi il problema più vivo, più personale».

Nella psicopatologia, il carattere tutto umano dell’esperienza soggettiva dello spazio e del tempo si mostrano nella loro più eclatante evidenza, tramite le lenti della loro distorsione.

Il distacco dalla realtà, qualunque forma essa assuma, è, secondo l’autore, un distacco dal fondamento temporale della vita umana. In particolare, la malattia psichica viene definita come una rinuncia alla dimensione fondamentale del futuro, a quello slancio verso ciò che ancora non è.

Al contrario, il suo rallentamento o la sua diminuzione producono «ora l’impossibilità di liquidare le situazioni presenti, ora il sentimento di una determinazione ineluttabile ad opera del passato».

Nel primo caso si rimane incastrati in un presente senza prospettiva futura, nel secondo ci si sente schiavi di un destino che sembra essere in mano a forze esterne.

Nell’incontro “Il tempo malato, il tempo che muore”, in occasione della quarta edizione della festa della scienza e della filosofia (2014), Vittorino Andreoli ha ripreso il tema del tempo, e gli insegnamenti di Minkowski, affrontandone le conseguenze ed implicazioni nella psicopatologia.

Afferma l’autore: “C’è un tempo dentro di noi che si modifica a seconda degli stili di vita che decidiamo di vivere (…) Se vogliamo capire l’uomo, dobbiamo capire come questi vive il tempo”.

Alla parola patologia Andreoli preferisce dunque il termine stili di vita, che altro non sono se non modi di vivere il tempo.

Nei sentimenti depressivi, continua lo psichiatra, il tempo si allunga e al contempo si cristallizza, dando l’impressione di diventare infinito. “Ma può il tempo diventare il paradosso del tempo -e cioè qualcosa che non scorre, senza tempo-?”.

Non a caso i sentimenti che spesso accompagnano i moti depressivi sono il senso di incapacità e quello di colpa: sentimenti che vivono nella loro atemporalità, come macigni che sembrano essere inamovibili.

Nei sintomi schizofrenici il fenomeno che si osserva è leggermente diverso. Il soggetto schizofrenico, osserva Andreoli, non vive in un tempo cristallizzato (come è il caso della depressione) ma si situa in toto al di fuori del tempo: chiuso in un circuito che esclude il mondo e che, in questo modo, lo traspone al di fuori del mondo.

Atti senza domani, atti congelati, atti a corto circuito, atti che non tendono a concludere, tanto da poter dire che lo schizofrenico venga “attirato solo da quello che è spazio, che solo così si senta a suo agio, e che fugga tutto ciò che è divenire e tempo” (Minkowski, 1933).

Ma ciò che ad Andreoli interessa più di tutto, non è tanto osservare come questi stili di vita si declinano nella psicopatologia, quanto piuttosto comprendere come si sviluppano nel vivere quotidiano della società: come, in altre parole, viene vissuto il tempo nella nostra epoca.

A tal proposito, afferma: “Viviamo in un’epoca in cui si è ammazzato il futuro”, in cui si è allungato il tempo dell’adolescenza, rendendola eterno presente: nel tentativo continuo di afferrare la bellezza, il successo, la nuova tecnologia. E ancora, incalza l’autore: viviamo oggi in “tempi magri, in cui l’uomo sembra essere diventato idiota”.

Perché idiota? Perché vive ancorato nel presente, disancorato dalla prospettiva futura. Pensare il futuro, afferma Andreoli, corrisponde invece ad una delle dimensioni più intime ed umane della soggettività. Pensare il futuro ci rende infatti “creatori del tempo”, inventori di ciò che ancora non è: l’uomo crea il tempo immaginando il futuro”.

Questa generale negazione della continuità temporale si traduce poi in una negazione contemporanea delle capacità di attendere e di desiderare. L’attesa, in particolare, viene sostituita dall’urgenza del tutto e subito. Allo stesso modo, il desiderio -l’immaginazione di un domani migliore, e di un Io migliore nel domani che verrà- perisce quando questo domani fatica ad essere pensato.

Le implicazioni di questa tendenza all’eterno presente impattano poi anche il piano relazionale. Le relazioni, infatti, per definizione, hanno bisogno di tempo e vivono della temporalità dei loro membri. Nel negare il futuro, sfibrando l’attesa ed il desiderio, anche le relazioni umane si impoveriscono.

Nell’essere nel tempo dell’uomo si trova, secondo Andreoli, il limite che costituisce la fragilità umana. Usa il termine fragilità distinguendolo da quello di debolezza. Se la debolezza infatti si presenta come opposto della potenza, la fragilità al contrario non conosce opposti. Non è un sintomo, una malattia, un qualcosa da combattere, ma ciò che costituisce la bellezza dell’uomo. Così come le pareti sottili dei vasi di Murano necessitano della loro fragilità per essere belli.

Ma la fragilità è anche ciò che porta l’uomo verso la relazione: “il senso del limite che chiamiamo fragilità ha bisogno dell’altro, ha bisogno di un’altra fragilità (…) cioè di un altro fragile che con me genera forza (…). –In definitiva- la grandezza, l’esistere, la condizione umana è la fragilità che porta all’altro”, non solo in termini di coppia e relazioni amorose, ma anche nei termini più generali dei legami sociali.

Come succede in chimica con i legami ad energia zero, allo stesso modo tra le persone “due fragilità messe insieme danno una reazione che permette di vivere. Qualche volta persino di essere felice”.

Andreoli conclude il suo intervento auspicando la generazione di un umanesimo della fragilità. Un ritorno dell’uomo verso la sua dimensione temporale, verso la creazione del futuro, l’accettazione dell’attesa e la necessità di legame. Una risposta un po’ nostalgica, che chiede un ritorno indietro per andare avanti. Un ritorno al desiderio, alla ricerca di un ideale futuro: al sogno “che quasi lo preferisco oggi alla realtà concreta, che a me oggi non piace”.

La domanda che rimane aperta è se questa stessa prospettiva possa essere condivisa anche da chi in questo stile di vita ci si è trovato immerso fin dalla nascita. In altri termini, questa nostalgia per un tempo perduto è condivisa anche dalle generazioni contemporanee o è semplicemente frutto di diverse esperienze di vita? È veramente possibile e auspicabile tornare indietro, o i cambiamenti avvenuti hanno carattere di irreversibilità? E se questo è il caso, quali ulteriori sviluppi dovremmo aspettarci?

 

 

References

Minkowski E.(1933). Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia. Einaudi: Torino.

Andreoli V. (2014). Intervento: Il tempo malato, il tempo che muore. In occasione della quarta edizione della Festa della scienza e della filosofia (Foligno).

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Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureanda del Research Master in Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali nei suddetti settori. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi collaborando con il professor Massimo Recalcati. Nel 2015, ho conseguito un tirocinio di ricerca presso il dipartimento di disordini alimentari della Maastricht University sotto la supervisione di Anne Roefs and Anita Jansen. Attualmente, sto portando avanti questa area di investigazione presso l’Unità Psicoanalitica della University College of London, dove insieme a Peter Fonagy, sto analizzando la relazione fra bulimia, comportamento borderline e livello di capacità di mentalizzazione. Contatti: s.sacchetti@student.maastrichtuniversity.nl

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