Il principale compito nella vita di ognuno è dare alla luce sé stesso (Erich Fromm). 

Da piccoli sono tutto il nostro mondo, quasi dei supereroi ma, ad un certo punto, ci accorgiamo che sbagliano e li odiamo per quanto sono diversi da come vorremmo. Succede poi che li osserviamo, quasi da lontano, rimaneggiando il passato e preparandoci a diventare quello che loro sono stati per noi, verso qualcuno che deve arrivare. Forse alla fine li accoglieremo con tutte quante le loro imperfezioni o forse no. Quanto sono importanti, per ognuno di noi, i genitori?

Che siano salde come quelle di una quercia o superficiali, e suscettibili alla caduta, come quelle di un pino, noi tutti abbiamo delle radici che ci permettono di crescere e ramificare nella vita. Radici che si formano nell’infanzia ma che cambiano nel corso del tempo, prima innaffiate da coloro che ci hanno messo al mondo, poi dalla vita e da noi stessi.

Secondo John Bowlby il comportamento genitoriale, così come quello di attaccamento, ha in parte origini biologiche ed è pertanto pronto a svilupparsi non appena la donna, ma anche l’uomo, capiscono che stanno aspettando un bambino.

Per attaccamento si intende il legame che si instaura tra il bambino e la figura di accudimento primaria, che gli fornisce una base sicura (le famose radici). Da questa il bimbo può partire per esplorare l’esterno e vivere la sua vita. Bowlby fa particolare riferimento sempre alla madre ma alla luce di tutta la letteratura più moderna non ci sentiamo adesso di escludere nessuno!

Per fare in modo che queste radici siano salde e sicure per il figlio che sta crescendo sono necessarie comprensione e rispetto per il comportamento di attaccamento che a sua volta egli mette in atto.

Un genitore deve fare in modo che il figlio si senta il benvenuto sempre, fin dalla nascita, nutrito sia sul piano fisico che emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato. Ma quanto è difficile tutto questo?

Quando attraversiamo l’adolescenza e la giovane età adulta ci rendiamo conto spesso dei limiti che i nostri genitori hanno avuto.

Tranne i casi più felici questi limiti sono stati molti e le nostre radici vacillano un po’, qualche volta forse troppo. Altre volte, pensando solo alle cose materiali che possono essere mancate non ci accorgiamo che invece ce ne hanno fornite di salde e forti e non li ringraziamo pensando quasi di aver fatto tutto da soli, che essere così liberi di andare e poi tornare da loro sia la normalità.

Qualche volta li vediamo vecchi, troppo antichi per capirci, troppo diversi, senza pensare che noi, proprio noi figli, siamo per loro lo strumento per tornare un po’ bambini. Tornare indietro a rimaneggiare quelle stesse relazioni di attaccamento, quelle radici, che a loro volta hanno avuto in dono dai loro padri e dalle loro madri.

Quanto spesso pensiamo ai rapporti che i nostri genitori hanno con i nostri nonni?

Ancora Bowlby ci dice che i sentimenti e i comportamenti di una madre nei confronti del figlio sono profondamente influenzati dalle sue precedenti esperienze con le figure di accudimento, con i genitori. E questo naturalmente vale anche per i papà.

Nel 1981 Cranley è la prima a rivelare che già nel momento in cui viene a sapere di attendere un bambino, la donna manifesta una serie di comportamenti di coinvolgimento con il feto: ciò che viene definito “attaccamento materno-fetale”.

Tutta la gravidanza, con i suoi numerosi cambiamenti fisiologici, rappresenta un percorso di preparazione della donna, e di conseguenza vissuto anche dal compagno, a divenire genitore.

Durante questo percorso, definito anche da Bibring, di crisi evolutiva, l’uomo e la donna rielaborano e integrano le esperienze passate. È un momento in cui si ripercorrono i rapporti con la propria madre, con il padre, in cui si ridefiniscono i confini personali e del proprio spazio interno.

È un processo di rielaborazione del passato, dei vissuti reali e fantasmatici con le proprie figure di accudimento.

Gli studi di Rafhael-Leff, che distinguono una madre facilitante da una regolatrice durante i mesi di preparazione all’arrivo del bambino evidenziano la complessità di questo percorso.

Una donna facilitante è colei che vive i cambiamenti della gravidanza e di pari passo il processo emotivo che la farà diventare una madre in modo sereno, quasi con orgoglio. Vive prima la fusione con il feto, la differenziazione dalla propria madre che serve per creare un nuovo concetto di mamma più consono a sé stessa, poi la differenziazione anche dal feto che con i movimenti fetali diventa un figlio staccato da sé.

La seconda invece non accetta i cambiamenti corporei, li vive come funzionali ad avere un bambino e non come processo di preparazione alla maternità. Vive il bambino come un intruso, il parto come una minaccia e spesso si scopre che i vissuti di relazione con la propria madre sono più complessi del solito.

Questo è ciò che hanno vissuto anche le nostre mamme e i nostri papà a loro volta senza che noi magari ci pensassimo. È possibile che gli errori che hanno commesso con noi siano dovuti al fatto che il nostro arrivo li ha colti impreparati a rivedere i loro rapporti con i nostri nonni.

È possibile che avendo a loro volta radici troppo in superficie non abbiano saputo rimanere saldi. O forse erano così profonde e rigide che non sono riusciti a guardarle, a modificarle.

Quello su cui è importante riflettere è che accade nella vita che il modello interiorizzato che noi abbiamo del legame con queste figure così importanti si modifica nel tempo, anche se talvolta sembrerebbe essere immutabile.

Quando siamo bambini la responsabilità di questo legame dipende molto dal loro approccio al nostro temperamento, che, secondo la teoria dell’attaccamento di Bowlby andrà a delineare in noi Modelli Operativi Interni. Questi modelli si riferiscono al sé, al modo in cui vediamo noi stessi, alla relazione con gli altri e con il mondo.

Questi schemi sembrano talvolta persistere ed autoperpetuarsi, forse solo perché non sappiamo vedere noi stessi in un altro modo o perché attribuiamo colpe ai nostri genitori senza dare a noi stessi qualche responsabilità. Vengono così dati per scontati ed operano a livello inconscio.

Accade quindi che, spesso, selezioniamo per tutta la vita i dati delle esperienze che vanno a conferma di ciò che già abbiamo interiorizzato, operando meccanismi difensivi che inibiscono il cambiamento.

In alcuni studi sui racconti relativi alle proprie esperienze infantili di alcune madri di bambini coinvolti in ricerche sul costrutto dell’attaccamento, però, Mary Main fa una scoperta eccezionale. Alcune di queste mamme riferiscono un legame non positivo, infelice, con le proprie figure genitoriali, ma i loro figli mostrano un attaccamento sicuro nei loro confronti.

Ognuna di loro, si evidenzia, riferisce di un passato negativo, ma è in grado di raccontare la propria esperienza in modo fluido e coerente, in cui anche ai pochi elementi positivi della propria storia viene attribuito il giusto peso. Questi ricordi vengono integrati con quelli negativi in un resoconto chiaro, coerente. Queste madri sono venute a patti con le proprie esperienze.

Talvolta la gravidanza contribuisce a questo processo, talvolta invece lo rende più difficile e incrina gli equilibri. Altre volte, invece, le esperienze di vita che servono per rivedere il nostro legame con i genitori sono altre.

Ciò di cui dovremmo essere consapevoli è che molto possiamo fare nella vita per offrire a noi stessi ciò che è mancato in passato. Per quanto certi legami sembrino immutabili, in noi i cambiamenti sono continui.

Idealizzando i nostri genitori da bambini spesso non ci rendiamo conto delle radici che ci legano a loro. Nell’adolescenza non vogliamo vederle e spesso ne sottolineiamo i difetti. Quando li abbiamo osservati, però, possiamo iniziare a prendercene cura, a innaffiarle per farle crescere, perché è così che possiamo crescere anche noi.

Forse impareremo ad amarli o forse, per alcuni di noi, ci sarà poco da amare in un genitore. Il processo di conoscenza di queste figure in ogni caso dura tutta la vita. È l’analisi di quel legame, quel cordone ombelicale che ci ha permesso di iniziare a vivere, di quelle radici, forse bitorzolute e goffe, che ci permettono di stare in piedi.

Solo quando ce ne saremo resi conto saremo, finalmente, adulti.

 

BIBLIOGRAFIA

Bowlby J., Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, Milano 1989.

Dabrassi F., Relazione gestante-feto, modalità del parto e sviluppo fisico del bambino, Università di Bologna, 2008.

 

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Silvia Cipolli
Dott.ssa in Psicologia con la votazione di 110 e Lode/ 110 presso l'Università degli Studi di Firenze, ho iniziato, con la stesura della tesi, uno studio relativo agli effetti della cultura Gotica e del terrore nel mondo infantile. Parallelamente mi sono occupata, nel ruolo di educatrice, di ragazzi con varie forme di disturbi e disabilità. Nel 2016 ho frequentato un tirocinio presso l'Università di Firenze che porterà a breve alla pubblicazione di un articolo su una importante rivista. Nel 2017 ho frequentato un tirocinio presso la ASL Toscana-Centro approfondendo le mie conoscenze soprattutto nel campo del trattamento dei disturbi depressivi e dell'abuso sessuale infantile. La scrittura è una parte importante della mia vita e per passione frequento dal 2015 corsi di scrittura creativa che hanno portato alla pubblicazione di alcuni racconti. Contatti: silvia,cipolli@gmail.com

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