“Se mescoli la salsa di pomodoro col purè di patate, non le puoi più separare dopo. È per sempre. Il fumo esce fuori dalle sigarette del papà, ma non ritorna mai dentro. Non possiamo tornare indietro. Ecco perché è così difficile scegliere. Bisogna fare la scelta giusta. Finché non prendi una scelta, tutto rimane possibile.”

(Mr. Nobody, 2009)

 

Il tema della libertà ha ottenuto oggi un ruolo centrale nel discorso sociale. All’interno di un contesto fortemente individualista, infatti, mantenere la propria libertà, la propria indipendenza, è diventata una prerogativa di tutti.

Sempre più si è quindi arroccati in difesa di questa libertà, che non solo ha assunto un crescente valore sociale ma anche morale, tanto che la mancanza di indipendenza ed autonomia viene ormai vista come un moderno peccato capitale: fonte di vergogna, da nascondere ed evitare.

Tale libertà si scontra però con le possibilità di manovra nella creazione dei legami sociali ed in particolare di quelli affettivi. È in questo contesto che nascono e si diffondono quelle che Bauman (2003) ha chiamato relazioni liquide, e cioè relazioni caratterizzate da legami deboli e temporanei, dove le persone scivolano le une sulle altre come molecole d’acqua allo stato liquido: senza lasciare traccia, senza progettualità futura.

Tali legami non solo hanno la possibilità, ma in realtà anche il dovere, di essere sottili e fragili proprio perché il loro fine è quello di essere spezzati nel momento in cui vadano ad intaccare la libertà personale.

In questo senso, Anthony Giddens (1972) ha denominato il modello attuale ideale di associazione fra gli esseri umani con il termine di relazioni pure. Tale modello prevede che il sesso possa esistere in maniera autonoma ed autosufficiente, “che stia sulle proprie gambe”, che venga in definitiva purificato dall’incombenza del legame.

In questo senso tali relazioni sono pure: poiché inseguono l’ideale della pura libertà e si presentano illusoriamente come massima incarnazione di quest’ultima, come libera sperimentazione sessuale totalmente positiva.

Coerentemente, Recalcati ha parlato di menzogna della libertà per indicare la dilagante importanza, e direi anche l’erronea attribuzione di significato, che oggi viene data al concetto di libertà.

Tale menzogna si fonda sull’ideale socialmente condiviso dell’individuo come fatto da sé, indipendente, autonomo ed appunto libero: il risultato di un processo di auto-generazione che non passa attraverso l’Altro. Un individuo, in ultima analisi, “privo di debiti simbolici con l’Altro da cui proviene” (Recalcati, 2014).

Al contrario, Recalcati e la scuola lacaniana insegnano il primato dell’Altro sul singolo, o meglio la provenienza dall’Altro di ogni singolo. Secondo la prospettiva sincronico-strutturalista di Lacan infatti il soggetto è sottomesso all’Altro nel modo di una dipendenza simbolica fondamentale.

Nel momento stesso della nascita, e ancora prima di nascere, il soggetto è già inevitabilmente inscritto all’interno del campo sociale, e dunque all’interno delle leggi simboliche che provengono dall’Altro. In questo senso Lacan afferma che “la condizione del soggetto dipende da ciò che si svolge nell’Altro.

Il solo fatto di essere figli testimonia tale dipendenza strutturale. Se c’è qualcosa che accomuna ogni essere umano è infatti la filiazione: si può vivere senza diventare padre, madri, sorelle, fratelli, ma non senza essere figli.

Questo significa che nessuno di noi si auto-costituisce e che ciascuno di noi ha invece una provenienza d’origine: proviene dall’Altro, porta sulla propria pelle le significazioni attribuitagli dall’Altro.

In ambito relazionale, l’inseguimento della menzogna della libertà, il rifiuto della dipendenza che lega il soggetto all’Altro, si concretizza spesso nella perpetuazione della non-scelta di un partner.

Vi è infatti una dilagante forma di allergia nei confronti dei legami sentimentali duraturi e di forme relazionali definite e stabili quale quella del matrimonio. L’immagine del legame durevole incute oggi una componente di terrore e viene assimilata all’immagine di una catena, o di una gabbia, che limita appunto la libertà individuale portando con sé doveri ed obblighi.

Il fatto di non prendere una forma definita, come può essere appunto quella del matrimonio, e di essere dunque libero da obblighi e doveri, viene fatto illusoriamente coincidere con una libertà ontologica, assoluta.

In questo modo l’attuale definizione di libertà, quanto meno in ambito relazionale, si avvicina sempre più all’atto di non scegliere. D’altronde, citando il regista belga Jaco Van Dormael nel film Mr. Nobody (2009), “finché non prendi una scelta tutto rimane possibile”.

La non-scelta equivale in fondo al tutto della pura potenza aristotelica: materia che ha la possibilità di acquisire qualsiasi forma trasformandosi in qualsiasi atto, ma che ancora non è né forma, né atto.

Nel non-scegliere si mantiene dunque viva una condizione di infinite possibilità, la ricerca di un tutto possibile che l’atto di scegliere inevitabilmente romperebbe in parti fattuali.

La scelta, dall’altro canto, è caratterizzata da un’asimmetria di fondo: ogni “Sì” detto, ogni scelta presa, è inevitabilmente accompagnato da svariati “No”, che eliminano tutte le alternative possibili.

In questo senso, ogni scelta implica un atto di coraggio, un’assunzione di responsabilità, poiché implica l’onere di farsi carico del cimitero di alternative rifiutate. Ed è nel tentativo di evitare questo lutto che oggi la nuova regola predica l’evitamento della responsabilità della scelta.

Come afferma Galimberti (2004) a tal proposito: “la libertà non è più la scelta di una linea d’azione che porta all’autodeterminazione, ma è la scelta di mantenersi aperta la libertà di scegliere, dove è sottointeso che le identità possono essere indossate e scartate come la cultura del consumo ci ha insegnato a fare con gli abiti.”

Coerentemente, Lasch (1985) afferma che le scelte di oggi sono in realtà “un’astensione dalla scelta”, poiché scegliere in ogni caso non implica più impegno e conseguenze laddove ogni cosa può essere suscettibile di una cancellazione immediata non appena si offrono opportunità all’apparenza più vantaggiose.

“Ma laddove la scelta non implica più effetti irrevocabili, là dove non muta il corso delle cose, dove non avvia una catena di eventi che può anche risultare irreversibile, perché tutto è intercambiabile: dalle relazioni agli amanti, dai lavori ai vicini di casa, allora è l’idea stessa di scelta che nega la libertà che pretende di sostenere (Galimberti, 1999).

Al giorno d’oggi dunque la libertà sembra non solo essere una prerogativa ma una nuova legge, un nuovo “Tu devi” che ha un carattere paradossale perché afferma la negazione di se stessa: “Tu devi non dovere”, “Tu devi essere libero”.

D’altronde una libertà che è un dovere per definizione non può essere libera. Come afferma Recalcati (2014), la menzogna della libertà “anima una versione solo perversa della libertà come poter fare quello che si vuole”.

Vi è infatti un carattere perverso nel modo in cui la libertà d’azione viene declinata nel contesto sociale attuale; perverso nella sua accezione filologica di per-vertere, deviare, scartare di lato. Tale perversione porta ad una coincidenza, in realtà profondamente contraddittoria, fra libertà, dovere e non-scelta.

Come sottolinea Zizek: “oggi il godimento funziona effettivamente come uno strano dovere etico: gli individui si sentono in colpa non tanto perché, nel darsi a piaceri illeciti, violano le proibizioni morali, quanto perché non sono capaci di godere” o, in altri termini, perché non riescono ad essere tanto liberi quanto loro verrebbe richiesto.

 

Referenze

Aristotele. Metafisica. Laterza. Roma-Bari (2017).

Bauman, Z. (2003). Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi. Laterza. Roma-Bari.

Galimberti, U. (1999). Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica. Feltrinelli. Milano. p. 50.

Galimberti, U. (2004). Le cose dell’amore. Feltrinelli. Milano. p. 137.

Giddens, A. (1972). Èmile Durkhim: Selected writings. Cambridge University Press. Cambridge. p. 66-71.

Lacan, J. Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento possibile della psicosi, in Scritti (Vol. I). Einauidi. Torino (2002). p. 545.

Lasch, C. (1985). The minimal self. Feltrinelli. Milano. p. 24.

Recalcati, M. (2014). Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa. Raffaello Cortina. Milano. p. 111, p. 25.

Van Dormael, J. (2009). Mr. Nobody. USA.

Zizek, S. (2009). Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo. Bollati Boringhieri. Torino. p. 134.

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Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureata in Research applied to Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali in questi ambiti. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi, collaborando con il professor Massimo Recalcati, e durante diversi tirocini di ricerca: in Olanda, in collaborazione con il team di Anita Jansen, e a Londra presso l’unità psicoanalitica di UCL e sotto supervisione di Peter Fonagy. Attualmente sto portando avanti un dottorato di ricerca all’Università di Liverpool approfondendo il tema della percezione del corpo nei disordini alimentari. Nel frattempo, ho iniziato una scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta.

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