Fare il genitore oggi appare estremamente problematico.

La frase “fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo” suscita sempre grandi approvazioni.

Fare da genitore ad un bambino, in effetti, non significa solo rispondere ai suoi bisogni primari ma anche dargli una guida, perché possa vivere nel mondo e perseguire la propria natura. Si deve fornire una base solida su cui il bambino si possa poggiare per fare esperienza della realtà e di sé stesso. Si tratta di un fondamento che dia gli strumenti per la costruzione dell’identità, o meglio per affrontare i vari momenti critici che il ciclo della vita inevitabilmente propone.

Succede che le neomamme e i neopapà abbiano dubbi, paure e si sentano impreparati. Oggi forse più di prima.

Così vengono consultati libri, siti internet, ma il risultato è che, spesso, tutte le informazioni raccolte vanno ad ampliare il raggio delle domande che si hanno in mente, senza rassicurare davvero. Ci si espone ad un il senso di insicurezza ancora maggiore.

Proviamo invece a riflettere su come siano cambiate le cose nell’arco di poche generazioni e su cosa comportano questi mutamenti. Cerchiamo quindi di capire da cosa deriva questo senso di insicurezza e cosa possa invece attenuarlo.

Chi si trova oggi ad essere genitore, svolge un ruolo importante in un momento socio-culturale particolare.

Siamo in un momento che viene definito di crisi ed in cui le notizie su quello che accade non ci spingono ad avere fiducia nel futuro. Ci si pongono molte più domande sul contesto nel quale il figlio che abbiamo pensato, che pensiamo, appena nato o in fase di crescita andrà a vivere la sua vita. Come potremo proteggerlo? Sarà felice?

La sfiducia nel futuro e nelle istituzioni è qualcosa di molto radicato in noi. Ha sicuramente a che vedere con il momento attuale ma affonda le sue origini in qualcosa di molto più profondo, che ha avuto inizio con l’epoca postmoderna.

Sul finire del XIX, infatti, cambiamenti quali industrializzazione, globalizzazione e l’avvento di una cultura di massa hanno portato ad un progressivo cambiamento nel sentire comune. Il filosofo francese Lyotard, nel saggio La condizione post-moderna del 1979, descrive questa nuova condizione, caratterizzata da alcuni aspetti quali:

  • la messa in discussione di principi saldi e percepiti come universalmente validi, che avevano a che vedere con religione, famiglia, lavoro, comunità;
  • la perdita dei riferimenti della tradizione con l’esposizione alla cultura di massa;
  • la proliferazione di informazioni, immagini, conoscenze prive di una contestualizzazione;
  • l’esposizione alla diversità e quindi alla consapevolezza di non poter controllare tutto;
  • una nuova consapevolezza circa le contraddizioni di un’epoca, quella moderna, che aveva esaltato valori come il progresso e la razionalità.

Tutto questo ha esposto l’uomo all’inizio di una crisi, che non è solo legata al contesto sociale ed economico, ma diventa una crisi di senso, una crisi del Sé. La postmodernità accoglie in sé la crisi del senso esistenziale dell’individuo, per cui si perde ogni riferimento forte che poteva determinarne con sicurezza l’identità. Oggi, i cambiamenti e l’insicurezza cui siamo esposti, rinnovano questo senso di frammentazione, rendendo più arduo il processo di definizione del Sé.

Tutto questo come ha cambiato la società, il suo sentire e soprattutto come si sono modificati quindi gli stili genitoriali?

Poiché spesso i romanzi sono i migliori libri di psicologia, ne prendo uno molto noto come spunto. Nel romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa, ambientato nella Sicilia della prima metà del Settecento, si legge che i figli venivano educati in un rispetto timoroso dei genitori, venivano puniti per gli sbagli e dovevano seguire il destino deciso per loro.

Il modello genitoriale da seguire era chiaro ed evidente a tutti, legato a convinzioni assolute. Non ci si ponevano molti dubbi sulla possibilità di sbagliare, perché tutto era molto più chiaro.

I figli seguivano le orme dei genitori e non si scendeva molto in profondità nella relazione, non ci facevano domande sui suoi bisogni.

Marianna allunga una mano verso la mano della figlia che giace col palmo rovesciato sulla coperta. […] Quante volte si è aggrappata alle sue gonne quella mano da bambina, come a sua volta si era aggrappata lei al saio del signor padre, con una richiesta di attenzione e una serie di domande che si potevano racchiudere in una sola: posso fidarmi di te? Ma forse anche la figlia aveva scoperto che non è possibile confidare in chi, pur amandoti ciecamente, alla fine resterà incomprensibile e lontano.

Lo stile educativo si fondava sul senso del dovere e sulle regole rigide e puntava al senso di colpa, raddrizzava i comportamenti sbagliati attraverso le punizioni. C’era, inoltre, una profonda distanza dal figlio che non permetteva mai la formazione di un legame sicuro. Veniva tramandato nelle generazioni del passato e non ci si poneva troppo il dubbio se fosse o meno sbagliato.

Nel tempo questo modello è stato progressivamente messo in discussione, modificato e diversificato, dando vita a stili genitoriali diversi. Possiamo dire che, per comprendere gli stili educativi, dobbiamo considerare il livello di due importanti elementi:

  • Il livello di Controllo: le richieste dei genitori per integrare i figli in famiglia e società, il tentativo di gestione della vita del figlio e la tendenza ad amministrarlo, indirizzarlo;
  • Il livello di accudimento: il prendersi cura, ascoltare, mostrare affetto, conferma, condivisione e gioia nello stare insieme. Il tentativo di favorire l’individualità, l’autoregolazione e l’affermazione di sé attraverso sostegno e calore (vicinanza affettiva) e disponibilità a soddisfare bisogni e richieste.

Se in passato il modello genitoriale tramandato accoglieva sempre alto livello di controllo e scarso accudimento oggi, in funzione del livello di questi due elementi, possiamo individuare quattro stili genitoriali.

Lo stile autoritario prevede alto controllo e scarsa accoglienza del bambino. Si pretende l’obbedienza a regole assolute senza spiegazioni e si usano punizioni per controllare. Le regole vengono spiegate dicendo “perché te lo dico io”. Si hanno alte aspettative nei confronti del figlio, c’è rigidità e inflessibilità. Non si loda, si valuta. Si pretende rispetto per le tradizioni e non si accoglie il figlio per ciò che è ma si tende a plasmarlo. Ciò che viene insegnato alla fine è il controllo piuttosto l’autocontrollo e l’autoregolazione. Così questo figlio non verrà aiutato a gestire i propri comportamenti, identificare alternative e valutare le conseguenze delle sue azioni, ma sarà educato al rispetto dell’autorità. Il bambino tenderà ricercare l’amore del genitore attraverso l’obbedienza e gli sarà difficile perseguire i propri sogni o anche solo riuscire a comprenderli. E’ il modello del passato, che ancora, in alcuni casi, permane.

Lo stile permissivo è caratterizzato da grande accoglienza e poco controllo. Si è affettuosi, centrati sul bambino ma non si forniscono guide, non si propongono responsabilità perché, in realtà, non si pretende niente. C’è scarsa coerenza e non ci sono regole. Si hanno infatti basse aspettative nei confronti del figlio, non lo si ritiene maturo né capace.

Lo stile trascurante/rifiutante non accoglie e non controlla. C’è il totale disimpegno sulla funzione educativa, indifferenza verso il figlio, la sua vita, i suoi sentimenti. Si tratta di un genitore che soddisfa i bisogni primari come il cibo o il riparo ma non si occupa degli altri aspetti. Non si investe nella vita e nell’educazione del figlio, non si hanno aspettative o richieste e non si comunica né ci si dispone al dialogo. In casi estremi, può essere un genitore rifiutante o trascurare.

Un’elevata accettazione ed un elevato controllo definiscono, infine, lo stile autorevole. Un genitore “autorevole” è coerente nei principi e nelle linee educative ma non detta regole senza spiegare, non controlla e non giudica. Favorisce lo scambio, manifesta calore, amore. Si pone all’interno di una relazione asimmetrica, ma si interroga, accetta incondizionatamente, ascolta e valorizza. C’è disponibilità ad adattare, per mezzo del confronto e dell’ascolto, le regole alle esigenze e alle richieste del figlio. Se le aspettative non sono soddisfatte si offre conforto e non punizione. L’atteggiamento è assertivo non invadente né restrittivo. Si cerca così di insegnare al figlio ad essere similmente assertivo, socialmente responsabile, in grado di auto-regolarsi e cooperare con gli altri senza prevalere o sottomettersi. Il genitore autorevole valorizza l’indipendenza, l’autonomia ed al tempo stesso fa anche valere l’autorità.

Se in passato, quindi, lo stile genitoriale era pressoché univoco, oggi gli stili si diversificano molto e si combinano per creare un mix unico in ogni famiglia. Può accadere, per esempio che una madre adotti uno stile autorevole, mentre il padre uno trascurante. Sarebbe essenziale che i genitori quanto meno collaborassero al fine di creare un approccio coerente alla genitorialità. Tuttavia, possiamo dire che lo stile autorevole è generalmente associato a caratteristiche preferibili e maggiormente positive per lo sviluppo dell’identità e per la gestione delle crisi che inevitabilmente il figlio incontrerà nel ciclo di vita.

In altre parole, in passato si investiva sulle regole. E oggi?

Questo vecchio modello genitoriale autoritario ancora si tramanda ma non accade più troppo di frequente. Per un lungo periodo si sono sostituite le regole rigide con le aspettative e sensi di colpa per educare. Ma nel tempo si è avuta sempre una maggiore possibilità di scegliere come essere con i propri figli. E questo comporta sicuramente una maggior quantità di dubbi. A molti di essi gli esperti e i professionisti potranno rispondere, ma al senso di incertezza no per tutti i motivi su cui abbiamo provato a riflettere.

L’unica risposta efficace che possiamo trovare è una nuova consapevolezza, che al di là dei singoli errori che inevitabilmente accade di fare dobbiamo puntare sulla “qualità della relazione”, cosa che in passato è rimasta in secondo piano e che oggi dobbiamo invece dovremmo riscoprire.

Per spiegarmi meglio utilizzo le parole di Don Miguel Ruiz, maestro della scuola tolteca, una cultura diversa dalla nostra, ma capace di esprimere chiaramente alcuni concetti fondamentali che riguardano le relazioni. Queste, secondo l’autore, possono essere improntate su due diversi sentieri: quello della paura (regole, punizioni, autorità, vergogna, sensi di colpa) e quello dell’amore (comprensione, dialogo, confronto, affetto, accoglienza, accettazione).

Sul sentiero della paura abbiamo una quantità di condizioni, aspettative, obblighi, e creiamo una quantità di regole solo per proteggerci dalla sofferenza, quando invece non dovrebbero esserci regole. Le regole influenzano i canali della comunicazione, perché quando abbiamo paura mentiamo. Se ti aspetti che io sia in un certo modo, mi sento obbligato a essere in quel modo. Ma se sono onesto e te lo dico, tu soffri, ti arrabbi. Allora mento, perché ho paura del tuo giudizio.

Se prima si seguiva questo sentiero ed era più semplice anche inserirsi in un ruolo genitoriale ampiamente condiviso, oggi è vero che essere genitori può essere estremamente problematico. Ma guardando le cose da un’altra prospettiva, alla luce delle riflessioni fatte, quanto costava avere queste certezze?

Oggi essere genitori è più complesso, ma offre anche più occasioni. L’opportunità di investire nella qualità di una relazione che si colloca sul sentiero dell’amore e rispetta l’unicità dell’altro. Questa può essere la base migliore per sostenere ogni crisi evolutiva che un figlio si troverà ad affrontare e perché lui, a sua volta, possa strutturare relazioni su questa strada con gli altri, ma soprattutto con sé stesso.

 

PER APPROFONDIMENTI E CURIOSITA’

Baumrind D. (1971). Current patterns of parental authority. Developmental Psychology Monoghraphs

Lyotard J.F., La condizione postmoderna, Feltrinelli Editore, Milano (2014)

Maccoby E.E. & Martin J.A. (1983). Socialization in the context of the family: Parent-child

Ruiz M., La padronanza dell’amore: Guida pratica all’arte dei rapporti personali, Edizioni il punto d’incontro, Vicenza, 2001.

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Silvia Cipolli
Dott.ssa in Psicologia con la votazione di 110 e Lode/ 110 presso l'Università degli Studi di Firenze, ho iniziato, con la stesura della tesi, uno studio relativo agli effetti della cultura Gotica e del terrore nel mondo infantile. Parallelamente mi sono occupata, nel ruolo di educatrice, di ragazzi con varie forme di disturbi e disabilità. Nel 2016 ho frequentato un tirocinio presso l'Università di Firenze che porterà a breve alla pubblicazione di un articolo su una importante rivista. Nel 2017 ho frequentato un tirocinio presso la ASL Toscana-Centro approfondendo le mie conoscenze soprattutto nel campo del trattamento dei disturbi depressivi e dell'abuso sessuale infantile. La scrittura è una parte importante della mia vita e per passione frequento dal 2015 corsi di scrittura creativa che hanno portato alla pubblicazione di alcuni racconti. Contatti: silvia,cipolli@gmail.com

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