Vi siete mai chiesti che cosa c’entrino le stelle con i desideri? Un legame che risale agli antichi, come ogni storia suggestiva che si rispetti. Il termine latino de-siderio significa letteralmente “mancanza di stelle”, ovvero “avvertire la mancanza delle stelle”, la distanza, la lontananza di qualcosa a cui aspirare. È esattamente ciò che accade con il desiderio.

Tutti ne hanno, pochi ne parlano. Chissà perché, pare che esprimere un desiderio ad alta voce sia pericoloso. Chiudiamo gli occhi, lo formuliamo nella mente e poi spegniamo le candeline, soffiamo via il ciglio dal dito, annodiamo il braccialetto. Lo custodiamo nel segreto e lo guardiamo da lontano. Solo una sbirciatina ogni tanto, per vedere che sia ancora lì.

Talvolta non siamo nemmeno certi di quali siano i nostri desideri. Li cerchiamo, da qualche parte, dentro di noi. Nei sogni. O fuori, in ciò che ci dà piacere, in ciò verso cui ci sentiamo attratti.

Per questo mi sono stupita quando ho saputo che il professor Recalcati avrebbe tenuto un seminario su questo tema.

«Il desiderio non è una cosa semplice»

Sì, è vero. Tutti lo sappiamo, ma cosa si può dire che non sia banale, retorico e scontato?

In effetti, il professore ci ha guidati verso un una lettura nuova: da un punto lontano appiccicato al cielo, a qualcosa a cui ciascuno di noi è chiamato a rispondere.

Desiderare è di per sé un paradosso. L’esperienza del desiderio è sempre personale, è in noi, lo sentiamo, ma allo stesso tempo nessuno è mai proprietario del suo desiderio, che è sempre diretto verso qualcosa al di fuori di noi stessi.  Desideriamo, ma non sappiamo il perché, né per quale motivo desideriamo proprio quella cosa.

È «Qualcosa di me che sfugge a me stesso». È presenza di una mancanza.

Non è assimilabile ai bisogni fisiologici e la sua soddisfazione non si esaurisce con il loro provvedervi. Ce lo ha dimostrato Renè Spitz nei suoi celebri studi sulla deprivazione materna: l’esaudimento dei bisogni primari non è sufficiente alla vita. Il necessario sta in altro, o meglio, nell’altro.

«Il desiderio è soddisfatto quando ci si sente desiderati da un altro desiderio»

Il professore ci rivela implicitamente il primo grande desiderio di ciascuno: significare qualcosa per qualcuno. Il desiderio non riguarda la relazione tra qualcuno e qualcosa, ma è uno scambio tra due soggetti.

Ce ne accorgiamo quando questa esperienza viene meno, quando non ci sentiamo desiderati. Quando non sente la nostra mancanza, quando veniamo a sapere che la sua vita continua anche senza di noi, quando non c’è più posto per noi nella sua storia, soffriamo, perché il nostro desiderio non trova dove soffermarsi. Si produce la ferita dell’insignificanza, del non avere valore per l’altro.

Bisogna però fare attenzione, perché c’è il rischio di interpretare la mancanza come desiderio “d’altro” e non “dell’altro”.

Il professore ci invia un ulteriore implicito: noi desideriamo la felicità.

Da questo punto di vista, siamo tutti dei piccoli cercatori d’oro. Ci immergiamo nella corrente del fiume del consumismo e lo setacciamo alla ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso in cui trovare la felicità. Eppure, quando lo possediamo, è già diventato vecchio, desueto, obsoleto. Il desiderio non è soddisfatto e andiamo alla ricerca di altre pepite.

Rimaniamo incastrati nella dicotomia tra “nuovo” e “stesso”, un aut aut che ci costringe ad una scelta esclusiva, mentre, in realtà, la novità è qualcosa di inscritto all’interno dell’identicità.

Mi piace molto farmi sorprendere dal solito. Il sole sorge tutti i giorni, eppure chi non si ferma a farsi rapire dall’alba? Lasciarsi sorprendere dal solito è guardarlo con occhi rinnovati, scoprire un’altra volta un pezzetto dell’infinitudine intrinseca delle cose.

Sant’Agostino in questo ci fa da maestro dicendoci che: «la beatitudine è desiderare ciò che si ha» che non significa accontentarsi, ma che: «La vera felicità è trovare il nuovo nello stesso». È amare ciò che si ha e ringraziare di avere sempre lo stesso, anzi, di più, desiderare sempre lo stesso.

«La parola dell’Amore è “Ancora”» afferma Lacan.

Lo stesso. Uguale. Così com’era, com’è ora.  Non ci stanca, non ci stufa. Non è basta, è un’altra volta. È ancora, ancora, ancora e ancora!

Così realizziamo – nel senso che rendiamo reale – ciò che desideriamo, cioè ciò che ci fa dire “ancora”.

Viene svelato un nuovo paradosso: la meta del desiderio non è il suo soddisfacimento, perché se ciò fosse possibile, se smettessimo di volerne, non sarebbe tale.

Allora, perché desideriamo?

Recalcati spiega che un derivato della nostra educazione moralistica è la convinzione che venga “prima il dovere e poi il piacere”, che non sia possibile tra di essi una convivenza.  Nuovamente, una contrapposizione illusoria.

La psicoanalisi sembrerebbe dare un’interpretazione che va in direzione opposta a questo assioma:

«il desiderio è il vero nome etico del dovere». Desiderare è un imperativo e ciò rende conto del fatto che non possiamo scegliere se desiderare o meno né che cosa fare oggetto del nostro desiderio.

Nella sua fantasia sul giudizio universale, Lacan immagina che quando ci troveremo di fronte al tribunale, ci verrà posta una domanda: «Hai tu, nel corso della tua vita, agito conformemente alla legge del tuo desiderio? Oppure, hai tu tradito questa legge?».

Vi è un’evoluzione semantica del termine desiderio che deriva dalla parabola narrata nel Vangelo di Matteo (Mt 25,14-30): il talento. Perciò, la domanda si trasforma in: «hai seguito la direzione del tuo talento? Delle tue inclinazioni? Delle tue passioni? Hai messo mano al tuo tesoro e lo hai fatto fruttare?».

La paura di perdere il desiderio, di consumarlo, di rischiare di investirlo senza ottenere nulla, ce lo fa nascondere sotto terra, come fa il servo della parabola. E allora lo perdiamo prima ancora di averlo usato.

La preoccupazione di compiacere l’altro, di renderci amabili ai suoi occhi, di significare qualcosa per lui, di corrispondere il suo desiderio, senza tenere in considerazione il proprio, ci porta al suo sacrificio. E allora il desiderio muore.

C’è un altro legame tra le stelle e i desideri: entrambi indicano una direzione.

«Cos’è la sofferenza psichica?» – domanda retoricamente Recalcati – «è quando una vita si accorge di essersi allontanata dalla legge del suo desiderio. Di essere andata in un’altra direzione». 

Questa nuova lettura dell’esperienza del desiderio, ci fa uscire dall’impotenza di fissare le stelle lontane e di rimanere agganciati alla malinconia di ciò che manca. Ci restituisce una responsabilità.

Responsabile significa “essere capace di risposta”. Essere responsabili del proprio desiderio, del proprio talento, significa rispondere alla sua chiamata, vivere seguendo la sua direzione, trovare il nostro personale percorso verso la felicità.

E tu, che ne hai fatto del tuo talento?

 

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Serena Carpo
Sono Serena (di nome, di fatto ci provo). La scelta di diventare psicologa è nata dalla mia curiosità verso la straordinarietà della mente umana e dall’incapacità di rassegnarmi all’idea che la sofferenza sia qualcosa di inutile. Mi sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il mio futuro professionale è un work in progress. Il tirocinio presso la neuropsichiatria infantile dell’ASL della mia zona (un paese lacustre del Piemonte) ha fatto nascere in me il germe di un progetto: rendere il diritto alla salute, fisica e mentale, un bene accessibile e di qualità. Svolgo un’attività di volontariato che, oltre a costituire un grande arricchimento umano, considero come un vero osservatorio dei bisogni del territorio e un’ottima palestra di ascolto. Conosco la lingua dei segni (LIS), amo scrivere, disegnare e pensare in modo creativo. Credo in diverse cose, tra cui una psicologia vicina alla persona, che abbia il rigore della ricerca e la veridicità della clinica, che sia un lavoro fatto con passione e che non si dimentichi di essere a servizio dell’altro.

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