George Gray

Molte volte ho studiato

la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione

ma la mia vita.

Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, e io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio-

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

Edgar Lee Masters

La crisi

Come possiamo leggere l’esperienza della creazione del Libro Rosso all’interno della vita di Jung?

Inizierei curiosando in ciò che stava passando in quel periodo.

Jung ha all’incirca 40 anni, ha raggiunto molti obiettivi importanti all’interno della sua vita: è ricco, è uno stimato accademico, è conosciuto.

In lui però iniziano ad agitarsi i fantasmi di una crisi profonda, complici gli scricchiolii nella relazione col suo maestro Freud. A dividerli sono dei dissidi teorici, in particolare sulla natura della libido, e forse il desiderio inconscio di Jung di affrancarsi e percorrere la sua strada. Erano entrambi due pensatori radicali, poco inclini ai compromessi.

Finchè il 27 ottobre del 1913,  si compie la rottura definitiva; scrive Jung in una lettera indirizzata a Freud:

“Stimatissimo Professore,

Ho appreso dal dotto Maeder che Lei mette in dubbio la mia bona fides. Mi sarei aspettato che una cosa tanto grave mi venisse comunicata direttamente da Lei. Poiché questo è il rimprovero più grave che si possa rivolgere a una persona, lei mi rende impossibile proseguire la mia collaborazione con Lei.

(…) Con stima deferente.

Dottor C. G. Jung”

Quasi tutti gli amici di Jung lo abbandoneranno, decidendo di seguire Freud e la sua teoria: “Dopo la rottura con Freud tutti i miei amici e conoscenti si allontanarono da me, uno dopo l’altro. Si disse che il mio libro non valeva niente (Simboli della trasformazione n.d.a). Ero un mistico, e con ciò la cosa passò in giudicato” scriverà nella sua autobiografia, Ricordi, sogni e riflessioni (1965). Nello stesso anno abbandona la cattedra all’università di Zurigo, è sempre più inquieto e confuso sul suo futuro, scrive: “non sarebbe stato bello continuare a insegnare a giovani studenti quando la mia situazione spirituale era costituita da una massa di dubbi” (Jung, 1965).

Tutto sembra vacillare per Jung: “Mi sentivo letteralmente sospeso, poiché non avevo trovato ancora un punto d’appoggio.” (Ibid.).

Sono impazzito?

Jung entra in un periodo di forte crisi e rottura col passato. Sino a toccare il fondo, arrivando a dubitare della sua stessa sanità mentale. Succede nell’autunno del 1913. Jung descrive come venne assalito da alcune immagini sconvolgenti e violente, in cui mezza Europa era invasa dal sangue (poco dopo scoppierà la prima guerra mondiale).

Scrive (Ibid.): “In ottobre, mentre ero in viaggio da solo, fui all’improvviso colpito da una sorprendente visione: uno spaventosa alluvione dilagava su tutti i territori, da nord a sud, posti tra il mare del nord e le alpi. Quando raggiungeva la Svizzera, vedevo le montagne innalzarsi il più possibile, come per proteggere il nostro paese. Mi resi conto che si avvicinava una terribile catastrofe: vedevo i violenti flutti giallastri, le fluttuanti macerie delle opere della civiltà, gli innumerevoli morti, e infine il mare divenuto di sangue. Questa visione durò circa un’ora: ne ero sconvolto e nauseato, e provavo vergogna della mia debolezza. (…) Una voce interna mi disse: “Guarda bene, è tutto vero, sarà proprio così: non c’è motivo di dubitarne”. Queste visioni lo lasciarono sconvolto, tanto da credere di essere sull’orlo della follia, vedeva in lui le stesse manifestazioni che aveva incontrato nei suoi pazienti schizofrenici del Burghölzli, la clinica psichiatrica che aveva diretto.

Jung a quel punto si isola, continua a lavorare con i pazienti privati per mezza giornata e nel resto del tempo combatte con i suoi demoni. Le immagini affollano la sua mente, Jung è come diviso tra l’idea di essere impazzito e la sensazione di dover attraversare queste immagini e trarne qualcosa. Il punto di svolta compare  quando Jung si domanda quale sia il valore di quelle immagini.

Qual era quindi la loro natura? Erano follia, arte o cosa? Lentamente Jung inizia a pensare che semplicemente fossero natura, che queste immagini facessero parte della sua psiche e della psiche di ogni uomo. Lui non era né un folle, né un artista, ma avrebbe fatto con le immagini proprio quello che aveva sempre fatto nel suo lavoro: lo scienziato.

Le avrebbe prima vissute e poi studiate. Scrive Jung (1965): “pertanto mi sentii impegnato, per prima cosa, a sondare la mia stessa psiche, e cominciai con l’annotare le fantasie che mi erano venute (…). Questo lavoro ebbe la precedenza su tutto il resto”. Jung venne quasi travolto dalle immagini. Una volta intrapresa questa strada e questo metodo mai esplorati prima, le immagini si moltiplicarono. Jung continuava faticosamente a cercare di studiarle e rappresentarle, andando incontro a una grandi difficoltà. “Ero inerme di fronte ad un mondo estraneo dove tutto appariva difficile e incomprensibile. Vivevo in uno stato di continua tensione, e spesso mi sentivo come se mi cadessero addosso enormi macigni” (Jung, 1965).

Raccontava le visioni descrivendole e disegnandole su una serie di libri in pelle nera. Come un Dante contemporaneo si immergeva nelle profondità della sua psiche, solo, con la speranza di riuscire a tornarne fuori savio. Jung entrava nelle immagini, cercando di lasciarsi andare, tentando di non perdersi e poi provava a rappresentarle. Era un compito pericoloso, ne aveva la continua sensazione: “temevo di perdere il controllo di me stesso, e di divenire preda dell’inconscio e, quale psichiatra, sapevo fin troppo bene che cosa ciò volesse dire.” (Ibid.)

Un compito che lo prese per molti mesi, ma che diede il via a tutta la sua teoria ed ad una nuova fase più matura della vita. Jung passò attraverso la sua terribile crisi personale, ricostruendo un senso intimo e particolare per lui, per la sua mente e per il suo lavoro.

Scriverà: “Tutte le mie opere, tutta la mia attività creatrice è sorta da quelle iniziali fantasie, e dai sogni che cominciarono nel 1912, circa 50 anni fa.” (ibid.).  Da quel periodo nacquero il Libro Rosso e tutta la teoria junghiana che studiamo ancora oggi.

E noi?

Jung affronta un passaggio, che seppur non con le stesse modalità e la stessa violenza, può toccare ad ognuno di noi: la rinascita e la scoperta di sé dopo una crisi profonda. E’ un viaggio dalla natura faticosa, confusiva e indubbiamente dolorosa, ma è l’unico modo per arrivare a trovare la nostra forma più autentica e personale. A volte la necessità di conoscersi e ri-scoprirsi nasce da una confusa spinta interna, altre da una sofferenza difficile da definire, che può esprimersi con ansia immotivata, panico, vissuti depressivi e di perdita di senso.

Un senso che può essere ritrovato anche attraverso l’ascolto e l’analisi dei contenuti interiori. E’ un processo che, per quanto possa sembrare assurdo o bizzarro, può essere osservato ogni giorno nel lavoro clinico. Il lavoro sui sogni ad esempio, classica strada di cura nella psicoanalisi e nella psicologia analitica, interroga la apparente insensatezza delle immagini e delle storie create durante le nostre notti. Il senso ed il messaggio dei sogni viene lentamente svelato lavorando con le immagini e le emozioni del sogno. Si vanno così ad aprire nuovi spunti di riflessione sulla vita del sognatore, fuoriescono contenuti interni che parevano assolutamente slegati dal sogno, episodi perduti nei ricordi o apparentemente insignificanti assumono un nuovo colore e vengono rivissuti sotto una nuova luce.

Oppure nelle tecniche di immaginazione attiva, nate proprio con Jung nel periodo del Libro Rosso: qui la produzione delle immagini viene addirittura stimolata e ricercata. Come se si aprisse un dialogo con loro – e quindi con noi stessi – ci si confronta con le immagini che ci abitano e ci possono parlare. Un lavoro di costante costruzione e ricerca di sé, per divenire ciò che si è, staccandosi da un’idea ereditata di noi stessi: “La descrizione di noi non è certamente quella stabilita dalle autorità genitoriali e sociali, e neanche è quella che ordinariamente ci diamo attraverso un resoconto di ciò che siamo stati.” (Pieri, 2003).

In questo le immagini, i sogni ed i ricordi sono indispensabili, per mettere in moto un processo chiamato individuazione. Scrive Carotenuto: “Ciò che i generale bisogna comprendere è che solo aderendo alle voci interiori che ci inducono ad una via personale, c’è la possibilità di riuscire a vivere una relazione autentica col mondo”.

Per cui non dobbiamo avere paura, ma lasciare il porto e navigare.

 

Bibliografia

Carotenuto, A. (2000). Integrazione della personalità. Milano: Bompiani.

Freud, S. (1990). Epistolari. Torino: Bollati Boringhieri.

Jung, C.G., Jaffè, A. (1965). Ricordi, sogni, riflessioni. Milano: Il Saggiatore.

Jung, C.G. (2010). Il Libro Rosso. Torino: Bollati Boringhieri.

Pieri, P.F. (2003), Introduzione a Jung. Roma: Laterza Editori

 

 

 

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Gabriele Ramonda
Sono psicologo clinico specializzando in Psicoterapia Psicoanalitica. Collaboro con il Centro di Psicoterapia presso l'ASL Torino1, ricevo in studio a Chieri e a Torino. Collaboro con i servizi sociali torinesi nel settore disabilità. Ho lavorato per alcuni anni come psicologo in comunità terapeutica “Il Porto Onlus“, dove ho seguito in tempi diversi disturbi di personalità, dipendenze e psicosi. Mi sono poi dedicato alla riabilitazione psichiatrica in gruppi appartamento. Oggi mi occupo anche di marketing, fotografia e comunicazione: ho co-ideato e co-fondato Nora Photobooth, prima impresa italiana a occuparsi di Photobooth nel campo degli eventi e della comunicazione. Lettore appassionato, disorganizzato ed un po' anarchico. Scrivo articoli, riflessioni e poesie confuse. "Considero la psicologia e la psicoterapia non solo come dei solidi e provati strumenti di cura, ma anche come metodo di ricerca di senso, di possibilità di riflessione e conoscenza di sé che va al di là del semplice adattamento alla realtà." Contatti: info@psicologiaramonda.it

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