Strade da scegliere e strade con cui scegliere

Tra le presenze che popolano l’Olimpo delle idee con la loro immortalità, abbiamo la presunta supremazia della ragione sulla emozione. Come noto, originata nella Grecia classica, tale prospettiva dura a morire è rafforzata dalla sua premessa: l’idea che tramite la volontà e l’intelligenza, qualità legate all’intenzionalità, l’uomo abbia la possibilità di determinare direttamente il proprio destino.

Può quindi, facendo uso di esercizio, studio e disciplina, migliorare se stesso e superare quelle fastidiose eredità animali, imperfezioni del funzionamento mentale, capaci se non controllate di adulterare la perfetta luce della ragione e condurre l’uomo sui pericolosi sentieri dell’irrazionalità e della passione: le emozioni.

Si è prodotta negli ultimi decenni quella che è stata denominata la “sbornia cognitiva” della fine del secolo scorso; la supremazia della ragione, oltre che postulata da alcuni approcci psicoterapeutici (pensiamo ad esempio alla psicoterapia di Beck),  è entrata a far parte degli assunti epistemologici della società in cui viviamo, costruendo addirittura nuove tipologie di disturbi psicologici, come quelli afferenti ai disturbi ossessivi e ai dubbi patologici (Nardone e De Santis, 2011).

Il caso di Elena, in Nardone e De Santis (2011) è quello di una ragazza in procinto di concludere le scuole superiori. Grande momento, diranno alcuni, “sì ma drammatico” aggiungeranno altri. Perchè riguarda innanzitutto la scelta: di cosa fare e dove andare, cosa studiare, quali interessi perseguire e quali mettere in secondo piano, o addirittura lasciare appassire tristemente.

E se ai molti interessi e talenti si coniuga il senso di responsabilità, è imperativo riflettere bene su quale strada scegliere. Se il pensiero non basta, meglio cercare ulteriori informazioni, chiedere magari ad un professionista dell’orientamento. Ma quando una ragazza brillante può riuscire in tutto o “ha tutta la vita davanti”, non può delegare una scelta che dipende solo da lei.

Dipende solo da lei: queste parole la tormentano, con il peso di una scelta che vorrebbe non dover affrontare. “L’uomo è condannato ad essere libero”, diceva Sartre, e quanto suonano beffarde queste parole! Ed allora, il dubbio la intrappola, rendendola schiava delle possibilità che pure si è conquistata con fatica. 

I pensieri la inseguono dal risveglio all’addormentamento, come un’ombra dalla quale inutilmente si sforza di liberarsi; nel frattempo, a malapena esce di casa, rinuncia a compagnie, attività, piaceri. Ma è naturale, se si è convinti come lo è lei che la risposta sia nella sua testa, nel suo cervello, e solo lì vada cercata.

Ed è stata proprio questa constatazione a fornire la “chiave” per il problema di Elena, superato quando in terapia fu avviata l’immaginazione della vita futura desiderata, libera da calcoli probabilistici razionali.

Fortunatamente, almeno in ambito scientifico, alcuni sviluppi in psicologia e neurologia lasciano immaginare l’esistenza di una realtà più complessa e sfaccettata: quella in cui coscienza, ragione ed emozione concorrono a determinare le scelte che operiamo nella vita di tutti i giorni.

Infatti, come sostiene Damasio (1994), non solo il ruolo delle emozioni è imprescindibile dalle operazioni decisionali, ma la loro assenza (causata, ad esempio, da lesioni neurologiche) provoca pericolosi malfunzionamenti, che possono condannare a difficoltà esistenziali decisamente rilevanti.

Come nel caso di Elena, se l’unico criterio di scelta è il ragionamento, le molte scelte diventano dubbi, i dubbi ossessioni; ed è allora che l’altra metà della Luna dovrebbe correre in aiuto, una scelta passionale, emotiva, forse l’unica che possa compensare la prima, quella ragionata e ponderata.

Casi sempre più frequenti, quelli legati alla difficoltà a relazionarsi con gli altri, la sensazione di essere sempre fuori posto, di dire sempre la cosa sbagliata. Quel modo di parlare zoppicante, come se ciò che si dice venisse fuori al ritmo sbagliato, o troppo lento o troppo veloce.

E la Tentata Soluzione disfunzionale così frequente in questi casi, è quella di progettare e programmare in anticipo cosa dire, come dirlo, le battute da sfruttare e quelle da evitare, immaginarsi la situazione, “cosa dirò? Come saluterò?”. E il blocco, conseguente: se penso e ripenso, rifletto e medito, pondero e valuto cosa dire e cosa no, i miei pensieri, da scialuppa di salvataggio si trasformano in prigione, bloccando ogni spontaneità.

Ed allora, boccheggiando come un pesce sott’acqua, senza parole nè idee perchè ne ho troppe, il mio interlocutore mi scruta con curiosità, chiedendosi come mai non parlo. In Terapia Breve la prescrizione usuale in questi casi è quella di inserire volontariamente qualcosa di davvero fuoriluogo (anche se non disdicevole) nell’interazione: un tocco di assurdo, che come un piccolo vaccino alla propria inadeguatezza la renda accettabile.

Solitamente nella seduta successiva il paziente torna con una scoperta incredibile: non solo aggiungendo qualche intervento fuori contesto è riuscito a stupire e divertire, ma addirittura a sentirsi molto più fluido!

Non è un caso, d’altronde, se le tecniche di intervento afferenti alla Terapia Breve Strategica, spesso riescono a risolvere i problemi come quelli illustrati in poche sedute, con soluzioni apparentemente semplici (vedi Muriana e Verbitz, 2017).

Viene così ottenuto un ri-bilanciamento delle emozioni e della ragione oppure un cortocircuito paradossale di quest’ultima, portando a veloci sblocchi sintomatologici (Nardone & Watzlawick, 1990).

Lungi dall’essere quella pericolosa entità animalesca e inselvatichita, l’emozione si caratterizzerebbe quindi come fondamentale nel nostro equilibrio psicologico, anche per quanto riguarda le scelte che compiamo.

Tutto ciò deve necessariamente riverberarsi sull’attività dello psicoterapeuta, che deve saper “danzare”, nei suoi interventi, fra registri più “razionali” e “cognitivi” e più “suggestivi” ed “evocativi” (Watzlawick, 1980; Paoli, 2014), in modo da calzare la sua comunicazione al paziente ed al cambiamento auspicato.

Fino all’utilizzo del racconto e delle storie (vedi ad es. Barker, 1987; Gordon, 1992) che, come nel racconto con cui concludo, si dimostrano fondamentali:

Un giovane nerd californiano, chiuso nella semioscurità della sua stanza, lavorava giorno e notte per migliorare le prestazioni del suo computer, che di aggiornamento in aggiornamento aveva ormai raggiunto le più alte vette della sofisticazione informatica.

Un giorno, esausto dal protratto sforzo di concentrazione, decise di prendersi una pausa e di mettere alla prova la sua creazione. “Prevedi di riuscire a pensare come un essere umano?” – inserì la sua query quasi per gioco, prima di premere “Invio”. La domanda non era delle più semplici, ed il giovane ed appassionato progettatore poteva quasi immaginare le goccioline di sudore digitali che cominciavano ad imperlare i circuiti della macchina sovraccarica.  Alla fine lo schermo divenne nero, e dopo qualche secondo che dovette sembrare eterno, comparve la scritta: “Questo mi ricorda una storia…”  [1]

 

[1] Si tratta della mia personale rivisitazione del racconto di Gregory Bateson (chi legge mi perdoni per aver osato tanto!) che potete trovare nel suo “Mente e Natura”.

 

Bibliografia

Barker, P. (1987). L’uso della metafora in psicoterapia. Roma: Astrolabio.

Bateson, G. (1984). Mente e natura. Un’unità necessaria. Milano: Adelphi.

Damasio, A. (1994). L’errore di Cartesio: emozione, ragione e cervello umano. Milano: Adelphi.

Damasio, A. (1999). Emozione e coscienza. Milano: Adelphi.

Gordon, D. (1992). Metafore terapeutiche. Modelli e strategie per il cambiamento. Roma: Astrolabio.

Muriana, E., Verbitz, T. (2017). Se sei paranoico non sei mai solo. Dalla diffidenza al delirio paranoico. Roma: Alpes.

Nardone, G, De Santis, G. (2011). Cogito ergo soffro. Quando pensare troppo fa male. Firenze: Ponte alle Grazie.

Nardone, G., Watzlawick, P. (1990). L’arte del cambiamento. La soluzione dei problemi psicologici personali ed interpersonali in tempi brevi. Firenze: Ponte alle Grazie.

Paoli, B. (2014). Come parla un terapeuta. La ristrutturazione strategica. Milano: Franco Angeli.

Watzlawick, P. (1980). Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica. Milano: Feltrinelli.

ADESSO COSA PENSI?