La psicoterapia, da quando è nata (qualcuno direbbe da quando è stata inventata, oppure chiamata così, che poi è la stessa cosa) ha sempre cercato di rivedersi, ricostruirsi, ri-immaginarsi da più punti di vista.

Sempre in prima linea nel recepire le elaborazioni epistemologiche o filosofiche, ma anche quelle sociologiche e antropologiche; e forse non può essere altrimenti, trattando del cambiamento delle persone, di quel materiale umano che più fluido e cangiante di così, da caso a caso, da decennio a decennio, di regione in regione, non potrebbe essere.

Da più parti, un esempio su tutti riguarda concetti, immagini, modalità e suggestioni importate dalla Cina (vedi Jullien, 2014): c’è chi vede parallelismi fra lo zen (il ramo del buddhismo nato in Cina come “Chan”) e la psicoterapia (vedi Fromm, Suzuki e De Martino, 1968 oppure Liebermeister, 2010), chi trova nelle arti marziali metafore valide per descrivere determinate ‘manovre’ terapeutiche (ad esempio, vedi Watzlawick, 1980 e Saposnek, 1980), chi identifica specifici aspetti utili all’”importazione”. Ma quali sono i componenti della cultura cinese che più hanno ispirato gli psicoterapeuti occidentali?

Più Altro di così non si può

Come ci fa notare Cheng (2000) la cultura cinese costituisce l’Altro per eccellenza; colei che, pur avendo generato scuole di pensiero che si sono confrontate per secoli, affinandosi, definendosi o al contrario diluendosi le une con le altre, lo ha fatto con categorie di pensiero talmente distanti da quelle occidentali da costituire una valida prospettiva con la quale osservarci (Jullien, 2006), nei nostri comportamenti, come nei pensieri.

È il caso, ad esempio, del concetto di felicità, ritenuto una “moderna ossessione” a detta di alcuni studiosi (Burnett, 2012): se è noto, infatti, che lo sforzarsi di sentirsi bene o di non avere pensieri negativi possa avere degli effetti paradossali, incrementando drammaticamente il senso di malessere (vedi Muriana e colleghe, 2006), la tradizione cinese risolve il problema non ponendoselo neanche.

L’aforisma di Francoise Jullien, famoso sinologo: “Nutrire la vita senza aspirare alla felicità” (anche titolo del libro omonimo) mira a descrivere la completa assenza, nella cultura cinese, di una concettualizzazione della felicità. Ma, al contrario, del suo utilizzo dell’idea di nutrimento, funzionale alla durata e alla qualità della vita.

Tao e cambiamento  

L’antico libro dei Mutamenti (Veneziani & Ferrara, 1995) ci restituisce la prospettiva cinese del cambiamento: quello della costante trasformazione all’interno della quale ogni eccesso si rivolta su sè stesso diventando il suo opposto.

La luce contiene i semi del buio e (di fatto) rende possibile l’ombra, l’odio si definisce come opposto dell’amore (ma è esempio di legame altrettanto forte), la paura affrontata diventa coraggio. Gli opposti si compenetrano e si presentano in una rotazione costante che, senza pause, racconta l’eterno susseguirsi degli eventi.

Utile griglia per leggere il cambiamento terapeutico il quale, per essere tale, deve costituirsi come un processo che trascende la cristallizzazione delle definizioni diagnostiche e descrittive.

Esse, infatti, se rischiano di diventare profezie che si autorealizzano da un lato (leggi qui), dall’altro appaiono moltiplicarsi sempre più, perdendo inevitabilmente utilità clinica (Frances, 2013). Un pensiero di processo (Jullien, 2008) permette di uscire da tali logiche, basate su realtà che reificano sè stesse. 

Allusività e metafora

Spesso ridotta a semplice pre-filosofia dagli studiosi occidentali (Cheng, 2000), la tradizione cinese mira a far sentire la suggestione che vuole lanciare piuttosto che a spiegarla.

Punta, tramite l’uso delle immagini, delle piccole storie, di racconti fulminanti, a trasmettere l’apertura mentale di metafore che lasciano intravedere una possibilità di reale, piuttosto che rinchiudere quest’ultima in descrizioni che la limiterebbero, seppur definendola più precisamente.

Una modalità quella allusiva e metaforica, molto utilizzata anche dalle terapie ipnotiche, sistemiche e strategiche, che non di rado si pongono l’obiettivo di aprire un ventaglio di possibilità, piuttosto che di indicare una direzione. 

La saggezza, o conoscenza applicata

Sempre seguendo Jullien (2002) apprendiamo che il saggio cinese, lungi dall’essere un mero accumulatore di conoscenza, si rappresenta come colui in grado di fonderla con l’esperienza, l’intuito e l’abilità strategica (vedi I 36 stratagemmi; Breccia, 2017).

L’abilità di utilizzare la conoscenza del mare per navigare (al posto di descriverlo), la conoscenza delle persone dentro l’interazione (al posto che lo studio di laboratorio), la consapevolezza delle leve del cambiamento per produrlo.

Si tratta, in altre parole, di un modo di concepire ciò che si conosce come mai completamente avulso dal modo in cui si esiste e ci si relaziona; in linea, in altri termini, con la psicoterapia la quale, come ci indicano Nardone e Salvini (2013), si identifica come “qualità emergente” della psicologia e della medicina, prendendo però le distanze da entrambe.

Ecco un esempio che racchiude in sè i vari punti citati.

Con il suo stile carico di fascino ed eleganza, Milton Erickson ci racconta di quando sua figlia rientrò a casa da scuola comunicandogli che intendeva fare come le sue compagne, sempre impegnate a mangiarsi le unghie. Si trattava infatti di  una nuova moda di classe, e lei voleva evitare di restarne esclusa. “Certo, capisco” replicò Erickson, “devi recuperare. Infatti scommetto che loro sono davvero brave ormai, mentre tu hai appena iniziato, ed è davvero importante per una ragazza essere alla moda. Allora dovresti esercitarti seriamente a mangiarti le unghie almeno tre volte al giorno per, diciamo, un quarto d’ora ciascuna”. Dopo qualche giorno ne riparlarono. “Sai papà” precisò la ragazzina “ho pensato di lanciare una nuova moda a scuola: unghie lunghe”. 

 

Riferimenti bibliografici 

Breccia, G. (2017, a cura di). I 36 stratagemmi. Le regole segrete della guerra. Milano: Oscal Mondadori.

Burnett, S. (2012). The happiness agenda. A modern obsession. New York: Palgrave McMillan. 

Cheng, A. (2000). Storia del pensiero cinese. Volume primo. Torino: Einaudi.

Erickson, M. H. (1982, a cura di Sidney Rosen). La mia voce ti accompagnerà. I racconti didattici di Milton H. Erickson. Roma: Astrolabio.

Frances, A. (2013). Primo, non curare chi è normale. Contro l’invenzione delle malattie. Milano: Bollati Boringhieri.

Fromm, E., Suzuki, D. T., De Martino, R. (1968). Psicoanalisi e buddhismo Zen. Roma: Astrolabio.

Jullien, F. (2002). Il saggio è senza idee o l’altro della filosofia. Torino: Einaudi.

Jullien, F. (2006). Nutrire la vita senza aspirare alla felicità. Milano: Raffaello Cortina.

Jullien, F. (2008). Sull’efficacia. Cina e Occidente a confronto. Milano: Il Sole 24 Ore.

Jullien, F. (2014). Cinque concetti proposti alla psicoanalisi. Brescia: La Scuola.

Liebermeister, S. (2010). Lo zen e l’arte di fare terapia. Milano: Urra.

Nardone, G., Salvini, A. (2013, a cura di). Dizionario internazionale di psicoterapia. Milano: Garzanti.

Saposnek, D. T. (1980). Aikido: A model for brief strategic therapy. Family process, 19(3), 227-238.

Veneziani, B., Ferrara, A. G. (a cura di, 1995). I ching. Il libro dei mutamenti. Milano: Adelphi. 

Watzlawick, P. (1980). Il linguaggio del cambiamento. Milano: Feltrinelli.

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Giacomo Crivellaro
Psicologo Psicoterapeuta, collaboro come Psicoterapeuta ufficiale e ricercatore con il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. Ho approfondito il trattamento dello stress post-traumatico con la metodologia Traumatic Incident Reduction (T. I. R.) e l’utilizzo dei Metodi Attivi presso la Scuola Italiana di Playback Theater. Membro del comitato scientifico dell’associazione Sentire le Voci, opero come libero professionista negli studi di Firenze e Parma. Lettore curioso e scrittore appassionatamente dilettante, sono alla ricerca di modi sempre nuovi per comunicare e costruire relazioni e cambiamento. Contatti: info@giacomocrivellaro.it

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