Un po’ di tempo fa sono andata a chiedere supporto per degli strascichi di un disturbo che mi ha accompagnato per diversi anni. La fondatrice del centro presso cui mi sono recata, che già conoscevo da diverso tempo, poco prima della fine dell’incontro mi ha detto: “tesoro, ma tu sei depressa”.

E così mi ha proposto di mettermi in contatto con una psichiatra, per avere un suo parere, e eventualmente per farmi prescrivere degli Serotonin Selective Reuptakers Inhibitors (antidepressivi). “Non sono depressa”, ho risposto io.

Non ne abbiamo più parlato, sono uscita e nelle settimane successive, durante le quali ho continuato (e tutt’ora continuo) a frequentare lei e il centro, ho cominciato effettivamente a sentirmi depressa. Forse, semplicemente, ho iniziato a vedere la mia depressione.

Gli scoppi di pianto improvvisi, la totale mancanza di voglia di fare cose, l’incapacità di concentrarmi a lungo su un compito, la mancanza di entusiasmo, di desideri che non siano prettamente sensoriali (vicinanza fisica, mangiare, dormire), hanno assunto un’intensità e un significato diversi.

Stanchezza… quanta stanchezza! Le giornate si sono fatte sempre più lunghe, sempre più pesanti. Io sempre meno interessata alla vita. Gli sbalzi di umore all’ordine del giorno e la stanchezza costante. Ho cominciato ad avere sempre più paura a scegliere, a dire di no, a definirmi.

Un giorno ho quindi deciso di prendere appuntamento con la psichiatra.

La incontro ed è una donna simpatica e rassicurante. Non appena la vedo mi metto a piangere, segno così un punto a favore l’ipotesi depressione. Merda, mi dico. Parliamo un po’, e capisco che anche lei vuole darmi gli SSRI.

Le esprimo tutte le mie paure e circospezioni: crea dipendenza? Posticipa il problema? Sarò rimbecillita? Gli altri se ne accorgeranno? Risponde a tutte le mie domande e mi dipinge un quadro piuttosto rassicurante e, detto tra noi, a tratti seducente.

Mi fa la prescrizione e già il giorno dopo compro il farmaco. Questo blister viaggia nel mio zainetto, giorno dopo giorno, mentre dentro di me si animano voci contrapposte.

Prendila. Olivia. Prendila.

Resisti, Olivia, Resisti.  

Un’oscillazione costante tra due forze distinte.

Il tutto poi si è ridotto a un dubbio fondamentale: e se questa mia piccola depressione fosse indicativa di qualcosa della mia esistenza che ha bisogno di essere ridefinito, di essere ascoltato? Se fosse il segnale di un cambiamento che deve avvenire, il sintomo di un processo interno in atto che deve per forza fare il suo corso?

Esistono delle teorie psicologiche secondo le quali la depressione avrebbe un volto adattivo. Una delle idee attualmente più conosciuta riguarda l’ipotesi della ruminazione analitica. Questa teoria è stata proposta nel 2009 da Paul Andrews, psicologo evoluzionista, e da J. Anderson Thimson, psichiatra [1]. Secondo questi autori, i sintomi fisici e mentali della depressione formerebbero un sistema organizzato: l’anedonia, ovvero la mancanza di piacere e interesse nella maggior parte delle attività, la ruminazione (l’ossessività circa le fonti del proprio dolore) e un aumento delle abilità analitiche sarebbero tutti meccanismi volti a promuovere una ricerca di soluzioni alternative.

In quest’ottica, c’è una frase della psichiatra che mi aveva colpito in maniera particolare: “non devi pensare che il farmaco ti risolva i problemi, la strada la devi fare comunque da te, ma nel frattempo eviti di perdere il lavoro, di fare le scelte sbagliate, che il tuo fidanzato ti tradisca”.

Non male, vero? Eppure c’è qualcosa che non mi convince appieno. Forse devo proprio perdere quel lavoro, forse devo prendere le scelte apparentemente sbagliate (magari non il fidanzato che mi tradisce), forse devo veramente sentire quel vuoto e dolore che ho riempito fino ad oggi di oggetti, di azioni, di entusiasmi reattivi funzionali a una mia sopravvivenza volta ad evitare il confronto con il silenzio.

Sulla scia di queste riflessioni, per ora ho scelto di essere “depressa”. Ho scelto di abbandonarmi languidamente a questo stato di assenza di entusiasmo e di stanchezza, fiduciosa del fatto che sia uno stato transitorio e necessario. Ho scelto di mantenere il contatto con quel senso di tristezza e di svogliatezza.

Ho detto di no a degli impegni lavorativi che non mi convincevano del tutto, sforzandomi di non sentirmi in colpa. Mi sono confrontata con il vuoto del non avere niente da fare. Del non essere la preferita. Di non essere perfetta. Di non stare a mille. Ho cominciato ad ascoltarmi come non mi sono mai ascoltata prima, e ciò che sento non è sempre piacevole.

Mi sono presa del tempo per sentire e smaltire quella tristezza da cui per anni sono scappata.

Se avessi preso i farmaci, mi chiedo, forse avrei mantenuto il lavoro da cui mi sono licenziata, forse ne avrei presi altri, forse sarei uscita molto di più, avrei fatto molte più amicizie, sarei stata sicuramente più energica e funzionale di quanto non sia oggi (e probabilmente anche più ricca).

Ma sarei stata meglio?

La mia speranza è che il contatto con questo vuoto possa portare a riempirlo in maniera diversa, più autentica e meno difensiva. A ricercare, sentire e vedere più lucidamente i bisogni miei e del mondo che mi sta intorno, a negoziare con maggiore consapevolezza, a lasciare che questo grigio si trasformi in una tela bianca, libera di tingersi di mille colori.

E qui si annida, secondo me, il nocciolo della questione: è chiaro che questo esperimento posso farlo solo perché ad oggi non sto così male (mi alzo dal letto, non sempre a fatica, interagisco, un po’ riesco a lavorare, e mi nutro serenamente) e soprattutto perché sono tanto fortunata da avere delle persone che mi sostengono, emotivamente ed economicamente, in questo periodo di rallentamento e di scoperta.

Infatti, sospetto che gli antidepressivi e le etichette a volte sopperiscono a quelle che sono delle mancanze economiche, culturali, e di tempo.

Non è sempre così, non voglio mandare un messaggio anti-psichiatrico. Di fatto i farmaci e le diagnosi possono essere una salvezza, le patologie esistono, e devono essere curate adeguatamente. La gravità dei sintomi e del dolore è a volte insopportabile e probabilmente priva di senso, oltre che dannosa per la salute.

Mi chiedo però quale sia il limite, quale sia il limite della sopportazione propria e di quella altrui. Mi chiedo se veramente possano esistere delle depressioni adattive, e se sì come si faccia a distinguerle.

E soprattutto mi chiedo se oggi, con la scusa della malattia, non si abusi dell’etichetta e della diagnosi, dei farmaci e delle cure rapide, senza prendere in adeguata considerazione ciò che il sintomo ci sta dicendo. Ciò che la nostra anima ci sta segnalando.

In un mondo come quello di oggi in cui tra lavori frenetici, alcool e droghe il tempo sembra non esserci e in cui il silenzio sembra essere uno scomodo compagno, io credo che a volte, gli stati depressivi debbano essere accolti e vissuti, con l’obiettivo di riconnettersi al senso della propria esistenza e di aumentare l’affiliazione, la richiesta di aiuto e la capacità di essere profondamente in relazione.

Per ora, propongo la mia esperienza come testimonianza in divenire, sulla quale se vi interessa vi terrò aggiornati. Cercherò di comprendere se e fino a che punto questo contatto con la vulnerabilità possa essere utile e trasformativo e quanto resisterò.

Mi piacerebbe conoscere e condividere le vostre esperienze, e sapere: voi cosa ne pensate?

 

[1] Andrews, P.W. & Thomson Jr., J.A.(2009).The bright side of being blue: Depression as an adaptation for analyzing complex problems. Psychological Review 116, 620-654

 

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