“Contare ci dà un’identità definita. L’unica cosa che dà senso alla nostra vita è la consapevolezza che siamo destinati a morire. Tutti quanti. È questo a rendere importante ogni minuto che passa.

Se non fossimo in grado di contare i giorni, le ore, le persone che abbiamo amato… niente avrebbe senso. Senza i numeri la nostra vita sarebbe approssimativa, imperfetta. Contare, sommare, misurare, scandire il tempo. Ecco cosa ci rende umani”.

È questa la filosofia di Grace, 35 anni, che non può fare a meno di calcolare ogni cosa: i passi necessari per coprire il tragitto da casa al suo bar preferito, i semi di papavero presenti nella sua fetta di torta all’arancia, la lunghezza della frangetta.

Poiché se il mondo che ci circonda è dominato dal caos e il proprio Sé privato (Josephs, 1992) cela fantasmi senza forma che si agitano senza sosta, almeno aggrapparsi a delle piccole sicurezze rende tutto meno spaventoso.

Avere un grafico dove segnare tutti i giorni le temperature massime e minime e, una volta regolati orologio e sveglia, sapere che alle 5:55 bisogna svegliarsi e alle 21:30 ci si deve preparare per andare a letto, questo sì che è un sollievo!

E poi contare… contare, tutto su base 10, come le dita delle mani e dei piedi, la natura ci ha reso tutto più facile: 10 cose all’ora, 10 acini d’uva per lo spuntino, 10 minuti di doccia.

E quando non si presta attenzione a questi dettagli i numeri sembrano aspettare? Sì, se stai parlando con qualcuno, ma subito dopo meritano la tua illimitata attenzione.

Non hai contato i 10 gradini grigi di cemento con al centro una striscia antiscivolo? Sei un’ingrata nei confronti di quei gradini che si sono fatti carico del tuo peso senza lamentarsi, quindi è giusto tornare indietro e contarli questa volta uno a uno. Ecco, 10.

Le persone ossessivo-compulsive investono enormi quantità di energia per mantenere i loro rigidi schemi adattivi, d’altronde nulla di ciò che si fa è senza sforzo. Ma il mondo è mutevole si sa, e quando non si può accontentare il Super-io che reclama ordine e disciplina capita di perdere il controllo:

“Ecco cosa succederà ora: entrerò nel mio solito bar e prenderò il tavolo a partire dall’angolo in fondo a sinistra.

Niente tavolo, già occupato.

Respiro più in fretta, mi manca l’aria. Se non riesco a sedermi non posso ordinare la mia fetta di torta e non potrò contare i semi e sapere in quanti morsi dovrò finirla. Sono spacciata, sono in balìa del vento, sento dei crampi allo stomaco. Forse è colera. Molto presto tutto quello che ho dentro verrà espulso”.

Ossessioni: pensieri egodistonici ricorrenti

Compulsioni: azioni ritualizzate che devono essere compiute per alleviare l’angoscia.

Secondo Grace niente di tutto questo; contare nel tempo è solamente diventata l’impalcatura della sua vita. Non ha niente a che vedere con quei pazzi che si lavano in continuazione le mani, perché se i batteri si trovano lì una ragione ci deve essere!

Neanche la terapista la capisce, diventa ad ogni incontro sempre più irritabile, come se lei contasse apposta per farle un dispetto, quindi meglio abbandonarla e lasciarla tranquilla.

L’irritazione controtransferale è una reazione tipica dei clinici di fronte a questi pazienti, ai loro pensieri tortuosi senza apparente via d’uscita.

Il processo psicoterapeutico implica una messa in discussione di sé, del proprio mondo, un cambiamento, proprio la resistenza è una delle operazioni difensive che più si manifestano tra i pazienti.

La tendenza è quella di aggrapparsi tenacemente a ciò che dà più sicurezza nella propria vita, come Grace che si affida ai suoi complicati ma affidabili ragionamenti…

Una “brava paziente”, seria e coscienziosa, che vuole collaborare ma che in realtà nasconde una bambina minacciata dall’ignoto: emozioni, reazioni incontrollabili… cosa succederà? “La terapista mi cambierà, non sarò più la stessa!”

Diventando grande ha capito che è meglio non parlare di numeri con gli altri, nascondere le contrazioni involontarie, quelle dita che si muovono senza sosta per categorizzare tutto l’esistente. Ssshh è un segreto!

Il Sé pubblico deve rimanere quello di una persona socialmente adeguata alle situazioni, un lavoratore serio e responsabile, come la maestra Vanderburg che trasmette ai suoi piccoli alunni l’amore per i numeri e racconta storie di fobie e ossessioni (chissà perché…).

Purtroppo i genitori non approvano… ed è così che Grace deve lasciare il suo lavoro, l’unica cosa che le procurava un genuino desiderio di piacere:

“Adesso sono in malattia. Sono incapacitata, così dicono tutti, e non sono più in grado di lavorare”.

E l’amore, quello con la A maiuscola esiste nella sua vita? Ogni tipo di distrazione può generare un disastro, lei lo sa bene. L’unico amore consentito è il grande Nikola Tesla, scienziato ingenuo e sfortunato, una vita al secondo posto, dopo Edison che invece era il ritratto dell’ambizione.

Anche lui ossessionato da pensieri disturbanti, abituato a contare il volume cubico di ogni piatto o bicchiere alla sua tavola; occhi blu e penetranti, elettrizzante per così dire, è lui il protagonista dei suoi sogni proibiti.

Fino all’arrivo di Seamus, che mette in serio pericolo la sua stabilità tanto difesa, facendole perdere il controllo. Le relazioni d’intimità infatti possono essere molto minacciose

“Meglio che se ne vada, comunque prima o poi mi abbandonerà, preferisco passare la serata a contare le setole del mio spazzolino da denti. 1768 setole per la precisione”.

La paura infantile di non essere valorizzati e considerati induce queste persone a ritenere che gli altri preferirebbero non avere a che fare con loro; a questa paura può contribuire l’alto livello di aggressività inconscia.

Seamus invece prova fino allo sfinimento a sciogliere quell’intricato groviglio di paure e nevrosi che sono parte di Grace, facendola ritornare indietro nel tempo.

Si pensa che ci sia un’eziologia familiare nella diagnosi di tale disturbo (Samuels, 2000). Nel caso di Grace è proprio così:

“Dentro casa tutto passava dallo stato solido a quello liquido. Si lavavano tutte le lenzuola e le coperte, si svuotavano tutti gli armadietti controllando bene ogni tubetto e ogni scatoletta. Si insaponavano, strofinavano e si mettevano ad asciugare al sole tutti i contenitori. Mia madre sentiva il disperato bisogno di lavar via qualcosa, di bruciarlo, sciacquarlo a ogni costo”.

Molte famiglie adattano il proprio funzionamento al disturbo attraverso una partecipazione attiva ai rituali, costretti a fare determinate cose per evitare la rabbia e la violenza del paziente (Calvocoressi, 1995), come accadeva a Grace, a suo padre e a sua sorella Jill.

Ma è anche un altro episodio che resterà indelebile nella sua memoria, a segnarla per sempre:

“Un giorno me lo sono dimenticato. E lui è caduto giù dalle scale”.

Grace e la paura di non essere considerata una bambina meravigliosa. Sola, senza mamma o papà a consolarla, a dirle che è stato solo un tragico incidente…

Da bambini l’esperienza di queste persone è stata quella di non essere sufficientemente valorizzati, a fronte di una congenita mancanza di fiducia in se stessi.

Desiderio nostalgico di dipendenza, rabbia nei confronti di figure genitoriali fredde e distanti spingono alla ricerca di una perfezione che magari negli anni potrebbe concedere la stima e l’approvazione che è sempre mancata loro.

Il genitore trasformato in un Super-io severo che vuole sempre di più dal paziente; una lotta contro i mulini a vento, Don Chisciotte disperato che non riesce a fare mai il proprio dovere.

Seamus riuscirà con la sua spontanea normalità a spazzare via anni di meticolosa routine?

Vi invito a sfogliare il romanzo “La donna che amava i numeri” di Toni Jordan e ad entrare nella vita privata di una paziente con disturbo ossessivo-compulsivo, buona lettura!

 

BIBLIOGRAFIA

  • Calvocoressi, L., Lewis, B., Harris, M. et al. (1995). Family accomodation in osessive-compulsive disorder. American Journal of Psychiatry, 152.
  • Jordan, T. (2008). La donna che amava i numeri. Milano: RCS libri.
  • Josephs, L. (1992). Character Structure and the Organization of the Self. New York: Columbia University Press.
  • Samuels, J., Nestadt, G., Bienvenu, O.J. (2000). Personality disorders and normal personality dimensions in obsessive-compulsive personality disorder. In Br. J. Psychiatry, 177.

 

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Emanuela Fici
Sono Emanuela Fici, 32 anni, vivo in Sicilia, a Corleone. Laureata nel 2013 in Psicologia clinica dell’arco di vita presso l’Università degli Studi di Palermo, ho seguito un Master in Gestione delle Risorse Umane che mi ha permesso una bella esperienza in ambito “Relazione Cliente” nella GDO. Nel 2015 mi sono abilitata Psicologa. Mi sono occupata di comunità per minori in fase di adozione/affido e MSNA in qualità di Educatore. Ho scritto articoli di ricerca riguardanti adolescenza e maternità in adolescenza per The International Journal of Humanities & Social Studies e Psicologia Clinica dello Sviluppo. Mi sono occupata di Peer Education in collaborazione con le scuole superiori statali e il distretto socio-sanitario del mio paese. Continuo a lavorare per il mio territorio con il Progetto IndipendenteMente, sostenuto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e da varie associazioni locali, dedicato a persone con difficoltà psichiche e psichiatriche. Sono inoltre un’Assistente all’autonomia in una scuola dell’infanzia di Palermo. Contatti: emanuelafici@virgilio.it

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