Per chi affronta la lunga ed accidentata strada per diventare psicologo (un po’ come quella affrontata dalla Compagnia ne “Il Signore degli Anelli”) sa, o meglio, viene a sapere strada facendo che prima di arrivare alla Clinica dovrà passare per le forche caudine dei primi anni di università, fatti di molti esami apparentemente inutili e rognosi come Psicologia Generale.

Psicologia Generale non sarebbe poi così malaccio, visto che dovrebbe fornire una panoramica dei principali studi di psicologia sperimentale da quando il buon Wundt fondò il suo laboratorio a Lipsia nel 1879. Tuttavia la vastità del programma non permette di andare in profondità nei diversi argomenti, che vengono quindi affrontati in modo disarticolato e superficiale, spesso limitandosi agli studi “classici” relativi alle principali funzioni psichiche e lasciando nello studente una certa delusione ed insoddisfazione.

È con questo spirito un po’ critico (non me ne voglia la docente di Psicologia Generale) che vorrei affrontare il tema della Memoria, provando ad assumere una prospettiva diversa e cercando di risvegliare in chi è deluso la meraviglia assopita.

Che cosa è la memoria? Potremmo definirla come l’insieme dei processi cognitivi di codifica, conservazione e recupero delle esperienze passate.

Tuttavia, a pensarci bene, potremmo dire che la memoria coincide con noi stessi: la nostra personalità non è forse data dall’interazione dei nostri tratti temperamentali – ereditati e quindi biologicamente determinati – con l’insieme delle nostre esperienze passate prima corporee e poi verbali? Che cosa rimane di noi, persa la memoria?

Un tragico esempio ci viene fornito dai soggetti affetti da Alzheimer, che i familiari spesso descrivono – nelle fasi conclusive della malattia – come “gusci vuoti”. In un certo senso, potremmo dire che la memoria sia la nostra anima, il nostro “soffio vitale”.

Forse, non a caso, si dice che si muore due volte: una volta quando il respiro lascia il corpo e, l’altra, quando l’ultima persona pronuncia il nostro nome e non rimane più nessuno a ricordarci.

La stretta relazione tra la memoria ed il nostro essere sembra in effetti essere stata colta fin dall’antichità, in cui si riteneva che la sua sede non fosse il cervello ma il cuore: “ricordare”, infatti, viene dall’unione della particella latina [re-] (di nuovo, addietro) ed il termine [cor, cordis] (cuore). Ancora oggi, nella lingua francese ed inglese, ricorrono le espressioni “apprendre par coeur” o “to know by heart” cioè, letteralmente, “imparare a memoria”.

A differenza del sentire comune, la memoria non è come una VHS o un CD – ROM. Non è una registrazione immutabile e fedele di quanto ci è successo ma una narrazione in continua evoluzione

Di una data esperienza tendiamo a ricordare solo pochi dettagli importanti e le parti mancanti verrebbero ricostruite sulla base dei nostri schemi di significato, che possono anche modificarsi nel corso del tempo. Ciò è funzionale per la nostra sopravvivenza: ricordare dettagliatamente tutto ciò che ci è successo, oltre a richiedere una potenza di calcolo e una capacità di stoccaggio delle informazioni superiore alle nostre capacità, renderebbe il comportamento poco fluido e reattivo.

Per questo motivo non dobbiamo stupirci se, pur avendo vissuto lo stesso evento, noi ed i nostri familiari o amici ricordiamo cose diverse o addirittura discordanti; così come non deve stupire che, a distanza di tempo, qualcuno ci faccia notare che i nostri ricordi sono cambiati.

Alla luce di queste osservazioni l’utilizzo dei testimoni oculari in ambito giudiziario viene svolto con cautela, in quanto i loro ricordi possono essere influenzati dai loro schemi di significato e da domande fuorvianti poste dall’interrogante.

Per esempio, in un esperimento del 1974 Loftus e Palmer hanno mostrato a dei soggetti sperimentali dei filmati di incidenti d’auto e, successivamente, hanno chiesto loro di fare una stima della velocità con cui i veicoli si erano toccati, urtati, scontrati, entrati in collisione o sfasciati: quello che si è osservato fu che le stime erano direttamente collegate alla forza dell’impatto sottintesa dal verbo utilizzato dallo sperimentatore.

Inoltre, in un esperimento analogo, quando ad una settimana dalla visione dei filmati ai soggetti sperimentali venne chiesto di riferire se avessero visto dei vetri rotti (che nei video non c’erano) coloro che avevano udito il verbo sfasciare dicevano con maggiore frequenza di sì: quindi, semplicemente il modo in cui viene posta una domanda è in grado di modificare il nostro ricordo degli eventi.

La memoria è qualcosa di vivo, dinamico, e questo Freud lo aveva ben compreso. Se la memoria siamo noi e alcuni eventi che abbiamo vissuto risultano inaccettabili e di valenza traumatica, come ad esempio un abuso sessuale perpetrato da una figura genitoriale, per salvare noi stessi, allora, tale materiale sarà rimosso dalla coscienza e relegato nell’inconscio: non ne avremo quindi più consapevolezza, ma da quelle profondità continuerà ad influenzarci sotterraneamente in quanto rimosso, ma non cancellato.

Queste riflessioni derivate dall’osservazione di pazienti isterici non furono delle note a margine della teoria freudiana, ma costituirono la pietra d’angolo per la costruzione della psicoanalisi. Forse, però, nei corsi di Psicologia Generale non se ne parla abbastanza.

Oggi, l’incapacità di ricordare importanti informazioni autobiografiche, di solito di natura traumatica o stressogena e che non può essere spiegata da semplice dimenticanza, viene chiamata amnesia dissociativa.

Di solito riguarda uno o più eventi specifici (amnesia circoscritta/selettiva – la più frequente), tuttavia a volte può consistere in un’amnesia generalizzata per la propria identità e la propria storia di vita personale, che può portare anche a delle “fughe dissociative” – cioè un vagare disorientato oppure, più raramente, un viaggio intenzionale di allontanamento dai luoghi usualmente frequentati. Eccone un esempio:

Il 17 gennaio 1887 il reverendo Ansel Bourne, di Greene, prelevò 551 dollari da una banca di Providence con cui pagare un terreno a Greene, pagò alcuni conti e a Pawtucket salì su un omnibus a cavalli. Questo è l’ultimo evento che si ricorda. Non fece ritorno a casa quel giorno e non si seppe nulla di lui per due mesi. Sui giornali apparve la notizia della sua scomparsa e si sospettò che fosse stato ucciso, ma la polizia cercò invano nei dintorni. La mattina del 14 Marzo a Norristown, in Pennsylvania, un uomo, il Signor A. I. Brown, che aveva affittato un piccolo negozio sei settimane prima, fatto scorte di cancelleria, dolciumi, frutta ed oggetti vari e portava avanti il suo commercio in modo tranquillo, senza sembrare strano o per nulla eccentrico, si alzò spaventato e chiamò le persone della casa per chiedere dove si trovasse. Disse che il suo nome era Ansel Bourne, che non sapeva nulla di Norristown, che non era un commerciante, e che l’ultima cosa di cui si ricordasse, come se fosse il giorno prima, è che stava prelevando dalla banca. […] Era molto debole, aveva perso forse più di 10 kg in quel periodo ed era tanto orripilato dall’idea del negozio di dolciumi che rifiutò di rimetterci piede” (James, 1890, pp. 391 – 393)

In ogni caso, le amnesie dissociative sono solo una parte della storia. Il loro contraltare è rappresentato dalle memorie flash o fotografiche (flashbulb memories), cioè dei ricordi chiari, vividi, ricchi di dettagli nella loro sequenza anche a distanza di molti anni e verso i quali i soggetti non nutrono il minimo dubbio, come se avessero vissuto quegli eventi un attimo prima.

Avete presente quando stavate guardando la Melevisione con Tonio Cartonio e ad un certo punto il programma è cessato e di fronte a voi vi siete trovati le Torri Gemelle in fiamme? Ecco, quella lì è una memoria flash. E non siete soli, ma potreste essere in buona compagnia.

A volte l’individuo può perdere il controllo di queste memorie, che possono presentarsi in modo involontario, ricorrente ed intrusivo nel sonno attraverso gli incubi o, nella veglia, sotto forma di flashback, per cui l’evento viene rivissuto in modo talmente vivido da essere portati a pensare che stia effettivamente accadendo di nuovo.

Tale sintomo è tipico del disturbo post-traumatico da stress (PTSD), le cui prime descrizioni risalgano secondo alcuni all’Epopea di Gilgamesh e all’Iliade ma il cui studio rigoroso è avvenuto solo a partire dal primo conflitto mondiale quando, a causa dei numerosi casi di pazzia riscontrati nei soldati stipati nelle trincee, si incominciò a parlare di “nevrosi di guerra”.

Più in generale, il PTSD non è frequente solo tra i soldati ma in tutti coloro che sono stati esposti a situazioni di morte reale o minaccia di morte/grave lesione/violenza sessuale per sé stessi e/o per altri e consiste nella presenza di sintomi intrusivi (come ricordi ricorrenti e spiacevoli, incubi, flashback), evitamento degli stimoli associati all’evento traumatico, alterazioni negative della cognizione e delle emozioni (come amnesia dissociativa, persistenti ed esagerate convinzioni negative relative a sé/altri/mondo, persistenti emozioni di rabbia/orrore/paura/vergogna ed incapacità di provare soddisfazione/gioia/felicità, sentimento di distacco od estraneità verso gli altri) ed alterazione dell’arousal e della reattività (come insonnia, difficoltà di concentrazione, irritabilità ed esplosioni di rabbia, ipervigilanza) che comportano un disagio clinicamente significativo e/o una compromissione nel funzionamento sociale, lavorativo o altre aree importanti.

Insomma, la memoria è ben di più che un insieme di magazzini di memoria sensoriale, a breve termine e a lungo termine in cui la durata di mantenimento dell’informazione è stata indagata con certosina quanto ossessiva precisione ed il cui meccanismo principe di consolidamento sarebbe la ripetizione (gloria a te Sant’Ebbinghaus).

Per carità, tutto molto interessante, ma forse il fatto che la memoria sensoriale avesse una durata di mantenimento dell’informazione di circa 2 secondi potevo anche farne a meno di saperlo o, comunque, lo trovo di scarsa utilità pratica.

Spero quindi che con questa breve digressione in espansione sulla memoria sia riuscito ad evidenziare come il mondo sia ben più vasto ed interessante del verde orticello proposto da esami come Psicologia Generale e simili; di aver disvelato connessioni e legami tra argomenti apparentemente distanti; di aver istillato una nuova speranza. Non demordete dunque studenti dell’oggi e psicologi del domani, perché il bello deve ancora arrivare.

 

BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA

American Psychiatric Association., (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM-5®). American Psychiatric Pub.

Comer R.J., (2013). Psicologia clinica. Utet Università.

Carlson N. R. et al., (2008). Psicologia: La scienza del comportamento. Piccin.

http://www.etimo.it/?term=ricordare

https://www.simplypsychology.org/loftus-palmer.html

 

APPROFONDIMENTI: http://www.ilpost.it/2016/07/31/memoria-infanzia/

 

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Francesco Latini
Nato ad Assisi e trasferitomi a Milano per motivi di studio, ho conseguito la laurea in Psicologia presso l’Università di Milano-Bicocca e, dopo un tirocinio professionalizzante svolto prima in una delle carceri milanesi e poi in una comunità psichiatrica, ho conseguito l’abilitazione alla professione. Attualmente sto svolgendo un master in psicodiagnostica finalizzato ad ottenere una migliore comprensione e manualità nei principali test psicologici presenti in Italia e, parallelamente, lavoro come Operatore di Comunità. Sfortunatamente curioso, sono soggetto a molti tiranni oltre alla Psicologia, quali la Storia, il Cinema e la Letteratura. Nel descrivermi piace pensarmi come ad un albero: in continua tensione tra Cielo e Terra. Contatti: franz.lat92@gmail.com

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