Il 18 giugno scorso l’Ordine Mondiale della Sanità ha rimosso la transessualità dall’ICD (International Classification of Diseases), determinando così che non si tratta di una malattia.

Quando venne depennata l’omosessualità dal DSM, nel 1973, Paul Watzlawick commentò acutamente che grazie ad un “tratto di penna” erano state curate milioni di persone. Scherzando non solo si può dire la semplice verità ma anche e soprattutto quella scomoda.

La scomodità nel caso dell’omosessualità nel DSM così come nel caso della transessualità sta nelle ragioni per cui sono state rimosse e per cui questo evento è positivo e necessario. La spiegazione ufficiale dell’OMS è che la transessualità non è una malattia in modo evidente.

Giustamente, la divergenza dalle aspettative, da alcuni comportamenti codificati, di per sé non può essere considerata una malattia.

Le ragioni però non sono esclusivamente accademiche: il fatto che la transessualità e l’omosessualità fossero considerate malattie o anche solo rispettivamente “disturbi” dell’identità di genere e della sessualità, genera stigmatizzazione verso le persone definite transessuali od omosessuali.

Watzlawick aveva sottolineato l’ambivalenza dell’etichetta, il potere che ha: la diagnosi facilita certamente l’aiuto alle persone che lo richiedono e necessitano, ma allo stesso tempo può causare conseguenze negative per le stesse persone e anche per tutte le altre che ricadono, volenti o nolenti, nella definizione e nella diagnosi.

Quello dell’identità di genere, di per sé, non è un settore di facile comprensione scientifica: esistono diverse idee su come si formi o quali siano le proporzioni delle variabili, se vi siano ragioni in prevalenza biologiche o evolutive. Uno degli ostacoli più grandi è infatti quello di considerare la divergenza come malattia.

Ad esempio il tentativo di suicidio tra le persone transessuali, in transizione o pre-transizione è più frequente che tra le persone cisgender (ovvero il cui sesso biologico e identità di genere non sono in conflitto). Questo fatto può far domandare se la tendenza sia dovuta ad un fattore intrinseco alla disforia o dovuto a fattori esterni.

Potrebbe sembrare scontato o evidente, secondo alcuni paradigmi, che il maggior tasso di suicidi sia dovuto a cause sociali come la stigmatizzazione: la dichiarazione dell’OMS contribuirà a far si che questa sia ridotta e verificare così quest’ipotesi.

Allo stesso tempo, dopo una valutazione più ponderata, ridurre lo stigma potrebbe rivelarsi insufficiente nel limitare la sofferenza intrinseca dovuta alla disforia, cioè la sensazione dolorosa di appartenere ad un sesso ma possedere il corpo e le caratteristiche di quello opposto e pertanto potrebbe ridurre solo in modo marginale il tasso di tentati suicidi.

Inoltre, sebbene la transizione possa essere la realizzazione di un bisogno importante per la persona con disforia, essa comporta uno sforzo enorme in termini emotivi e fisici: si tratta di affrontare diverse operazioni, anche con un certo pericolo e il rischio di non ottenere gli effetti sperati e non accettarsi completamente.

Dopo e durante il percorso di transizione tutta la vita sociale della persona viene coinvolta e modificata: le altre persone potrebbero cambiare atteggiamento drasticamente in negativo oppure non sapere più come interagire spontaneamente con la persona transgender.

Di conseguenza il tasso di ideazione suicida e di tentativo di suicidio tra le persone con disforia di genere potrebbe solamente ridursi, ma difficilmente fino alla media cisgender.

Grazie a movimenti sociali e politici oggi la transessualità viene accettata e vista non come una malattia, la scienza può contribuire a verificare dati reali e di conseguenza giustificare questa tendenza? Se possibile, è tanto difficoltoso quanto lavorare sull’opinione pubblica sull’identità di genere.

I dati scientifici prodotti fino ad ora propendono per una causa naturale della transessualità. Si può comunque ipotizzare che le persone con disforia costruiscano la propria identità di genere in un modo spontaneamente diverso dalle persone cisgender.

In altre parole potrebbero preferire e far proprie caratteristiche comportamentali del sesso desiderato durante la prima infanzia per ragioni non biologiche e nemmeno per influenze esterne. Quest’ipotesi deve però essere ancora testata e verificata.

A sostegno dell’idea che la transessualità sia un fenomeno che accade in natura Zhu e Cai (2006) osservano che alcuni individui maschi non ricevono lo stesso quantitativo di androgeni durante la gestazione, sebbene nascano con caratteri sessuali maschili la loro identità di genere è spontaneamente femminile.

Lo studio di Cohen-Kettenis et al. (1998) si focalizza invece sulle differenze nella lateralizzazione cerebrale tra maschi, femmine e come si collocano gli adolescenti in fase di transizione, sia da maschio a femmina che viceversa: questi ultimi presentano caratteristiche cerebrali e cognitive simili al genere desiderato ma in media non identiche.

Resta da chiarire se queste siano differenze dovute all’effetto degli ormoni o di costrutti individuali, ma fino ad ora nessun dato scientifico consente di ipotizzare una causa patologica della transessualità o di sostenere che sia essa stessa una patologia.

Presi in considerazione i dati scientifici, la decisione da parte dell’OMS di rimuovere la transessualità dall’ICD è un passo verso una maggiore accettazione e comprensione della transessualità nel mondo. Ciò che andrà approfondito è la natura del sostegno da fornire alle persone transessuali durante il loro percorso. Sarà anche necessario comprendere più a fondo l’identità di genere come costrutto individuale, per ridurre falsi positivi e falsi negativi al momento di decidere se intraprendere o meno un percorso di transizione.

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