Oggi parliamo di abiti! Gli affezionati lettori di Cultura Emotiva ricorderanno che avevamo già affrontato l’argomento, ma da un punto di vista psico-patologico (la “Sindrome da acquisto compulsivo”), qui invece direi che lo stile è molto più vicino a Tg2 Costume e Società…

Voglio farvi una domanda: cos’è per voi un abito? Un pezzetto di stoffa che usiamo per coprirci, direbbero in molti… E il make up, come lo definireste? Polveri e creme che utilizziamo per essere, o diventare, più belle.

Appunto, da una funzione meramente pratica siamo subito passati a una funzione molto più profonda di questi elementi, squisitamente psicologica: il desiderio e il tentativo di raggiungere la bellezza.

Sono varie le funzioni di un abito o di un trucco, le approfondiamo insieme?

Protezione

È la principale motivazione del vestire ed è la prima risposta che ci viene in mente quando chiediamo a cosa serve un abito.

Dall’età primitiva durante la quale erano utilizzate le pelli di orso fino agli abiti griffati e costosissimi di Calvin Klein e di Gucci ne è passato di tempo, ma la funzione fondamentale rimane pressoché la stessa: quel pezzetto di stoffa serve a difenderci dalle condizioni climatiche avverse e a salvaguardare il nostro corpo da possibili traumi e ferite.

È un dato di fatto e un elemento universale, ciò che cambia è il colore degli abiti da cultura a cultura e la modalità di indossarli.

In Senegal solitamente utilizzano colori accesi, tipici delle loro terre calde dominate dal sole. Si indossano meno abiti, in conformità alle temperature torride.

In Islanda tendono a indossare colori più vicini alla sfera cromatica del blu e del viola o tenui cromie del beige che richiamano i colori delle foreste innevate, e del cielo dell’aurora boreale. Alternano strati su strati di tessuto, proprio per evitare il rischio di raffreddamento.

Il caldo sinonimo di luce, protezione e maternità, il freddo simbolo di ostilità, buio, solitudine.

Pudore

Possiamo definirla un’altra forma di protezione, non più dagli agenti atmosferici ma dagli sguardi degli altri. Ci vestiamo per coprire parti del nostro corpo, di solito le parti genitali, anche se ciascun popolo individua parti culturalmente vietate all’esposizione pubblica.

Pensiamo alla donna Iraniana. L’abito nasconde parti del corpo che per cultura dovrebbero rimanere segrete a occhi estranei e prerogativa, in certi casi proprietà, esclusiva e assoluta del partner sessuale ufficiale.

È lui, infatti, che ha autorità su quel corpo e il gesto di coprirsi della donna segnala tale possesso. In questo modo la si protegge da possibili pericoli morali e si rinforzano le gerarchie legate al genere.

Attrazione sessuale

Naturalmente se per senso del pudore, si coprono certe parti del corpo, ciò conduce a uno spostamento dell’attenzione verso altre zone come gli occhi, le labbra, le mani, sottolineate attraverso l’utilizzo del kajal, dell’henne’ e clandestinamente anche dal rossetto e dagli smalti colorati.

L’abito e la decorazione corporea in un certo senso spostano l’attenzione, erotica e non, dal “corpo fisico” al “corpo vestito” costruendo quasi una corazza flessibile in grado di difendere dagli sguardi altrui eccessivamente ambigui.

Tuttavia, si tratta di elementi caratterizzati da vistosità e vivacità che paradossalmente non fanno altro che attrarre l’attenzione e la curiosità sessuale. Come testimonia il mondo animale, le penne e i colori sgargianti non sono soltanto utili per la protezione ma soprattutto come richiamo per l’altro sesso.

Rappresentano dei segnali visivi, metaforicamente dei coloratissimi fuochi d’artificio, che modificano in positivo l’immagine corporea e amplificano i naturali gesti di seduzione. In altre parole, sono dei trucchi!

Ci vestiamo e ci trucchiamo per piacere e per piacerci, consapevoli che anche gli altri fanno lo stesso con noi, per controllare in particolare le prime impressioni (Kaiser, 1985).

Confronto sociale

A questo punto è evidente che non ci vestiamo a caso ma secondo le situazioni, le persone e l’obiettivo che vogliamo raggiungere.

Se dovessimo andare a un colloquio di lavoro per una grande azienda come ci vestiremo: tailleur chic o minigonna di pelle e maglia panterata? Se ci teniamo alla salute del Responsabile delle risorse umane, forse è il caso di scegliere il primo outfit, molto più professionale…

L’abbigliamento viene considerato come canale privilegiato di presentazione di sé. Definisce la categoria sociale di appartenenza, i nostri stili di vita e contribuisce a negoziare la propria identità con gli altri.

Un ragazzo si siede accanto a noi sul tram: occhialoni spessi da miope, cuffie, smartphone in mano, camicia a quadri, nel complesso una mise trascurata, chi pensiamo che sia? “Sarà un nerd…” (versione riveduta e corretta del termine “secchione”).

Sono bastati dei dettagli superficiali per permetterci la descrizione di una persona sconosciuta, anche se soggetta a errori di valutazione, è chiaro, troppo immediata e superficiale…

Una dimensione che sta tra consapevole e inconsapevole, siamo i Social Manager di noi stessi.

La Schützenberger (1993) afferma come anche nella pratica psicoterapeutica sia molto utile puntare l’attenzione sull’aspetto esterno del proprio paziente, poiché “il corpo parla”:

“Come psicoterapeuta utilizzo tutti gli strumenti a disposizione nella mia pratica clinica: ascolto e osservo la comunicazione verbale e non verbale, l’espressione indiretta dei sentimenti attraverso il linguaggio del corpo, la postura, la gestualità mimica, l’occupazione dello spazio, i colori, gli abiti, i gioielli, l’acconciatura, il trucco. Tutto questo al fine di percepire dei segni che a torto o a ragione, mi sembrino significanti”. 

Festinger (1954) sostiene che la conoscenza/comprensione di se stessi passi necessariamente attraverso il confronto con le persone che ci circondano, anch’esse dotate di limiti e potenzialità. Tale confronto sembra essere tanto più utile quanto più gli altri vengono percepiti come simili a noi.  

Quando non conosciamo nulla degli altri, e poco di noi stessi, ci affidiamo in automatico a ciò che immediatamente percepiamo, e ciò che percepiamo è appunto affidato all’aspetto (Squicciarino, 1986).

La nostra tendenza ci spinge a ricercare chi è simile a noi, affidandoci in primo luogo all’apparenza fisica e di costumi. Le motivazioni possono essere varie: vogliamo proteggerci dalle influenze esterne che potrebbero cambiarci, per paura verso l’ignoto, perché in fondo ci va bene così e vogliamo continuare a sedimentare nel “sempre uguale”.

In questo caso “l’abito fa il monaco” perché effettivamente percepiamo positivamente un altro individuo se notiamo una certa congruenza tra l’aspetto esteriore e altre fonti informative che possono emergere in seguito al primo contatto, come le idee, le opinioni, le abitudini.

A maggior ragione se la consideriamo affine a noi, già quella persona può essere considerata un potenziale “alleato”.

Si verrebbe così a creare uno scambio di comunicazione simmetrica, basato proprio sul rispecchiamento con l’altro partner comunicativo e sull’uguaglianza percepita di elementi esterni e interni alla propria persona (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1971).

L’abbigliamento e il trucco rappresentano un’arma a doppio taglio: il loro carattere mutevole e variopinto, quasi creativo, mette facilmente in secondo piano la loro estrema utilità nell’interazione non verbale della specie umana.

Sono elementi da utilizzare con razionalità ed equilibrio, non bisogna lasciarsi dominare dall’esteriorità; il rischio è di apparire ridicoli e vuoti. Come afferma Aquilar (2006):

“Non ho niente contro il trucco femminile. È una bella cosa da sempre presente in varie forme nelle culture umane. Mi preoccupa quando sotto il trucco c’è un trucco per impedire a se stesse di vivere bene. Quindi, fai bene a farti bella, e a goderti l’essere bella, curata e fresca, e a goderti anche l’effetto-sul-mondo di questa tua presenza charmante. Vai bene anche così, e puoi paradossalmente essere ogni giorno migliore. Perché ogni giorno hai imparato qualcosa in più”.

 

BIBLIOGRAFIA

–          Aquilar, F. (2006). Le donne dalla A alla Z. Dizionario semiserio di psicologia femminile: per capire ed essere capite. Milano: Franco Angeli.

–          Festinger, L.(1954). A Theory of Social Comparison Processes. Human Relations, 7.

–          Gulotta, G. (2008). La vita quotidiana come laboratorio di psicologia sociale. Milano: Giuffrè Editore.

–          Kaiser, S.B. (1985). The social psychology of clothing and personal adornment. USA: Macmillan Publishing Company.

–          Schutzenberger, A.A. (1993). Aie, mes aieux! Paris: La Meridienne.

–          Squicciarino, N. (1986). Il vestito parla: considerazioni psicologiche sull’abbigliamento. Roma: Armando.

–          Tagliaferro, G. (2017). Conosci te stesso: Elementi di psicologia. Roma: Armando Editore.

–          Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1971). Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio.

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