Succede così, è mentre stai facendo qualcosa di assolutamente banale e routinario che fai un incontro speciale. Che sia una persona, una situazione o una cosa, poco importa. A me è successo con un libro.

Ero in stazione – luogo prediletto per incontri insoliti – in uno di quei fastidiosissimi tempi morti in attesa del treno. Lo vedo lì, poggiato sul ripiano, insieme ad altri. Una copertina blu notte con un piccolo spicchio di luna al centro, sorretta da due fili. Una delicata farfalla è poggiata sulla sua pancia.

Autore, titolo e sottotitolo sono scritti in minuscolo. Mi colpisce: solo una parola ha la lettera maiuscola, la “L” di Leopardi.

alessandro d’avenia “l’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita” 

Sarà che mi trovavo in un momento particolare della vita o che ho sempre pensato che “naufragare nell’infinito” non fosse una cosa così da pessimisti, ma sta di fatto che l’ho comprato.

Avevo bisogno di capire dove sta l’arte nell’essere fragili. Cosa c’è di artistico? Che significa? Perché vale la pena essere fragili, se significa soffrire?

Ho iniziato a leggere.

D’Avenia racconta di essersi sentito il destinatario di una lettera che il poeta recanatese scrisse per un ragazzo del futuro (“Lettere a un ragazzo del xx secolo”. Zibaldone, aprile 1827).

“La poesia è un messaggio in bottiglia che vive della speranza di un dialogo differito nel tempo”.

Inizia così una corrispondenza senza stagioni tra due anime alla ricerca della felicità, ma soprattutto, del modo in cui arrivarci.

Ogni pagina è un continuo movimento tra la modernità di Leopardi – sognatore lungimirante – e la classicità di D’Avenia – scrittore d’altri tempi. Uno scambio non solo di pensieri e parole, ma soprattutto di esperienze, scandite dalle tappe che contraddistinguono la vita. A partire dall’adolescenza, l’arte di sperare.

Non siamo nati per nostra volontà. Non abbiamo indicazioni certe su cosa stiamo a fare in questo mondo e quindi speriamo. Speriamo che ci sia in qualche luogo la felicità e che ci sia qualcosa per cui valga la pena vivere. Nel suo Zibaldone di pensieri, Giacomo scrive che la speranza non può essere scissa dall’amore che si nutre per sé stessi. Non per come si appare, ma per come si è veramente. Diviene allora spontaneo unirsi al Canto notturno del pastore errante dell’Asia, che alla luna chiede: “Ed io che sono?”.

La risposta Leopardi la cerca nel dialogo “A se stesso”, in cui cuore e ragione si confrontano in una concitata dialettica alla ricerca della propria originalità. Non intesa come l’essere particolari per qualche caratteristica, ma nel senso di riscoprire la propria condizione originaria, la parte più autentica di noi. La nostra essenza prima che ci fosse lo scontro con tutte le limitazioni e le difficoltà della vita (la siepe “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”). Soprattutto, prima che la paura di non essere abbastanza ci avesse portati a costruirle attorno una corazza di falsi sè, talvolta protettiva, talvolta costrittiva.

A volte capita di tornare in contatto con questa originalità, durante brevi momenti di “rapimento”. Istanti in cui recuperiamo la “consapevolezza dell’origine che ci consente di intuire per cosa stiamo al mondo”.

È quello che ci capita quando facciamo qualcosa con passione, quando il tempo sembra passare in un lampo e anche le cose più difficili scorrono via e una volta finito, ti senti esausto, non per la fatica, ma perché l’energia che era in te è stata restituita alla vita. Quello che ci accade quando un pezzo di realtà ci chiama ad essere Qualcuno.

Perché è così difficile raggiungere l’originalità? Qual è la fregatura? Perché deve essere così fragile???

Ricercando l’etimologia di “fragile”, compare il significato di “frangibile”, qualcosa che ha di intrinseco nella propria natura la capacità di rompersi.

Ciò che è sacro al principio è sempre fragile”, come il seme, che per diventare albero deve spezzarsi, altrimenti il germoglio non potrà uscire dal guscio per scavarsi una via nel terreno, alla ricerca della luce (curioso come non sappia se questa luce esista davvero, ma la desidera e la cerca).

Essere fragili è vivere la propria originalità.

È allora che si capisce perché “l’arte da imparare in questa vita non è quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti”.

Ma come si diventa artisti della propria fragilità?

“Senza amici, l’arte di essere fragili è impossibile”.

D’Avenia parla di immaginazione, cioè la capacità di “continuare il profilo nascosto delle cose verso il loro compimento”. Mi piace pensare che i veri amici siano coloro che sono capaci di immaginarci, di vedere le nostre potenzialità non ancora espresse. Al contempo, sono anche in grado di accettare i limiti che imponiamo al nostro infinito. Ci amano per quello che siamo adesso, anche se non saremo mai quello che potremo diventare.

Un amico sente la tua originalità, anche se nascosta, e per questa ti sceglie.

Sono loro che ci restituiscono la nostra profonda essenza

Pensandoci bene, questo libro dipinge in realtà la storia di un’amicizia: quella di Alessandro e Giacomo, D’Avenia e Leopardi. Il dialogo tra due ragazzi e poi tra due uomini. Un incontro in cui due poeti rapiti si sono scambiati la propria originalità.

Dunque, come fa un amico a salvarti?

Tra le pagine compare anche la morte.

Mortifero è tutto ciò che impedisce, allontana e si oppone al nostro rapimento, all’essere ciò per cui siamo chiamati. Gli ostacoli, i fallimenti, le incertezze, le perdite, le ferite. Gli eventi della vita a cui la nostra fragilità è esposta e che minacciano la nostra speranza.

È quando perdi il senso del mondo e peggio, di te stesso, che l’amico ti salva, perché è lo specchio in cui poter trovare riflessa la propria essenza, quando non riusciamo più a scorgerla.

Per un motivo o per un altro, quando le storie dei miei amici sono state attraversate da drammi, non hanno avuto paura di mostarmi la loro parte più autentica, quella che talvolta, purtroppo, sgorga insieme alle lacrime.

È risuonata in me, spingendomi ad avvicinarmi alla loro anima ferita. Mi hanno regalato la possibilità di essere custode della loro speranza. Riuscivo ad immaginare in loro qualcosa di più forte del dolore.

È stato in quel momento, quando mi hanno rivelato la loro arte di essere fragili, che mi hanno rapita, hanno risvegliato la mia originalità.

Vi ho forse svelato il finale? No di certo. Dei libri è questa incredibile magia di parlare una lingua diversa a seconda del cuore che li legge.

Non mi resta quindi che augurarvi buona lettura, con l’auspicio che dall’incontro con questo libro possa nascere una bella amicizia.

“Sono pochissimi gli amici che sanno salvare il nostro rapimento […] perché a volte devono amarci più di quanto noi amiamo noi stessi. Questo richiede coraggio e pazienza. Essere fragili costringe ad affidarsi a qualcuno che ci libera dall’illusione di poter fare da soli, perché la felicità si raggiunge sempre almeno in due”.

A tutti gli amici che mi hanno mostrato la loro arte di essere fragili.

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Serena Carpo
Sono Serena (di nome, di fatto ci provo). La scelta di diventare psicologa è nata dalla mia curiosità verso la straordinarietà della mente umana e dall’incapacità di rassegnarmi all’idea che la sofferenza sia qualcosa di inutile. Mi sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il mio futuro professionale è un work in progress. Il tirocinio presso la neuropsichiatria infantile dell’ASL della mia zona (un paese lacustre del Piemonte) ha fatto nascere in me il germe di un progetto: rendere il diritto alla salute, fisica e mentale, un bene accessibile e di qualità. Svolgo un’attività di volontariato che, oltre a costituire un grande arricchimento umano, considero come un vero osservatorio dei bisogni del territorio e un’ottima palestra di ascolto. Conosco la lingua dei segni (LIS), amo scrivere, disegnare e pensare in modo creativo. Credo in diverse cose, tra cui una psicologia vicina alla persona, che abbia il rigore della ricerca e la veridicità della clinica, che sia un lavoro fatto con passione e che non si dimentichi di essere a servizio dell’altro.

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