Il disagio psicologico è ancora oggi un tabù.

Ci sono terapie, professionisti, strutture dedicate, ma sono rimaste resistenze profonde. C’è difficoltà a chiedere aiuto, a vedere lo psicologo come una figura alla quale potersi rivolgere in caso di disagio.

Ci sono timori che riguardano il giudizio degli altri o il proprio giudizio nei confronti di sé stessi. C’è ancora la paura di ammettere di provare una sofferenza che non riguarda solo il corpo, ma anche la mente. Da qualche parte, nei nostri pensieri e nella nostra società, forse, c’è ancora il timore della follia.

Con quella che è nota come Legge Basaglia, o Legge 180, nel 1978 in Italia sono stati chiusi per sempre i manicomi. Rimangono oggi dei ruderi distrutti dal tempo, che testimoniano il dolore inflitto, gli sbagli fatti, l’orrendo tentativo di espulsione di qualcosa che invece andrebbe solo compreso.

Ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano

 

«Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione.»  

Le parole dello psichiatra Franco Basaglia ci spiegano il tentativo fatto con questa legge di far fronte al disagio psicologico in modo meno coercitivo e più rispettoso della volontà personale. Sono stati chiusi i luoghi dell’orrore, sono state regolamentate le leggi in materia di Trattamento Sanitario Obbligatorio, ma poi?

Ancora Basaglia scrive:

“In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettar tanto la ragione quanto la follia. Invece incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”

Che cosa ci dicono queste parole?

Nel tempo il trattamento dei disturbi e del disagio psicologico si è molto modificato. Chi fa parte degli “addetti ai lavori” lo sa molto bene. Ma come è cambiata la considerazione sociale riguardo a questi argomenti?

I termini psichiatrici come “depressione”, “bipolare”, “schizofrenia” si sono molto diffusi ma questo spesso non corrisponde alla conoscenza di quello che accade. A volte si sentono usare anche con ironia, forse per creare un distacco da sé, forse per minimizzare. Ma questo distacco e questa minimizzazione possono diventare un impedimento nel caso in cui sia necessario chiedere aiuto o ci si trovi a stare accanto ad un altro che soffre.

Una diagnosi, se usata con leggerezza e senza una profonda comprensione, può costituire un marchio. Può equivalere ad un’etichetta, ai numeri che, dentro al manicomio, permettevano di identificare il paziente senza dargli un nome. La mancanza di conoscenza può rischiare di negare l’individualità, la soggettività.

Che cosa prova una persona nel corso di un Episodio Depressivo? Che cosa accade durante un Attacco di Panico? Cosa rischia di distruggere una personalità Borderline? E la Schizofrenia impedisce di avere una relazione di coppia? A chi ci si deve rivolgere se abbiamo un figlio che si procura tagli sulla pelle? Con chi possiamo parlare se non sente il desiderio di uscire, se non riesce a relazionarsi, se dice di voler morire o se ha delle “crisi” spaventose? Che cosa accade nella mente di una persona che ha bisogno di avere tutto in ordine? Ha paura? Soffre? Ma soprattutto perché? Come ha origine il disagio?

Domande di questo tipo segnano il passaggio dall’etichetta ai contenuti, dalla distanza alla comprensione. Ma cosa può davvero aiutarci a capire, ad avvicinarci al disagio se non lo abbiamo sperimentato?

Franco Basaglia riteneva che la follia fosse parte della vita e che, anche i “folli” possano avere un’esistenza significativa, importante. Colui che prova disagio non va ripudiato o escluso, ma integrato, accolto e compreso per la sua unicità, come tutte le persone meritano. Per farlo però dobbiamo aprirci all’idea di capire, di non etichettare.

E’ chiaro che per andare in questa direzione dovremmo abbandonare molte delle nostre paure, ma non si tratta solo di questo. E’ un altro tipo di pensiero che può aiutarci in questo cammino.

Nel cervello si distinguono due Emisferi Cerebrali: una suddivisione in due sezioni che rispecchia il fatto che anche il nostro corpo ha un articolazione binaria: abbiamo infatti due occhi, due orecchie, due buchi del naso, una lingua che differenzia il dolce dal salato … due mani due gambe e cosi via dicendo. Questo riflette anche la capacità umana di elaborare ciò che accade mediante due modalità di pensiero diverse ma complementari: una logico-razionale (cioè sequenziale, analitica, deduttiva) e l’altra intuitiva-olistica o “creativa” (cioè sintetica, globalizzante, induttiva). Chiaramente le due modalità si integrano ma, in generale, per come si muove la nostra società, siamo più allenati a risolvere i problemi quotidiani utilizzando elementi già adoperati e verificati come efficaci nel passato. Siamo invece meno predisposti ad utilizzare una visione di insieme che porti ad una riorganizzazione degli elementi insiti nel problema per trovare una soluzione del tutto nuova e creativa.

Il pensiero creativo non è diretto alla soluzione di un problema, non ha la funzione di raggiungere un obiettivo specifico. Ha invece la caratteristica di permetterci di osservare quello che accade nella sua globalità, per trovare un nuovo approccio a ciò che vediamo. Ci consente di aprire gli occhi a nuovi mondi, ad un nuovo sentire.

Lev Semënovič Vygotzskij, psicologo sovietico molto studiato nella psicologia dello sviluppo, si dedica, nel corso della sua vita, anche allo studio dell’arte. Pone molti interrogativi e propone un’analisi dettagliata riguardo il rapporto tra arte e psicologia. Nel suo testo “Psicologia dell’Arte” scrive:

 “Il sentimento e la fantasia non sono processi isolati uno dall’altro, bensì un unico e medesimo processo, e la fantasia può essere considerata come l’espressione centrale della reazione emozionale”.

Dichiara in questo modo che la fantasia, il processo creativo, è legato all’espressione di uno stato emotivo. Quindi ci fa riflettere sul fatto che, se l’arte raccoglie i frutti della creatività di un artista, sarò anche vero che poi restituisce a chi la apprezza quello sforzo, rendendo universalmente comprensibile l’emotività a cui si riferisce.

E allora se provassi a cogliere il disagio psicologico attraverso di essa?

 

Ieri ho sofferto il dolore,

non sapevo che avesse una faccia sanguigna,          

le labbra di metallo dure,

una mancanza netta d’orizzonti.

Il dolore è senza domani,

è un muso di cavallo che blocca

i garretti possenti,

ma ieri sono caduta in basso,

le mie labbra si sono chiuse

e lo spavento è entrato nel mio petto

con un sibilo fondo

e le fontane hanno cessato di fiorire,

la loro tenera acqua

era soltanto un mare di dolore

in cui naufragavo dormendo,

ma anche allora avevo paura

degli angeli eterni.

Ma se sono così dolci e costanti,

perché l’immobilità mi fa terrore?

 

 La poetessa italiana Alda Merini crea un ritmo sfacciato che ci cattura attraverso la fantasia e i 5 sensi. I primi versi generano immagini che riescono a dare un volto al Dolore: “un muso di cavallo che blocca i garretti possenti”.  Poi interviene la percezione: labbra “di metallo dure” e poi di quelle sue, serrate per il terrore.  L’udito, in seguito, avverte chiaramente il “sibilo fondo” delle fontane che “hanno cessato di fiorire”, cioè di far sgorgare l’acqua che evoca il fluire della vita, quiete. E alla fine quella l’immobilità che la terrorizza: un “mare di dolore” nel quale si perde nella difficoltà a trovare certezze e il senso.

Attraverso il linguaggio della poesia, la Merini riesce a regalarci la possibilità di un avvicinamento al disagio, al dolore. Con parole limpide, con suoni che riescono ad evocare significati e sensazioni, descrive ciò che accade nel corpo e nella mente di chi soffre. E all’improvviso sembra quasi chiaro. Non ci sono etichette, né diversità ma il sentire prettamente umano della sofferenza. L’arte ci apre la strada verso una nuova comprensione, ci consente di risvegliare un pensiero diverso. Un pensiero che coglie il concetto di disagio nella sua complessità e ci permette di provare a metterci nei panni di un altro, di avvicinarci ad un sentire anche se diverso dal nostro.

La poesia, i romanzi, i film, la pittura, l’arte tutta ha il potere immenso di avvicinarci all’altro. Le parole della Merini non ce la fanno percepire come una “diversa”, come lei racconta di essersi sentita anche dopo essere uscita dal periodo di internamento in manicomio.

Molte sono le produzioni artistiche che riescono a cogliere l’essenza del disagio psicologico e che, come la poesia di Alda Merini, possono spingere verso un approccio nuovo ad esso.

Pensiamo ad un libro e successo cinematografico che è arrivato al grande pubblico. Pensiamo ad Harry Potter.

In molti hanno letto il capolavoro di J. K. Rowling, in molti si sono riconosciuti in alcuni dei personaggi, a volte anche senza esserne del tutto consapevoli. La grandezza di questa opera sta nel fatto di aver reso immagini, fantasia e sensazioni ciò che sta dentro al sentire umano, come solo l’arte sa fare.

C’è una figura in particolare che colpisce e che la stessa autrice rivela nata dal suo stesso disagio, quando aveva circa 25 anni. J.K Rowling afferma che allora si sentiva come se i dissennatori l’avessero baciata per risucchiare i suoi pensieri felici.

Il “bacio del dissennatore” in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

 

Si tratta di creature immortali che proteggono la prigione di Azkaban e che, ad un certo punto, vengono inviate in cerca di un detenuto fuggito e probabilmente diretto ad Hogwarts, la scuola di magia dove sono diretti i protagonisti.

“Mi sentivo strano” dice Ron, l’amico di Harry, nel film Harry Potter e il prigioniero di Azkaban quando il gruppo incontra i dissennatori per la prima volta sul treno diretto alla scuola, “come se non potessi più essere allegro”.

Queste creature hanno il potere di succhiare via dalle persone ogni ricordo felice, ogni sensazione o pensiero positivo. Risvegliano i ricordi negativi, traumatici, dolorosi e non elaborati. Possono arrivare a dare un bacio che succhia via tutta l’anima, un bacio che svuota. Vengono descritti come capaci di rimuovere e spazzare via la pace, la speranza, la felicità nell’aria che li circonda. Ed Harry, tra tutti, è il più colpito perché nel suo passato ci sono cose terribili che gli altri non hanno vissuto.

Se ci viene in mente l’etichetta di un disturbo mentale lasciamola da parte. Cogliamo il senso della figura creata da Rowling in modo così vivido e comprensibile, ripensiamo alle immagini del film se lo abbiamo visto.

Possiamo avvinarci attraverso le sensazioni, le immagini e la fantasia ad un sentire fatto di paura, spavento, senso di debolezza, dolore e ricordi di un passato terribile che riaffiora. Possiamo farlo perché l’arte scatena in noi emozioni che abbiamo sempre avuto aggirando le difese e i giudizi che ci limitano talvolta nella conoscenza di noi stessi e dell’altro. Possiamo calarci nei panni di Harry, il più colpito dai dissennatori perché lui ha dei traumi nel passato che altri invece non hanno.

Così la Rowling ci accompagna, mentre semplicemente ci stiamo divertendo, in un viaggio alla scoperta dell’altro, dell’umano, della profondità del sentire che ci accomuna e che può farci comprendere anche chi soffre.

Ci rivela molte verità.

Il disagio può colpire tutti.

Accade solo che chi è più colpito spesso è colui che ha subito qualcosa. Non ci sono giudizi né vergogne.

Il disagio non rende diversi.

Nel mondo comune Harry non è compreso e per questo rimane solo. Ma laddove può esprimere la sua magia, il suo personale mondo interiore, la sua unicità, trova molti amici, l’amore, la fratellanza ed il sostegno. La diversità nasce solo dal rifiuto, non è una condizione reale.

Nessuno si salva da solo.

Il disagio può essere sconfitto attraverso l’aiuto di qualcuno. Sarà un professore, Lupin, a insegnare ad Harry che c’è un incantesimo potente che può allontanare i Dissennatori, l’Incanto Patronus. Per evocarlo ci si deve concentrare su un ricordo felice, il più felice che si possiede e questo crea una luce che scompiglia il freddo e l’oscurità che le creature di Azkaban portano con sé.

E’ così che accade anche nella realtà: la terapia psicologica accompagna, così come il professor Lupin, verso la possibilità di modificare un atteggiamento mentale che sta alla base del dolore. E’ un percorso nel quale si può cadere, si può soffrire, così come Harry non riesce subito ad evocare il Patronus. Non crede in sé stesso, pensa di non potercela fare, ma in un modo straordinario riuscirà a trovare la stima di sé necessaria per il cambiamento. Si tratta solo di affidarsi ed avere coraggio.

Il disagio non equivale alla fragilità.

Harry, il più colpito dai dissennatori, è uno dei personaggi che giudicheremmo più forte, coraggioso, intelligente e impavido in tutta la storia. Ha solo bisogno di supporto, come tutti del resto.

Dal disagio si può uscire.

Anche se i dissennatori non possono morire, possono essere allontanati. Ci sono forme di disagio che compromettono molto la vita delle persone. Ma pensare che questo implichi la fine non è giusto, né sensato. Il lavoro psicologico si propone di aiutare le persone che soffrono ad essere riabilitate, di aiutarle ad essere il più autonome possibile. L’ottica è quella che tiene conto di quanto sia preziosa ed unica la vita di ognuno, nonostante il dolore, nonostante le brutture che può comportare, nonostante tutto.

Potrei fare mille altri esempi di come la produzione artistica riesca ad avvinarci prima a noi stessi, a tutte quelle emozioni che spesso teniamo sotto chiave. Di come riesca ad allontanarci dal pensiero logico che incasella e ordina per aprirci verso modalità creative di fare esperienza di noi stessi e dell’altro. Potrei fare altri mille o forse diecimila esempi, ma mi fermo qui. Gli esempi si chiamano così perché hanno la caratteristica di poter fare da modello per qualcosa che poi possiamo applicare a tutto il resto.

Concludo rispondendo alle persone che si approccerebbero o si approcciano allo psicologo dicendo “Ma non sono pazzo allora?” che una delle possibili etimologie di pazzia è dal greco patheia: sofferenza. E la sofferenza è umana. L’arte ce la descrive, la rende vivida e comprensibile. Approcciamoci alla sofferenza con un pensiero diverso, creativo e cambiamo ancora questa società. Facciamolo per noi stessi, per le persone care e perché, se incontreremo mai una difficoltà nella vita, questo ci renderà pronti a cambiare prospettiva.

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Silvia Cipolli
Dott.ssa in Psicologia con la votazione di 110 e Lode/ 110 presso l'Università degli Studi di Firenze, ho iniziato, con la stesura della tesi, uno studio relativo agli effetti della cultura Gotica e del terrore nel mondo infantile. Parallelamente mi sono occupata, nel ruolo di educatrice, di ragazzi con varie forme di disturbi e disabilità. Nel 2016 ho frequentato un tirocinio presso l'Università di Firenze che porterà a breve alla pubblicazione di un articolo su una importante rivista. Nel 2017 ho frequentato un tirocinio presso la ASL Toscana-Centro approfondendo le mie conoscenze soprattutto nel campo del trattamento dei disturbi depressivi e dell'abuso sessuale infantile. La scrittura è una parte importante della mia vita e per passione frequento dal 2015 corsi di scrittura creativa che hanno portato alla pubblicazione di alcuni racconti. Contatti: silvia,cipolli@gmail.com

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