Su quando si ama troppo, non si ama abbastanza, o non si riesce ad essere amati.

Ho sempre viaggiato con il pensiero disegnando l’amore nelle sue mille forme, immaginandomi il sentimento amoroso come una profonda sintonizzazione tra due esseri, figurandomi una sorta di “telepatia” e appartenenza prestabilita, uno struggimento dovuto all’assenza dell’altro e un destino comune.

Ma è davvero questo l’amore?

L’etimologia della parola amore risale al sanscrito kama = desiderio, passione, attrazione.  Quindi in parte effettivamente amare significa desiderare qualcuno in maniera viscerale. Tuttavia, Freud aggiunge un altro aspetto: nella sua prima concettualizzazione, definisce l’amore romantico come un rapporto che unisce la tenerezza e la sessualità.

Secondo lui, se non ci sono entrambe queste componenti, gli individui, nel momento in cui c’è solo la tenerezza, amano, ma non possono desiderare, e viceversa, nel momento in cui desiderano, non possono amare.

Quindi, secondo la psicoanalisi, per amare bisogna poter riuscire al tempo stesso desiderare e prendersi cura della persona amata.

Eppure, a volte si desidera fortemente qualcuno anche in assenza di amore, mentre altre crediamo di amare profondamente qualcuno senza sentircene fisicamente attratti. Se questi sono aspetti che nella loro transitorietà non destano alcun sospetto, se cronici, possono determinare un malessere nelle persone che li sperimentano, ed è quindi secondo me interessante capire da dove provengono.

Ci tengo però a precisare che la variabilità nel campo delle relazioni amorose è elevata e non mancano le eccezioni alla regola come nel caso delle persone asessuali, ovvero individui che sperimentano una sana attrazione romantica senza che questa implichi un altrettanto intenso desiderio sessuale.

Tornando a noi, secondo Bergmann (1971), lo stato di innamoramento riattualizza uno stato “simil-psicotico” perso da tempo, quello della simbiosi madre-bambino. In effetti, quello sentimentale è l’unico rapporto tra adulti in cui ci si fa le coccole, si dorme abbracciati, stretti l’un l’altra, e ci si prende cura in maniera così totale e multisensoriale, proprio come quando eravamo neonati. Con l’unica differenza che diventa un rapporto mutualmente accudente e nel quale si possono fare delle richieste esplicite e verbalizzate.

Potenzialmente, è una figata, dalle mille possibilità curative. Però……

Possiamo facilmente immaginarci che la nostra capacità di amare derivi, in una certa misura, da quanto noi ci siamo sentiti amati da bambini, dal modo in cui ci siamo sentiti vicini e protetti all’altro quando eravamo particolarmente indifesi e dipendenti e da come ci siamo sentiti che il nostro primo grande amore infantile veniva ascoltato e corrisposto.

In quest’ottica, lo psicoanalista Akhtar (1994) ipotizza cinque categorie di psicopatologie dellamore romantico che derivano proprio da conflitti e deficit risalenti a diversi livelli primitivi di sviluppo, e che sono piuttosto diffusi:

  1. Lincapacità di innamorarsi  

Quante volte capita di avere a che fare con persone che si lamentano di non riuscire mai a trovare la persona “giusta”, di non innamorarsi, di annoiarsi velocemente?

Questa è secondo Akhtar la più seria forma di psicopatologia della vita amorosa. Le persone che ne soffrono non sono in grado di provare un senso di intimità e fiducia profondo, sembrano non avere una reale empatia e non riuscire a idealizzare l’altro.

La relazione amorosa sarebbe creata per gestire il terrore dell’abbandono, e in questo senso, non ci sarebbe la possibilità di lasciarsi completamente andare a un altro, e di sperimentare un senso di dipendenza, a causa della profonda paura inconscia di essere eccessivamente vulnerabili e di esporsi al rischio di essere feriti.

  • L’incapacità di rimanere innamorati

Queste persone si innamorano spesso, sono capaci di creare legami, di seguire il desiderio e di conquistare loggetto del loro amore, ma dopo poco il loro entusiasmo comincia calare. Sentono che non gli basta più, e non trovando una causa interna cominciano a criticare il partner, fino ad arrivare alla conclusione della relazione.

Sembrerebbe che tra le origini di questa difficoltà vi sia la paura di fondersi con la persona amata, perdendo i propri confini e il contatto con la propria soggettività, e l’attivazione di una rabbia primitiva e distruttiva quando la persona amata non accontenta tutte le promesse immaginate dall’individuo.

Sembra essere difficile immaginare un rapporto di vicinanza e intimità che non sia simbiotico, e che in un certo senso permetta anche l’esprimersi delle differenze tra i partner… come se non si riuscisse a pensare che ci sia un noi, ma che al tempo stesso ci sei anche tu, e ci sono anche io.

  • Innamorarsi della persona sbagliata 

In questo caso cè la tendenza a innamorarsi di una persona inadeguata o irraggiungibile. Mi vengono in mente tutte le storie di amore tra persone già impegnate, di amori intensi connotati dalla loro impossibilità, di cui spesso si narra nei romanzi.

Con questa modalità, è come se si riuscisse a evitare il rischio di fondersi con l’altra persona, di perdere i propri confini e di non percepire più la propria soggettività perché riempiti dall’altro; è come se si potesse apparentemente perdere la testa pur mantenendo la cintura di sicurezza.

Un esempio è quello della scissione della figura della donna da parte di uomini con relazioni extra-coniugali, che identificano nella moglie la “santa” e nell’amante la “p*****a”, riuscendo così a mantenere una separazione tra affetto e erotismo, e a mantenere un controllo sulla propria vita affettiva.

  • Incapacità di disinnamorarsi e portare a termine una relazione

A volte capita di restare innamorati per anni di una persona con cui non si è più in relazione. Secondo Akhtar, questa incapacità va letta come un rifiuto di accettare che l’altro non sia più innamorato e abbia posto fine alla relazione.

In circostanze normali infatti, secondo la psicoanalisi, quando uno dei due partner della coppia non è più innamorato, anche linnamoramento dellaltro tende a decrescere, proprio grazie al legame inscindibile tra amore per l’altro e amore per se stessi (secondo Freud, si ama l’altro nel suo essere altro ma anche nel fatto che ci faccia sentire amati).

Tuttavia, in soggetti sofferenti, la tendenza è opposta: si assiste ad un’intensificazione del desiderio nei confronti di chi non è più innamorato!

Sembra che questa non accettazione della fine di un amore sia una difesa estrema nei confronti della rabbia enorme che l’abbandono e il rifiuto provocano. Le persone che restano innamorate per anni dopo che le relazioni sono finite delegherebbero la loro autostima alla persona amata, non riuscendo così a tollerare la frustrazione della perdita del partner.

  • Incapacità/impossibilità di sentirsi amati

A volte l’incapacità di sentirsi amati è accompagnata da un atteggiamento di rifiuto o distruzione delle possibili relazioni che si creano. Si distrugge ogni tipo damore che viene fornito con un freddo atteggiamento di superiorità; disprezzo dell’amore e idealizzazione dell’odio, identificandosi totalmente con gli aspetti aggressivo-distruttivi.

Questa è una difesa estrema contro gli affetti che premono per la dipendenza e lattaccamento agli altri e alle relazioni, affetti così intensi e profondi da essere percepiti come spaventosi e potenzialmente distruttivi del Sé.  

Secondo l’autore queste sarebbero solo alcune tra le mille potenziali sfumature che possono assumere le malattie dell’amore, che vanno dalla normalità alla disfunzionalità, a seconda della loro intensità e cronicità.

Le potenziali origini di queste patologie risiedono in larga misura nella umana e comprensibile “paure di amare”, ma sono al contempo complesse e multisfaccettate, e si delineano secondo un mix di tendenze individuali genetiche, di interazioni iniziali madre-bambino, di eventuali incidenti, malattie e lutti, e di altri ingredienti insondabili precipui della soggettività e unicità di ognuno.

Personalmente, questa classificazione mi è sempre piaciuta, perché mi fa sperare che le pene di amore non siano incurabili, e che forse non hanno realmente a che vedere con la persona che abbiamo perso (nel reale o nel nostro immaginario) quanto con un pezzo di noi che non abbiamo mai trovato e che non è mai troppo tardi per iniziare a cercare.

In fondo nulla è perduto.

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Olivia Spinola
Sono di Roma ma studio a Milano, in Bicocca, e sono iscritta all’ultimo anno di un corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica, dello Sviluppo, e Neuropsicologia. Dopo essermi laureata in Inghilterra, all’Università di Reading, tra la laurea triennale e la magistrale sono stata sei mesi a fare una ricerca in India, per indagare le dinamiche di contagio emotivo tramite la voce, e poi a lavorare in un centro diurno per ragazzi a rischio di devianza, a Villa Lorenzi, a Firenze. Ora parallelamente al corso in Bicocca, seguo un Master online per imparare a utilizzare un approccio Trauma-Informato alla comprensione, valutazione e trattamento del bambino traumatizzato: il Neurosequential Model of Therapeutics, di Bruce Perry. Sono affascinata dalla psicodinamica, che trovo essere una romantica metafora, mi piace la ricerca e il mio sogno è lavorare nel campo della tutela dei minori. Contatti: olivia.spinola@gmail.com

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