“Dipingere è un modo di rendere più sopportabile la propria disperazione trasferendola sulla tela”.

F. Bacon.

 

Ogni tanto succede a tutti di avere una brutta giornata, una di quelle in cui siamo giù di corda e magari più tristi e irritabili del solito. Ci capita di dire, in questi casi, che ci sentiamo “un po’ depressi”, espressione che nel linguaggio comune sta ad indicare un calo d’umore passeggero.

La depressione clinica, invece, presenta dei sintomi pervasivi, prolungati nel tempo che compromettono marcatamente la vita quotidiana dell’individuo che ne soffre. La persona depressa si sente stanca, affaticata e non riesce a provare più interesse per quelle attività che aveva sempre trovato piacevoli. Ha problemi relativi al sonno, all’alimentazione e si sente triste, vuota, disperata.

Il sintomo prevalente è la sensazione di inutilità mista a colpevolezza che può arrivare persino all’odio verso di sé.

Possiamo immaginare la depressione come un gigantesco gorgo nero che lentamente risucchia chi ne soffre in uno spaventoso vortice di vuoto. Tuttavia ci sono degli aspetti che da sempre destano la curiosità degli studiosi, ossia l’esistenza di una correlazione tra depressione e creatività.

Personalità tanto famose quanto diverse come Charles Dickens, Bob Dylan, Stephen King, John Lennon, Mozart, Edgard Allan Poe, Walt Whitman, sono solo alcune di una lunga lista di celebrità che si sono distinte per il loro talento creativo e che soffrono o hanno sofferto di una grave forma di depressione.

Sembra un controsenso, eppure pare che le persone predisposte a sviluppare questo particolare disturbo del tono dell’umore, spesso mostrino anche tratti di originalità e creatività che permettono loro di eccellere nel vasto mondo delle arti. Esiste pertanto un apparente contrasto tra la paralisi e la stagnazione associate alla depressione, e l’idea dell’attività e dell’energia insite nell’atto creativo.

Infatti, ci si chiede come sia possibile che una persona così svuotata internamente sia capace di produrre un’opera artistica nonostante il dolore, la mortificazione e la solitudine. Sorprende che ci sia questa particolare forma di comunicazione col mondo esterno che contrasta la spinta mortifera tipica della depressione.

Teofrasto, uno studente di Aristotele, più di 2.300 anni fa scriveva: “Perché tutti gli uomini eccezionali sono malinconici?

In un’ottica psicoanalitica sarebbe proprio il vuoto percepito dalla persona in stato depressivo ad avvicinarla all’atto artistico.

Spesso nella storia di soggetti che soffrono di tale patologia, troviamo relazioni genitoriali caratterizzate da ambivalenza, abbandono, perdita che ne acuiscono la sensibilità e amplificano il senso di solitudine e infondatezza esistenziale.

Creare sembrerebbe allora l’unico modo per dare voce al dolore, esteriorizzarlo attribuendogli un senso possibile e una forma pensabile. L’atto creativo, nelle sue più svariate forme, risulta un tentativo infruttuoso di compensazione della perdita, una parentesi alla sofferenza. Ma anche nei casi meno gravi, quando si tratta di una tendenza melanconica nevrotica, il sollievo apportato dalla produzione artistica sembra essere sempre effimero.

Freud (1905) parlava di “sublimazione”, ovvero di possibilità per la pulsione di soddisfarsi attraverso delle vie più elevate rispetto a quella meramente sessuale. C’è quindi una vera e propria soddisfazione pulsionale nell’arte, un rapporto fra artista ed opera che dura per tutto l’arco del processo creativo.

La Klein ha definito la creatività come la tendenza a riparare e ricreare gli oggetti d’amore danneggiati nel proprio mondo interno. Analizzando i soggetti dei quadri della pittrice Ruth Kjar, la Klein mette in luce come la depressione venisse affrontata con la ricostruzione della figura materna nei suoi quadri.

Per l’autrice, le angosce della posizione depressiva e il conseguente bisogno di riparare, sono le radici della creatività. L’espressione artistica intesa in questo senso si configurerebbe come un tentativo di modificare il proprio stato di angoscia e non come un modo per evitarla.

I vari studi sull’arte e il disagio psichico rappresentano le premesse fondamentali per la nascita e lo sviluppo dell’arteterapia che ha avuto un riconoscimento internazionale ed è potuta diventare una precisa metodologia nonché strumento di indagine terapeutica.

Offrendo un modo alternativo di esprimere le emozioni, comprese quelle più profonde che spesso non arrivano all’elaborazione cosciente, l’arte può offrire un importante supporto alla cura del disagio psichico, al pari di tecniche psicoterapiche più convenzionali.

Margaret Naumburg e Edith Kramer sono considerate tra le prime ad aver gettato le basi per questa nuova frontiera della terapia. La Naumburg (1966), di stretta derivazione psicodinamica, ha una visione molto vicina a quella di Freud e considera la produzione artistica del paziente come una via privilegiata di accesso all’inconscio, alla stessa stregua dei contenuti onirici, da utilizzare nel corso della terapia come materiale da interpretare per favorire l’insight e la risoluzione dei conflitti interni.

La Kramer (1958), invece, concentra l’attenzione sul processo creativo, ritenuto già di per sé uno strumento terapeutico. L’espressione artistica del paziente non è vista solo come mezzo per l’espressione dei conflitti inconsci, ma come strumento per la loro risoluzione.

Con l’arteterapia ci si può dedicare alle arti visive, disegnando, colorando, modellando das o creta, utilizzando fotografie o filmati; alla musicoterapia ascoltando musica per favorire una maggiore attivazione o rilassamento; alla danzaterapia, imparando a liberare il corpo consentendogli di esprimere pensieri, emozioni e sentimenti e, infine, alla teatroterapia che permette di comunicare con il corpo e con la voce, di osservare il mondo con gli occhi di un altro e di giocare con ciò che è finzione e ciò che è verità.

Una caratteristica importante dell’arteterapia riguarda il setting: essa si presta ad essere utilizzata sia in contesti individuali che di gruppo. In particolare, la dimensione gruppale crea quell’atmosfera di spontaneità e di contenimento che facilita la libera espressione di ciascun membro e consente al soggetto di non sentirsi il solo ad affrontare una situazione difficile.

Infatti, ogni partecipante comprende di trovarsi, sia pure nella specificità dei propri vissuti personali, in una situazione comune ad altri, all’interno di un gruppo in cui può esprimere liberamente i propri vissuti e vivere un’importante occasione di confronto e di crescita.

Una delle particolarità di questo metodo, che lo differenzia quindi da un semplice corso di arte, è che viene organizzato come un percorso: si realizzano le produzioni artistiche a intervalli regolari nel tempo, stabilendo un giorno fisso con l’arteterapeuta, e si arriva a comporre un racconto molto particolare e personale da decodificare. Colori, linee, forme, ombre, luci, vuoti e pieni diventano le lettere di un alfabeto nuovo.

Come cura l’arteterapia?

Nelle persone con disturbo depressivo, per esempio, manca completamente l’incontro tra il riflettere e il sognare e sembra che non si riescano mai a creare vere riflessioni o vere emozioni.

Il procedimento arte-terapeutico, allora, favorisce il dialogo tra le due logiche del riflettere e del sentire: infatti, per disegnare (o per danzare, recitare, suonare ecc.) oltre che usare tutto il corpo, occorre lasciare affiorare dentro di sé in maggior misura la sensorialità e l’emozione, che sono le radici corporee di tutto ciò che di inconscio si è inscritto in noi.

Attraverso il lavoro artistico, la persona attua un riconoscimento di sé e della propria presenza in grado di lasciare una traccia.

Nel momento in cui le sensazioni si traducono nell’oggetto artistico, avviene un processo di comprensione più profonda, favorita dal lavoro interpretativo dell’arteterapeuta. Negli incontri, infatti, si crea uno spazio di comprensione ed elaborazione che può essere di aiuto all’individuo nella ricerca di nuove modalità di interazione tra il proprio mondo interno e il mondo relazionale esterno.

Come sostiene E. Impegnoso, direttrice della Formazione in Arteterapia Clinica Vitt3 di Lyceum, il paziente esprime contenuti personali che possono essere ricordi, sensazioni, sogni, desideri, emozioni attraverso l’arte nelle sue più svariate forme.

Questo avviene in un luogo protetto dove l’arteterapeuta ha il compito di creare un clima di rilassamento e tranquillità, di non giudizio.

L’opera creata diventa “oggetto transizionale” nel quale ci si rispecchia e ci si identifica diventando un mezzo di guarigione, una catarsi, un tentativo di rendere la depressione un punto di partenza per riprendere possesso di se stessi.

In altre parole, nel processo artistico si ricompongono le parti scisse e si va ad indurre un cambiamento, anche se non consapevole, nel senso di una migliore integrazione del Sè che può corrispondere al miglioramento sintomatologico (Bello, 1999).

La specificità terapeutica di questo percorso è, in definitiva, il contesto relazionale interumano, il rapporto con l’arteterapeuta, che diventa veicolo di riflessione, elaborazione di conflitti inconsci, rivelatore del senso del vuoto depressivo a partire da ciò che viene espresso dal paziente tramite un linguaggio alternativo a quello della parola.

Negli ultimi anni l’arteterapia è utilizzata in molti contesti clinici e riabilitativi, comprese le carceri. La letteratura esistente a riguardo, seppure non vastissima, conferma le potenzialità di questo approccio nel migliorare il benessere di persone interessate da disturbi del tono dell’umore.

Essa può essere usata non soltanto come intervento per potenziare l’eventuale terapia farmacologica, ma anche come approccio iniziale utile per quei pazienti che non richiedono o faticano ad accettare i trattamenti convenzionali.

 

Riferimenti bibliografici

  • Bello S. –Spontaneus Painting Method-ed.Art Therapy on the Net , 1999
  • Sigmund Freud, Lutto e melanconia (in Metapsicologia), Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, Caducità, in Opere, 1915-1917, vol. VIII, Boringhieri, Torino 1976.
  • Melanie Klein, Invidia e gratitudine. Editore: Psycho 2000
  • Kramer, Edith (1958). Art Therapy in a Children’s Community. Springfield, Illinois: Charles C. Thomas.
  • Naumburg, M. (1966). Dynamically oriented art therapy; its principles and practices. New York: Grune and Stratton.
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Elvira De Simone
Ho conseguito la Laurea Magistrale in Psicologia Clinica presso la Seconda Università degli studi di Napoli. Tornata nella mia città di origine, Taranto, ho effettuato il mio tirocinio al Centro di Salute Mentale. Grazie a questa esperienza ho avuto la possibilità di confrontarmi con un concetto di sofferenza psichiatrica molto diverso da quello sempre studiato sui manuali, e di entrare nel vissuto delle persone tramite l'ascolto empatico delle loro esperienze. Da qui si acuisce il mio già acceso interesse per i disturbi psicotici, che posso osservare da vicino anche adesso che svolgo attività di volontariato presso i Centri Diurni D'Enghien e Basaglia del Dipartimento di Salute Mentale di Taranto, partecipando ad attività di sostegno e riabilitazione. In futuro mi piacerebbe frequentare una Scuola di Specializzazione Psicoanalitica, rimanendo aperta all'idea di far parte di una rete di colleghi e professionisti "con altri occhi". Contatti: elvira_desimone@libero.it

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