Ci sono delle differenze tra le lingue parlate e le lingue dei segni?

Per tanto tempo le lingue dei segni non sono state considerate come soggetti a sé stanti, che potessero avere caratteristiche e particolarità proprie. Grossomodo funzionava così: si studiavano le lingue parlate e le scoperte che si facevano in quest’ambito venivano innalzate a proprietà generali del linguaggio.

Per tanto tempo si è creduto di studiare il linguaggio in toto, quando se ne stava prendendo in esame solo una parte. Una distinzione, però, sembra essere sempre stata chiara: le lingue dei segni sono iconiche, le lingue parlate sono arbitrarie.

Per chiarirne il significato ci affidiamo ancora una volta al classico approccio alla buona: iconicità vuol dire che significato (ciò che si vuole indicare) e significante (il gesto o la parola che esprimono un significato) si assomigliano; arbitrarietà vuol dire che non c’è un legame di somiglianza tra significato e significante, perché un significante è stato scelto, per l’appunto, arbitrariamente per esprimere un certo significato.

Dicevamo… si dava per scontato che le lingue dei segni fossero iconiche e le lingue parlate arbitrarie, ma è così davvero? Siccome la scienza procede per falsificazioni ci sono ricerche che hanno messo alla prova tale assunto.

Cormier e collaboratori (2008), che avevano rilevato come la psicolinguistica fosse dominata dalle lingue verbali, hanno preso in esame le lingue dei segni per studiarne nello specifico alcune caratteristiche, tra cui l’iconicità; a tal proposito hanno rilevato che non sempre i segni sono iconici, specialmente se si riferiscono a concetti astratti, ma allo stesso tempo l’iconicità non è limitata ad oggetti concreti, perché può manifestarsi in maniera metaforica (come nel caso della parola time, espressa indicando il polso nella British Sign Language).

Anche le lingue dei segni, quindi, sono caratterizzate da arbitrarietà, come dimostra questo studio; gli autori hanno però ipotizzato che l’iconicità fosse molto più pervasiva nelle lingue dei segni rispetto a quelle parlate, nelle quali sarebbe stata limitata all’onomatopea.

L’onomatopea è quella figura di suono in cui si riproduce il rumore dell’oggetto di cui si parla (ad esempio brum brum, per indicare una macchina; o, se vogliamo essere un po’ più seri, anche parole come “brusio” o “scrosciare” sono onomatopeiche, perché richiamano il suono stesso a cui fanno riferimento).

Nygaard e collaboratori (2009) invece non erano affatto convinti che l’iconicità delle lingue verbali fosse limitata all’onomatopea. Questi ricercatori, infatti, ritengono che nonostante l’apparente arbitrarietà possano essere rilevate delle corrispondenze suono-significato a cui gli ascoltatori sono sensibili.

In letteratura esistevano già casi ben noti a provare questo fenomeno, uno tra tutti quello delle non parole “takete” e “maluma”. Takete e maluma non esistono, non hanno un significato, eppure praticamente tutti siamo più propensi ad immaginare che “maluma” possa fare riferimento ad oggetti dalla forma tondeggiante, mentre “takete” ad oggetti di forma angolare.

Hanno dunque fatto uno studio per cercare di capire se la relazione suono-significato esistesse come realtà psicologica. È importante specificare “come realtà psicologica” perché in alcuni casi questa relazione esiste, ma potrebbe essere una convenzione, per esempio nella lingua inglese parole contenenti “gl”, come glitter o glow rimandano a qualcosa che luccica, ma potrebbe trattarsi solo di una convenzione esistente all’interno di uno specifico sistema linguistico; l’esistenza come realtà psicologica, invece, dovrebbe essere slegata da queste convenzioni e per provarla aggirando questo ostacolo sarebbe stato necessario un disegno sperimentale che prendesse in esame lingue molto diverse tra loro.

I ricercatori, pertanto, hanno reclutato dei parlanti di lingua inglese americana che non sapessero assolutamente nulla del giapponese e li hanno sottoposti ad un compito di apprendimento lessicale, partendo dal presupposto che se questa relazione suono-significato fosse esistita come realtà psicologica, allora i parlanti di una data lingua avrebbero potuto servirsene per agevolarsi nell’apprendimento di una lingua diversa.

In particolare, si sono chiesti: se gli chiediamo di memorizzare un abbinamento tra una parola giapponese e una parola inglese, sarà più facile per i partecipanti ricordarlo se quella parola inglese è veramente la traduzione della parola giapponese e non una parola a caso?

Gli sperimentatori ritenevano che se questa relazione tra significato e significante fosse esistita, allora il tempo per identificare il significato delle parole appena acquisite sarebbe stato più veloce se le parole giapponesi fossero state abbinate con il loro equivalente inglese, piuttosto che con altre parole inglesi non legate ad esse; se invece questa relazione non fosse esistita, allora non avrebbero dovuto esserci grandi differenze tra le condizioni.

La loro ipotesi è stata confermata. I partecipanti avevano prestazioni di memorizzazione migliori quando le parole giapponesi erano abbinate con la loro effettiva traduzione in inglese.

I risultati suggeriscono che, anche se non è chiaro quali proprietà linguistiche richiamino il referente, la relazione non arbitraria tra suono e significato nelle lingue verbali esista e che influenzi la codifica e il recupero del significato di parole non familiari; sfidano quindi il tradizionale assunto in base a cui le parole avrebbero una relazione esclusivamente arbitraria con il proprio referente e che l’elaborazione lessicale si basi esclusivamente su questo rapporto arbitrario.

Gli Autori ipotizzano che la struttura del suono del linguaggio parlato, con le sue proprietà simboliche, potrebbe essere stato preservato da meccanismi evolutivi. L’arbitrarietà rimane comunque una caratteristica centrale della struttura linguistica; questi studi, però, dimostrano che esistono anche relazioni non arbitrarie al servizio dell’apprendimento e del recupero lessicale.

Alt! Che cosa vuol dire “meccanismi evolutivi”? Adesso con calma e filosofia ci arriviamo. In parte abbiamo già risposto, il fatto che per noi delle relazioni suono-significato esistano come realtà psicologica ci aiuta ad apprendere lingue nuove. Adesso proviamo ad approfondire un attimo e a pasticciare qualche ipotesi perché siamo dei simpaticoni e ci divertiamo così.

L’apprendimento avviene in modo diverso nella nostra infanzia e nelle successive fasi della nostra vita. Diverse aree del nostro cervello, con diverse funzioni, infatti, si sviluppano in momenti diversi del nostro ciclo vitale. Quando un’area cerebrale è nel periodo massimo del suo sviluppo, e quindi delle potenzialità di apprendimento per quel dato dominio, si parla di periodo critico o sensibile.

Durante il periodo critico, che nel caso del linguaggio è collocato nella prima infanzia, i bambini potrebbero non avere necessità di sfruttare le caratteristiche iconiche del linguaggio per poterlo apprendere, mentre nel caso degli adulti, per i quali l’apprendimento linguistico diventa più difficoltoso, sì, potrebbe essere utile servirsene come strategia di apprendimento; e ciò potrebbe essere reso possibile della maturazione delle connessioni tra diverse aree del cervello.

Questa ipotesi potrebbe anche, in parte, spiegare come mai le lingue dei segni sembrino essere maggiormente iconiche, uno dei motivi potrebbe essere che tendenzialmente non vengono apprese durante l’infanzia, pertanto servirsi dell’iconicità per il loro apprendimento potrebbe essere oltremodo utile.

Ad ogni modo ciò che sembra emergere dai diversi studi è che sia l’iconicità, sia l’arbitrarietà facciano parte sia delle lingue parlate, sia di quelle dei segni e che esistano per noi come realtà psicologiche.

Ancora più interessante, forse, potrebbe essere il fatto che l’iconicità per i bambini, che essendo nel periodo critico del proprio sviluppo linguistico non necessitano di meccanismi particolari per l’apprendimento del linguaggio, invece, non esista come realtà psicologica nemmeno quando è autoevidente, come nel caso del gesto dell’indicare.

I bambini udenti, quando acquisiscono l’utilizzo dei pronomi io e tu, esibiscono degli errori sistematici: utilizzano tu per riferirsi a se stessi e io per riferirsi alla persona a cui stanno parlando; il che, se ci pensiamo, è perfettamente logico! Se tutti si rivolgono a me dicendo tu, allora probabilmente è perché tu è una parola che serve per indicare me!

Da un interessante ricerca di Laura Petitto (1987) emerge infatti che questo errore lo fanno anche i bambini non udenti, sebbene io e tu si esprimano indicando la persona di cui si parla. Questi bambini ad un certo punto iniziano ad indicare l’altra persona (tu) per riferirsi a se stessi, esattamente come i bambini udenti, nonostante il gesto dell’indicare per noi sia la cosa più trasparente ed iconica del mondo!

Questi risultati potrebbero essere una dimostrazione che sia le lingue verbali, sia quelle dei segni possono essere iconiche, ma noi percepiamo e sfruttiamo l’iconicità solo quando ci serve farlo.

I meccanismi per l’acquisizione delle une e delle altre, però, dovrebbero essere i medesimi indipendentemente dal fatto che in un caso si sfruttino i gesti e nell’altro le parole, non a caso nel corso dello sviluppo passiamo attraverso fasi simili e commettiamo simili errori per l’apprendimento delle une e delle altre.

Deve quindi esserci un meccanismo di base al quale entrambe le modalità sottostanno, indipendentemente dalle specifiche peculiarità.

 

Riferimenti bibliografici

David P. Vinson, Kearsy Cormier, Tanya Denmark, Adam Schembri and Gabriella Vigliocco “The British Sign Language (BLS): Norms, Age of Acquisition, Familiarity and Iconicity”, 2008

Lynne C. Nygaard, Allison E. Cook, Laura L. Namy “Sound to Meaning Correspondences Facilitate Word Learning”, 2009

Petitto Laura “On the autonomy of language and gesture: Evidence from the acquisition of personal pronouns in American Sign Language”, 1987

Appunti personali del corso di “psicobiologia dello sviluppo”

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

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