-Love-, un titolo semplice, lapidario, che ricorda una leggera commedia americana e che invece va a denominare uno dei film più controversi degli ultimi anni.  Un film fatto di “sperma, sangue e lacrime” come l’autore stesso, Gaspar Noé, fa dire al protagonista, Murphy, un giovane ragazzo americano trasferitosi a Parigi per diventare regista.

Il film si apre con  Murphy che ciondola per casa pensando alla miseria della sua vita, mentre il figlio e la compagna Omi sono ignari dei suoi pensieri e vivono la quotidianità della colazione di una domenica mattina. La luce che entra dalle finestre sembra quasi una beffa, talmente incoerente con il suo pensiero da ferire più della pioggia.

Il quadro familiare che viene rappresentato non è infatti frutto del desiderio, bensì del caso, che, seguendo la legge di Murphy (non per altro il nome del protagonista), se può, preferisce andare storto. Omi, appena ragazzina, era rimasta incinta a causa di un preservativo rotto ed essendo contraria all’aborto aveva deciso di tenere ciò che il caso le aveva portato. Murphy invece al momento del concepimento conviveva con la sua ragazza, Electra, nell’appartamento affianco, e iniziare una famiglia con Omi era lontano dai suoi piani e anche dal suo volere.

Il tempo della storia appare cristallizzato: tutto accade nell’arco di mezza giornata in cui Murphy non fa altro che pendolare fra  camera da letto,  cucina e bagno di casa sua, immerso nella sua testa. Quella stessa mattina Murphy riceve un messaggio da Nora, la madre di Electra, che, preoccupata, gli chiede se avesse avuto notizie di sua figlia, da tempo irraggiungibile. Ogni dettaglio più insulso diventa dunque per Murphy fonte di flashback che ricostruiscono la sua trama con Electra mescolando i piani temporali.

Il tutto viene presentato all’insegna dell’eccesso stilistico: eccessivi i colori, eccessivi i contrasti, eccessivi i giochi di luce ed ombra. Eccessive le scene di sesso, eccessivi i personaggi, eccessiva la violenza ed anche l’impotenza. Tre in particolare sono i colori predominanti. Da un lato c’è Il verde che viene usato in tutte le scene in cui appare Omi, un verde mela, innocuo, che non offende l’occhio, ma troppo pallido per essere visto anche se guardato.

Le scene di Electra invece vengono alternativamente tinte di giallo e di rosso. Il giallo, un giallo tuorlo d’uovo, caldo ma pieno, filtra tutte le scene iniziali del rapporto fra Murphy ed Electra. Quando il rapporto contemplava ancora la dimensione della parola, e passione e dialogo convivevano all’interno della relazione. Ad un certo punto però qualcosa cambia, il loro amore passionale diventa pura violenza e distruzione. Le immagini allora, così come i vestiti di Electra, cominciano a tingersi di un rosso porpora, che invade e copre ogni altro colore, che infetta la scena a poco a poco, fino a diventare malattia di tutto lo schermo.

Electra e Murphy si erano conosciuti ad una festa fra studenti, entrambi ingenui e senza pelle, permeabili l’uno all’altra. Parlavano la stessa lingua, una lingua di bambini. Avevano entrambi fame di vita, voglia di creare, di diventare lei artista e lui regista. Erano leggeri e volevano amare, e volevano farlo a modo loro.

“Promettimi che mi spingerai sempre a superare i miei limiti” questo chiede Electra in una sua dichiarazione d’amore a Murphy. Insieme infatti supereranno ogni loro limite, traducendo in realtà le loro fantasie più intime. Si spogliano di ogni barriera, di ogni stereotipo sociale. Prendono droghe, organizzano un rapporto a tre con Omi, appena trasferitasi di fianco al loro appartamento; si tradiscono, finiscono in un locale di scambisti nel tentativo di rimediare ai tradimenti, e poi con una prostituta transessuale nel tentativo questa volta di abbattere le gelosie.

Ogni problema suscitato dalle scelte precedenti, viene affrontato con un rincaro della dose: sempre più in là, sempre più lontani dal limite, sempre più sesso, sempre più godimento, sempre più oggetto e, dall’altro lato, sempre meno soggetto, sempre meno desiderio, e impossibilità di comunicazione. E’ emblematica da questo punto di vista una delle scene finali del film in cui Electra e Murphy arrivano a gridarsi addosso parole sbraitate che perdono ogni forma e si trasformano in puri suoni animali senza significato.

L’indicazione di superare i propri limiti finisce assumere un valore letterale che al posto di allargare il panorama del mondo, lo restringe sempre più, incrostandosi in un immobilismo di ripetizione.

Una spirale di autodistruzione a due che si ingrandisce nel tempo e li allontana sempre più, in un movimento paradossale, per cui ogni allontanamento sul piano simbolico del legame, della parola,  del desiderio si ribalta nell’evidenza di un incollamento fisico, di un sesso sempre più all’insegna dell’eccesso. Il godimento si disimpasta dal desiderio e diventa motore per consumarsiAffinchè nulla resti. Affinchè tutto scampaia”,  il mondo intero, e loro inclusi.1

La storia si chiude con Murphy accovacciato nella vasca da bagno che immagina Electra abbracciata a lui sotto il getto d’acqua. Tutti gli interrogativi rimangono aperti: dov’è Electra? Sta bene? Come dare un senso a tutto questo? Dove sono stati gli errori? Si poteva fare diversamente? Bisognava sperare che questa gravidanza non fosse mai accaduta e che la storia con Electra continuasse? Sarebbe potuta continuare in ogni caso? Si poteva pensare un finale felice o sarebbe stata in ogni caso distruzione?

Il film lascia nelle mani dello spettatore tutto questo non-senso, senza dare possibilità di risposta.”Questi sono i fatti, fanne quello che vuoi” sembra dire Gaspar Noé. Il caso ha portato ad una vasca da bagno di ricordi. D’altronde anche il ricordo, se pur rimpianto, è agonizzante. Non sembrano esserci alternative, non sembra esserci futuro. Un cumulo di macigni inamovibili che è stato costruito pietra per pietra da gesti semplici che sembravano leggeri e reversibili e ora invece sembrano aver assunto lo statuto di destino. Dove andare da qui?

 

Riferimenti

Nazzaro G. A.,  Sperma, sangue e lacrime, in https://ilmanifesto.it/sperma-sangue-e-lacrime/1

Love, Noé G., Francia, 2015.

 

CONDIVIDI
Articolo precedenteAnnientamento – La via dolorosa del cambiamento
Articolo successivoIl volto adattivo del bullismo.
Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureata in Research applied to Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali in questi ambiti. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi, collaborando con il professor Massimo Recalcati, e durante diversi tirocini di ricerca: in Olanda, in collaborazione con il team di Anita Jansen, e a Londra presso l’unità psicoanalitica di UCL e sotto supervisione di Peter Fonagy. Attualmente sto portando avanti un dottorato di ricerca all’Università di Liverpool approfondendo il tema della percezione del corpo nei disordini alimentari. Nel frattempo, ho iniziato una scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta.

ADESSO COSA PENSI?