Cari lettori di Cultura Emotiva, come sempre voglio iniziare con una domanda per contestualizzare questo mio nuovo articolo: qual è, secondo voi, uno dei più grandi piaceri della vita? Immagino che le risposte saranno variegate, chi dirà dormire senza interruzione alcuna, chi uscire con gli amici e divertirsi senza freni, chi viaggiare per posti lontani e inesplorati, ma per molti è il cibo.

Aaaah cibo: torte a sette piani, gelati, patatine, pizza, lasagne e chi più ne ha più ne metta!

Fra i più elementari bisogni dell’organismo umano, uno dei più importanti è senza dubbio quello legato al cibo e al nutrimento. Più che un semplice piacere, rappresenta una necessità legata all’istinto di sopravvivenza, proprio da ciò dipende anche la possibilità di raggiungere altri obiettivi vitali come l’interazione con gli altri esseri umani, la ricerca di un partner, la riproduzione.

Procurarsi cibo ha impegnato la maggior parte del tempo e delle energie psico-fisiche dei nostri progenitori, come del resto degli animali.

I lupi, ad esempio, agendo in branco, devono decidere velocemente su quale individuo concentrarsi (i più deboli, i giovani e i vecchi, di solito). Per catturarli, ricorrono ad elaborate tecniche di accerchiamento che prevedono una divisione dei membri in sotto-gruppi, poi si procederà alla precisa divisione del “pasto”, naturalmente la parte migliore va al maschio Alfa, è chiaro.

Una vita difficile, non certo come oggi che siamo abituati ad acquistarlo nei supermercati, online o a consumarlo direttamente al ristorante.

Nonostante tutto, la facilità di acquisto e consumo di cibo nei tempi moderni non è per niente scontata, fateci caso, quanto tempo impieghiamo per scrivere la lista della spesa o decidere cosa comprare?

Il più delle volte facciamo un rapporto costi/benefici (questo mi serve, no il latte ce l’ho, ho già in dispensa un pacco di biscotti non ne prendo altri perché vanno a male…), confrontiamo prezzi, portiamo alla memoria consigli di amici e parenti sui prodotti migliori e, inconsciamente, ci lasciamo influenzare dalle pubblicità.

Proprio per la sua complessità, Cosmides e Tooby (1994) considerano il processo di ricerca/fruizione di cibo come una sorta di dispositivo modulare che implica l’elaborazione d’informazioni e la produzione di comportamenti utili al successo adattivo della specie.

In pratica, una volta messo in funzione da particolari input interni e ambientali (stimolo della fame-presenza di una gustosa gazzella), il modulo trasforma l’informazione in una procedura decisionale, regolando le risposte fisiologiche e comportamentali che permettono a un essere vivente (non solo all’uomo ma anche agli animali) di risolvere quel particolare problema adattivo (via alla caccia!).

Ora, ritornando al nostro uomo primitivo, per lui sfamarsi non deve essere stato facile, esposto a un ambiente ancestrale pieno di pericoli: doveva cercare la preda o l’alimento giusto per lui e acquisire un’adeguata quantità di calorie indispensabili all’organismo.

Proprio questo “problema evolutivo” ha spinto l’uomo verso il carattere onnivoro delle sue strategie alimentari. E’ evidente, offre il vantaggio di una vasta scelta di possibili fonti di sostentamento, tuttavia espone più facilmente al rischio di essere avvelenati da alcune tossine diffuse nel mondo vegetale e animale, da qui la furba acquisizione di preferenze e avversioni nei confronti di particolari sapori.

A chi non piacciono i dolci? Al di là di particolari preferenze, l’antico scontro tra il dolce e il salato, davanti ad un bel cornetto con la crema nessuno resiste! Infatti, la predilezione per il gusto dolce è culturalmente universale e innata.

Gli esseri animali sviluppano questa propensione già all’interno dell’utero materno, che continua anche dopo la nascita quando si nutrono di latte, alimento zuccherino per eccellenza.

L’apprezzamento verso questo sapore ha un indubbio vantaggio evolutivo: il gusto dolce in natura funziona da sensore, indica la presenza di zuccheri negli alimenti, che ci forniscono energia per svolgere azioni psico-fisiche immediate e le calorie per resistere agli agenti atmosferici, in particolare al freddo.  

Nei confronti dei sapori amari o acidi l’evoluzione naturale ha selezionato un particolare rigetto, perché essi solitamente sono associati a sostanze che possono contenere tossine nocive per gli esseri umani.

La neofobia (dal greco νέος e φόβος, paura di ciò che è nuovo) è una strategia alimentare consistente nella riluttanza a provare cibi nuovi e inconsueti. Questo comportamento è ben conosciuto dai ratti, come una tecnica di sopravvivenza da trappole ed esche avvelenate (Buss, 2012).

Se un ratto sta male dopo aver mangiato un misto di alimenti nuovi, stiamo sicuri che la prossima volta li eviterà. I cari topini con comportamento neofobico di solito sono più longevi di quelli con comportamento neofilico (che si nutrono di tutto ciò che capita, mescolando più tipologie di alimenti).

Il tratto della neofobia lo ritroviamo anche nei nostri adorabili bambini. Quante volte davanti ad un mega piatto di minestrone ci siamo ritrovati a gridare come se ci stessero avvelenando “Che schifo, non lo voglio!”, bei ricordi infantili!

Nonostante sembri un rifiuto immotivato in realtà ha una base genetica, legata alla sopravvivenza della specie umana, lo abbiamo detto.

E’ anche legato ai comportamenti di esplorazione non solo dell’ambiente esterno (innocuo o pericoloso, secondo i casi) ma di scoperta di se stessi, necessaria alla crescita: impara a conoscere ciò che lo soddisfa da ciò che non gli piace, impara a dire di no e si afferma come un individuo dotato di volontà.

Tranquille mamme, è un fenomeno transitorio, saranno le esperienze al di fuori dell’ambiente familiare, il piacere di condividere con i compagni di scuola lo stesso piatto di minestrone, che lo spingeranno a provare nuovi gusti, anche quelli che prima rifiutava.

Infatti da grandi ci ritroviamo a mangiare anche un bue intero senza problemi, direi che il nostro processo di adattamento ai nuovi sapori si è compiuto…

Ultimamente uno dei cibi più in voga sono gli insetti, spuntano come funghi i locali che preparano stuzzicanti grilli fritti e ciambelline con farina di formiche, i media li osannano come il nuovo cibo dell’umanità, quello che ci salverà dalla fame mondiale.

Per sostenere dal punto di vista alimentare la popolazione che continua a crescere a dismisura, e ridurre l’emissione di gas serra provenienti dagli allevamenti animali, l’introduzione di questo “novel food” potrebbe essere una soluzione.

Tale alimento è inoltre ricco di proteine di alta qualità paragonabili a quelle fornite dalla carne e dal pesce, eppure… ci fa schifo, e parecchio.

Conta poco l’attenta conservazione del prodotto, l’utilizzo di spezie e aromi per renderlo più appetibile, la cottura e la conseguente eliminazione di microrganismi nocivi.

Più che il tratto della neofobia, è l’ipotesi di evitamento della malattia che spiega meglio tale sentimento di avversione. Oltre al rifiuto di cibi sconosciuti, anche il fenomeno di disgusto per i cibi potenzialmente contaminati o che risvegliano paure primordiali come gli insetti esercita una funzione di distanziamento e protezione dalle malattie.

Sono considerati un alimento impuro: bruchi e mosche che passano la loro esistenza a strisciare per terra, a posare le loro zampette sugli escrementi, sporchi in maniera indecorosa, per non parlare dei loro colori verdi, marroncini o neri, che richiamano la particolare cromia di certi fluidi corporei legati alla decomposizione e alla malattia…

Inoltre, soprattutto per gli Occidentali, mangiare vermi e larve rappresenta una sorta di tabù alimentare che risveglia nella mente tutta una serie di immagini di povertà e fame, come quelle delle popolazioni del Sud Africa che ne fanno largo uso.

Bisogna considerare che il loro utilizzo tra questi popoli è anche di tipo culturale, non solamente determinato dai fenomeni di carestia, ma la nostra mente, davanti alla paura e alla repulsione, tende a respingere tale idea…non siamo razzisti semplicemente teniamo alla nostra salute!

Nel corso dei secoli ci siamo “perfezionati”, non indossiamo più pelli di orso, non abitiamo più nelle caverne, siamo istruiti, acquistiamo cibi raffinati ma, alla fine dei conti, siamo tanto diversi dai nostri antenati?

 

BIBLIOGRAFIA

  • Buss, D.M. (2012). Evolutionary Psychology: The New Science of the Mind. Boston: MA, Allyn & Bacon.
  • Cardaci, M. (2012). Psicologia evoluzionistica e cognizione umana. Bologna: il Mulino.
  • Cosmides, L., Tooby, J. (1994). Beyond intuition and instinct blindness: Toward an evolutionary rigorous cognitive science. Cognition, 50.

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