Troppo spesso si sottovaluta la potenza di un tocco, un sorriso, una parola gentile, un orecchio in ascolto, un complimento sincero, o il più piccolo atto di cura, che hanno il potenziale per trasformare una vita (Leo Buscaglia).

La valenza di fattori psicologici e sociali, oltre che biologici, ha assunto particolare rilievo con il passaggio, nella cultura medica occidentale, da un modello di cura biomedico ad un modello biopsicosociale.

Quest’ultimo considera la salute, la malattia e le cure mediche come processi legati tra di loro che richiedono la comprensione di processi di microlivello (modificazioni cellulari o squilibri chimici) e di macrolivello (per es. il supporto sociale o le conseguenze della depressione).

Prendersi cura, dall’inglese to care, di una persona malata vuol dire, pertanto, considerare (Zani e Cicognani, 2000) diversi aspetti:

  • il processo diagnostico deve sempre tener conto dell’interazione di fattori biologici, psicologici e sociali nel determinare una condizione di salute o malattia;
  • la terapia deve essere stabilita tenendo conto della reciprocità di tali fattori e dell’individualità della persona;
  • la qualità del rapporto tra l’operatore sanitario e il paziente è fondamentale per garantire l’utilizzo di servizi sanitari adeguati e l’efficacia del percorso terapeutico.

In una visione sempre più olistica del concetto di cura, l’integrazione delle diverse competenze di più professionisti della salute, all’interno di un contesto ospedaliero, risulta fondamentale. A ciò si associa una sempre maggiore considerazione della persona e dei suoi familiari, ritenuti parte attiva e consapevole delle scelte terapeutiche.

Tra i principali obiettivi vi è, certamente, il potenziamento delle competenze comunicativo-relazionali di ogni figura professionale che si accosta al paziente, al fine di agevolarne l’iter terapeutico, rispondendo adeguatamente ai suoi bisogni, dubbi, paure ed inquietudini e a quelli dei familiari, riuscendo così a migliorarne  la qualità di vita.

All’interno dell’équipe curante, inoltre, vi è la necessità di creare un lessico comune e una modalità relazionale condivisa tra gli operatori, ciascuno dei quali ha un ruolo, determinato da diverse competenze, mansioni e responsabilità.

Questo modello ideale di équipe sanitaria non sempre è rispettato a causa di una serie di variabili riconducibili a problemi relativi all’organizzazione dell’ospedale o del singolo reparto, a difficoltà di gestione delle risorse umane e materiali o a problemi psicologici e relazionali che riguardano il singolo individuo o il gruppo (Delle Fave e Bassi, 2007).

È  fondamentale che ciascun operatore sanitario sia consapevole del fatto che il proprio intervento sul paziente o la semplice relazione con esso avrà ricadute sulla sua condizione psichica; pertanto è limitante demandare allo psicologo la responsabilità esclusiva del benessere psicologico di chi si ha in cura.

Di cosa bisogna tener conto nel rapporto col paziente?

Al fine di garantire una relazione terapeutica efficace, il professionista della salute (medico, psicologo, infermiere ecc.) deve porre particolare attenzione ad accogliere con calore il paziente, saperlo ascoltare, fornirgli spiegazioni chiare, rassicurarlo, rispettarlo, permettergli di esprimere la paura e l’ansia, dedicargli il tempo necessario, trattarlo come una persona e non come una malattia.

È fondamentale, inoltre, riuscire a riconoscere i segnali che possano indicare il rischio del superamento dei giusti confini relazionali tra operatore e paziente. Tra i principali indicatori vi sono:

  • Dedicare alla persona un tempo superiore a quello richiesto dalle sue necessità terapeutiche e senza tener conto del modello sanitario condiviso;
  • trattare un paziente in modo preferenziale (rivelando informazioni personali, trascorrendo del tempo extralavorativo insieme a lui);
  • ignorare le regole dell’ospedale, provare sfiducia nel confronti delle competenze dei propri colleghi nella gestione del paziente;
  • l’atteggiamento preferenziale del paziente nei confronti dell’operatore (dalla volontà di parlare esclusivamente con lui fino ad un esplicito atteggiamento seduttivo nei suoi confronti).

È compito di chi si occupa del malato monitorare la qualità della relazione in base ai propri e altrui comportamenti, in modo da mantenere i giusti confini tra sé e il malato, aiutandolo, quando è il caso, a riconoscere che le sue richieste stanno travalicando i limiti di una corretta relazione terapeutica.

Il contributo del medico nel lavoro d’équipe ospedaliera

«Bisogna considerare che una malattia colpisce un organo, ma viene elaborata da una mente. Lo stesso male può essere più o meno sopportabile a seconda della persona che lo percepisce. Ecco perché dico che bisogna tornare alla “Medicina della persona”. Per curare qualcuno dobbiamo sapere chi è, che cosa pensa, che progetti ha, per cosa gioisce e soffre. Dobbiamo far parlare il paziente della sua vita, non dei disturbi. Oggi le cure sono fatte con un manuale di cemento armato: “Lei ha questo, faccia questo; ha quest’altro, prenda quest’altro”. Ma così non è curare» (Umberto Veronesi).

Secondo quest’ottica, l’intervento medico assumerebbe un significato all’interno di un progetto di ristrutturazione di un equilibrio che si è rotto. Il paziente chiede al medico, in modo più o meno esplicito, che si prenda cura “globalmente” di lui.

L’ideale sarebbe quello di riuscire a costruire il quadro di normalità soggettiva entro cui ciascun paziente può essere inserito per comprendere in che modo e con che intensità la malattia è intervenuta a rompere l’armonia abituale.

Purtroppo, la realtà ospedaliera è rivolta più a porre attenzione alla malattia in quanto tale che al malato e a relegare il paziente in una dimensione di passività e di dipendenza, in cui il medico e le altre figure professionali sono gli agenti attivi e il paziente è identificato con il suo corpo malato.

Questa situazione non toglie, tuttavia, anche al medico la possibilità di cogliere quei momenti preziosi in cui è possibile accantonare la dimensione prettamente biologica per coltivare quella più umana e dialettica, in cui la malattia diventa la malattia di quello specifico paziente.

Il contributo dell’infermiere nel lavoro d’équipe ospedaliera

La figura dell’infermiere è, oggi, molto più professionalizzata rispetto a quella che poteva essere cinquanta anni fa ed è meno subordinata di un tempo a quella del medico, occupandosi di programmi sanitari di prevenzione, cura, formazione e gestione del personale.

Indipendentemente comunque dalla formazione, è indubbio che l’infermiere sia colui che da sempre passa con il paziente molto più tempo del medico ed ha per questo maggiori possibilità di monitorare ed intervenire sulle condizioni psichiche del ricoverato.

Cosa caratterizza principalmente la relazione tra infermiere e paziente?

Sono stati individuati cinque aspetti di cui tener conto:

  • Fiducia: aspetto molto critico all’interno della relazione, poiché il paziente si trova in una posizione di vulnerabilità. Fondamentale preservarla, affinché possa migliorare nel corso del tempo.
  • Rispetto: basato sul riconoscimento della persona, della sua dignità, del suo valore e della sua unicità come individuo.
  • Intimità professionale: è intrinseca al tipo di servizio e cura che l’infermiere fornisce al paziente. Può riferirsi ad attività fisiche (come aiutare il paziente a fare il bagno) o psicologiche, spirituali e sociali che rientrano nel progetto terapeutico.
  • Empatia: espressione di comprensione e vicinanza emotiva nei confronti del paziente, che comprende, talvolta, una distanza dallo stesso adeguata a permettere il raggiungimento di obiettivi e la messa in atto di comportamenti professionali appropriati.
  • Potere: il rapporto infermiere-paziente è sbilanciato, come quello tra qualsiasi operatore sanitario e paziente, data la maggiore autorità, conoscenza specialistica ed una maggior influenza sul sistema sanitario. Un cattivo uso del potere è considerato abuso

Una comunicazione sensibile e rispettosa verso il malato si manifesta anche nell’attenzione posta nello svolgimento di attività quotidiane che tengano conto dei bisogni, delle aspettative e delle abitudini di vita della persona (per esempio bussando prima di entrare nella stanza del paziente, salutando ed evitando di parlare a voce alta se chi è in stanza sta riposando, utilizzando il “lei” piuttosto che il“tu”; evitando situazioni o comportamenti che possano creare imbarazzo o disagio alla persona).

Ciò non è da considerarsi scontato, poiché, talvolta la fretta, la stanchezza  e lo stress potrebbero indurre gli operatori ad instaurare una relazione con il paziente basata sul freddo tecnicismo, il quale oltre a non essere terapeutico, non facilita la comprensione della persona.

Ovviamente bisogna considerare che ogni comportamento deve essere modulato in funzione dell’individualità della persona, tenendo conto anche della realtà socioculturale a cui appartiene.

Quali sono i rischi di cui tener conto nella relazione tra operatori sanitari e paziente?

Il lavoro svolto da chi è impegnato, a tutti i livelli, in una realtà ospedaliera in qualità di operatore sanitario (medico, psicologo, infermiere ecc.) comporta un notevole dispendio di energia fisica e psichica.

Si è soliti pensare che ciò dipenda, esclusivamente, dal rapporto continuativo con il malato e la sua sofferenza, ma in verità a dare origine ad una condizione di stress partecipano anche fattori situazionali come il sovraccarico di lavoro, la mancanza di controllo, la remunerazione insufficiente, il crollo del senso di appartenenza comunitario, l’assenza di equità e la presenza di valori contrastanti (Maslach e Leiter, 2000).

Tra i fattori individuali rientrano, invece, alcune caratteristiche temperamentali e comportamentali, quali l’ambizione, l’aggressività, la competizione, l’iperattività, la dedizione e l’impegno estremi e la ricerca di perfezionismo (Berkeley Planning Associates, 1977).

Il ripetersi di situazioni di distress pone gli operatori sanitari in una condizione di maggiore rischio rispetto al possibile sviluppo della sindrome di burnout, caratterizzata da una condizione di sofferenza fisica e psicologica acuta ed estrema, che deriva dallo squilibrio esistente tra i compiti professionali e le capacità individuali di soddisfarli.

La percentuale di chi sviluppa questa sindrome varia tra il 40  e il 70 % di coloro che lavorano nei reparti di emergenza, di malattie infettive,oncologici, nei servizi psichiatrici e di medicina generale (Ripamonti, Prunas e Steca, 2007).

Il processo di graduale esaurimento che condurrà nel nostro caso l’operatore a sviluppare la sindrome di burnout si sviluppa attraverso una serie di fasi:

  • fase dell’entusiasmo: caratterizza le prime fasi della carriera in cui si ha solitamente un’immagine idealizzata del lavoro del medico, dello psicologo o dell’infermiere e in cui si tende ad avere delle forti spinte altruistiche
  • fase della stagnazione: il mancato raggiungimento dei propri obiettivi professionali, associato alla delusione, porta a vivere la propria professione senza entusiasmo e ad avere un’affettività appiattita
  • fase della frustrazione: la percezione del proprio fallimento e l’incapacità nel considerare delle possibili soluzioni, è all’origine di una condizione depressiva. Il professionista della salute può diventare ostile ed aggressivo nei confronti del paziente e dei colleghi e manifestare una totale assenza di empatia e disponibilità
  • fase dell’apatia: caratterizzata da un totale disinvestimento dalla professione e da un rapporto distanziante e apatico nei confronti di pazienti e colleghi. Questa è la fase del burnout vero e proprio.

Da un punto di vista psicodinamico, si potrebbero considerare le manifestazioni di graduale ritiro che caratterizzano il burnout come modalità difensive messe in atto da chi si trova in una grave condizione di distress, per proteggersi da una serie di condizioni che non sarebbe in grado di gestire diversamente.

Questa sindrome potrebbe essere costituita, pertanto, da una serie di effetti a catena, che potrebbero portare chi ne soffre a svolgere la propria professione in modo inadeguato.

Il contributo dello psicologo nel lavoro d’équipe ospedaliera

Al di là del rapporto professionale basato sulla presa in carico diretta del paziente da parte dello psicologo, quest’ultimo riveste un ruolo importante anche nella gestione delle dinamiche interpersonali tra i diversi operatori.

Per poter offrire un miglior servizio all’utenza e migliorare il clima lavorativo del reparto ospedaliero risulta necessario pianificare degli interventi in grado di migliorare le strategie di coping di tutto il personale, in modo tale da ridurre l’incidenza dello stress e, di conseguenza, di rischi come il burnout.

Attraverso strumenti come la Health Professions Stress and Coping Scale (Ripamonti, Prunas e Steca, 2007) lo psicologo può occuparsi della valutazione dei livelli di stress e delle specifiche strategie di coping utilizzate da ogni singolo operatore. Ciò permetterebbe di creare interventi preventivi finalizzati alla promozione di un clima collaborativo e sereno all’interno dell’équipe e alla salvaguardia, in prima istanza, del benessere del paziente.

Infine, è stata dimostrata l’efficacia di programmi di formazione e di gruppi di supporto finalizzati ad un miglioramento della comunicazione tra i vari operatori sanitari e il paziente (Fujimori, Oba e Koike, 2003).

 

Bibliografia

  • A. Ripamonti, C. A. Clerici (2008): Psicologia e salute. Introduzione alla psicologia clinica in ambiente sanitario, il Mulino, Bologna.
  • Solano (2011): Dal sintomo alla persona. Medico e psicologo insieme per l’assistenza di base, Franco Angeli, Milano.
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Josephine Zammarrelli
Sono nata ad Agropoli (SA), un piccolo gioiellino nel cuore del Cilento al quale sono profondamente legata. Ancor prima di terminare gli studi liceali ho preso parte al IV Convegno F.I.S.I.G (Federazione Italiana Scuole ed Istituti Gestalt) a Salerno. Ho scritto una tesi triennale, in ambito neuropsicologico, riguardante l’interfaccia neurale per la riabilitazione di deficit neurologici. Attualmente sono iscritta al corso di laurea magistrale in Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Padova. Dal 2016, collaboro in qualità di writer all’interno di un blog informativo “Genitore si diventa” (http://www.genitoresidiventa.it). Sin da bambina ho sempre avuto l’esigenza di dedicarmi all’arte e ad attività capaci di dare espressione al mio mondo personale ed interiore. Il disegno, la danza e la musica sono stati sempre una costante nella mia vita. La comunicazione è vita e “Cultura Emotiva” rappresenta per me un’ulteriore occasione per conciliare questa mia personale esigenza con l’amore per il complesso ed affascinante mondo della psicologia. Contatti: jzammarrelli@virgilio.it

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