Zoe: «Si, perché la fame la senti eccome. Ma tu sei superiore, sai resistergli. Metti a tacere ogni istinto e pulsione, azzeri oltre alle calorie qualsiasi cosa abbia a che fare con la vita, vivi di niente, ed è proprio in quel niente che finalmente, forse per la prima volta, ti senti esistere. […]

Varco le porte di studi di psicologia dall’età di 14 anni […] alla ricerca di qualcuno che si facesse carico della mia mente eccessiva e me la restituisse alleggerita […]. E tutto questo è accaduto quando stavo per comprare casa, iniziare una convivenza, intraprendere un lavoro prestigioso che tanto avevo desiderato.

E non riesco a non avercela con la mia mente […] Non poteva farmi spiccare finalmente il volo? […] So che è stupido dirlo, ma in questo momento penso all’anoressia e mi manca… mi manca perché allora era tutto più facile.»

Il testo da cui è tratto questo passo, di Paolo Cotrufo e Zoe, segue lo scambio epistolare tra uno psicoanalista e una giovane donna con problematiche alimentari, autrice del blog “Mia madre odia le carote e ora le odio anche io“, da cui è tratto il titolo del libro.

I temi trattati sono di enorme portata clinica e aprono a più riflessioni, rappresentando bene la complessità della mente e di alcune declinazioni del dolore psichico contemporaneo come l’anoressia, la bulimia, gli attacchi di panico, il senso di vuoto e le tendenze suicidarie, nonché la specifica attenzione con cui si “ascolta” questo disagio, dal vertice psicoanalitico.

Zoe è uno pseudonimo, e non a caso il suo significato in greco è “vita”, probabilmente quella che la ragazza insegue nella sua lotta contro l’anoressia.

Ma che cos’è l’anoressia? Il termine deriva dal greco anorexia e sta ad indicare la mancanza del senso dell’appetito. Con questo nome indichiamo dunque un disturbo alimentare caratterizzato dalla riduzione più o meno grave dell’assunzione di cibo, che in alcuni casi può portare ad un dimagrimento pericoloso.

Spesso la restrizione alimentare è intervallata da abbuffate di una notevole quantità di cibo che indicano un improvviso cedimento delle proprie capacità di autocontrollo. In questi casi, dunque, il tentativo di controllare il peso viene attuato con il vomito autoindotto o con l’abuso di farmaci lassativi e/o diuretici.

Secondo Cotrufo, la causa di tali disturbi è da rintracciare principalmente nel fattore Ψ.

Troppo spesso, infatti, si nota che anche da parte di psichiatri e psicologi esperti, viene posta una eccessiva enfasi sul peso reale della paziente o sulle cause che ella stessa riferisce rispetto al suo impulso di dimagrire, ad esempio il desiderio di ridurre i fianchi.

Invece, quello con cui si ha a che fare è il vero aspetto della giovane, ossia quello che la paziente ci descrive, non quello che esprime la realtà. Se ci si occupa esclusivamente del peso, si collude inevitabilmente con la patologia della paziente: la diretta conseguenza è credere che la cura per questi disturbi si possa ridurre alla mera normalizzazione del peso.

Zoe e Paolo Cotrufo hanno scritto a due mani un libro assolutamente insolito, costruito su un reale scambio di mail durato 9 mesi tra uno psicoanalista e una ragazza che riesce a mettersi a nudo soltanto tramite un monitor ed una tastiera.

Questo strano incontro non costituisce in alcun modo una terapia, in quanto non essere fisicamente presenti nella relazione terapeutica tiene fuori la porta una rilevante porzione di vissuti emozionali e affettivi, in particolare quegli elementi primari e originariamente somatici che vengono di fatto evitati o repressi.

I sintomi più evidenti che Zoe ha manifestato negli ultimi vent’anni sono a carico del corpo, che diventa così il palcoscenico di un disagio psichico. Se il sintomo del corpo ha un valore simbolico, allora esso è interpretabile: il corpo in questo senso diventa una sorta di vestito dell’anima.

L’intenzione iniziale con cui è stato pubblicato questo volume era quello di offrire agli studenti un testo che permettesse di entrare più direttamente in contatto con il disagio psichico così come è generalmente espresso dai pazienti. Ma questo particolare “esperimento” da parte di Paolo Cotrufo è in realtà interessante per tutti i lettori, anche quelli estranei alla professione.

Uno degli elementi fondamentali che emerge dalla sua lettura è che la particolarità degli esseri umani sta nel fatto che questi possono stare male anche se non gli è accaduto nulla che possa essere considerato obiettivamente traumatico.

Pertanto alla base dei sintomi psichici è sempre riscontrabile un senso ed è necessario giungere a quel senso se si pretende di risolvere un disagio.

Nel libro, oltre alla descrizione delle sue relazioni familiari, invischiate ed investite di antiche fantasie infantili, prende spazio anche il racconto onirico.

Professore, questa notte ho fatto un sogno curioso.

Era il giorno del mio matrimonio. Io e il mio compagno andavamo in chiesa con la stessa macchina guidata da mio nonno (che nella realtà è morto), il quale era l’unico insieme a mio padre a sapere che non saremmo arrivati separati, così come vuole la tradizione.

Il patto era che, una volta giunti vicino la chiesa, io sarei scesa dalla macchina di nascosto e da sola ingannando tutti gli ospiti, […]. All’altare mi avrebbe aspettato mio padre.

Il mio vestito era molto discreto e con una caratteristica: il corpetto nero e la gonna bianca. Arrivata davanti agli invitati nessuno mi guarda, io aspetto che qualcuno mi dica «come sei bella!», cerco negli sguardi degli altri approvazione, penso tra me e me «chiunque dice ad una sposa che è bella anche se poi è brutta, perché a me nessuno dice niente?» Ci rimango malissimo e cresce dentro di me la solita sensazione di non valere nulla.

Nel sogno le scrivo una mail e le dico del mio abito nero e bianco che a nessuno è piaciuto, ma le preciso che a me sembrava sobrio ed elegante. Lei mi risponde che in fondo un’anoressica è una morta che cammina, quindi non a caso ho scelto di abbinare al tradizionale colore di una sposa il nero, colore del lutto.

Nel frattempo aspetto che arrivi il mio compagno. Gli ospiti iniziano a lamentarsi […], provo a immaginare dove sono finiti lui e mio nonno ma nessuno lo sa.”

Questo è l’ultimo di una lunga serie di sogni raccontati da Zoe nel libro, analizzati e interpretati sempre nell’ottica di un faticoso tentativo di crescere e di separarsi dal groviglio familiare.

Stavolta la risposta dello psicoanalista consiste nell’interpretazione di un matrimonio incestuoso con suo padre che l’aspetta all’altare e il lutto per una madre a cui sta sottraendo il marito, nella disperata lotta contro se stessa per diventare finalmente adulta.

Questo e molti altri spunti di riflessione emergono in questo scambio di lettere. In particolare, in quest’ultima, Cotrufo decide di interrompere la corrispondenza con Zoe perché resosi conto della relazione di transfert tra lui e la giovane, cosa che a suo avviso le avrebbe impedito di affrontare al meglio il percorso d’analisi che nel frattempo aveva iniziato con un’altra professionista. E stavolta di persona.

Mia madre odia le carote” è un libro che ti scaraventa con parole di grande impatto emotivo nella (non) vita di Zoe e di tante altre persone che vomitano sul corpo la loro sofferenza psichica.  Zoe saluta così i lettori:

Mi piacerebbe raccontarvi che in tutto questo lasso di tempo il mostro cattivo è stato sconfitto  io sono libera dalla sua morsa, ma non posso. Primo, perché il mostro cattivo continua a fissarmi ancora, secondo perché continuo a scivolare nel fondo.

Posso dirvi tuttavia che in questi mesi ho preso fiato e fatto passi avanti […], mi sono alzata dal letto e il dolore l’ho guardato in faccia, ho puntato la torcia sul passato, l’ho esaminato, ho scritto molto.”

Ed è vero, ancora adesso Zoe continua a scrivere sul suo blog e le sue parole rappresentano sempre un viaggio nei meandri del dolore, che permette a chiunque di sentirsi vicino a ciò che prova e che vive.

“A me interessava la fame, la mia capacità di resistergli, il verificare quali fossero i miei limiti, l’accertarmi che limiti non ce ne fossero. Mi irritava se qualcuno riduceva il mio progetto al dimagrire, giravo la testa dall’altra parte, superiore ed arrogante, certa che il mio fine era qualcosa di molto più interessante e prestigioso. Il corpo è mio e ci faccio quello che mi pare.

Così rispondevo a chiunque cacciava fuori dalla bocca parole facili sul mio corpo emaciato e fuori uso. Il corpo non è mio. Il corpo non lo so più di chi è.”

 

Bibliografia di riferimento

Cotrufo P., Anoressia del sessuale femminile. Dal caos alla costituzione del limite – Franco Angeli Editore 2005

Cotrufo P., Zoe, Mia madre odia le carote. Corrispondenza psicoanalitica tra sconosciuti. Anoressia, corpo, sessualità – Mimesis Edizioni 2016

Sitografia:

www.miamadreodialecarote.wordpress.com

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Elvira De Simone
Ho conseguito la Laurea Magistrale in Psicologia Clinica presso la Seconda Università degli studi di Napoli. Tornata nella mia città di origine, Taranto, ho effettuato il mio tirocinio al Centro di Salute Mentale. Grazie a questa esperienza ho avuto la possibilità di confrontarmi con un concetto di sofferenza psichiatrica molto diverso da quello sempre studiato sui manuali, e di entrare nel vissuto delle persone tramite l'ascolto empatico delle loro esperienze. Da qui si acuisce il mio già acceso interesse per i disturbi psicotici, che posso osservare da vicino anche adesso che svolgo attività di volontariato presso i Centri Diurni D'Enghien e Basaglia del Dipartimento di Salute Mentale di Taranto, partecipando ad attività di sostegno e riabilitazione. In futuro mi piacerebbe frequentare una Scuola di Specializzazione Psicoanalitica, rimanendo aperta all'idea di far parte di una rete di colleghi e professionisti "con altri occhi". Contatti: elvira_desimone@libero.it

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