È lì, a portata di mano, la propria mente. Sono lì a portata di mano, i propri pensieri.

Primo passo di formazione per psicoterapeuti, psicologi e psichiatri: Sono capace di osservare i miei pensieri?

Già porsi questa domanda è un importante passo avanti. Sposta la prospettiva, ci rende consapevoli di una possibilità che non abbiamo esplorato con la dovuta attenzione.

Essere capaci consapevolmente di osservare i propri pensieri crea una distanza da essi, facendo al contempo esperienza di ciò che potremmo chiamare il vero io osservante, senza fonderci con loro.

I pensieri allora ci possono apparire come un flusso spontaneo che non impone obbligatoriamente un’azione né ci obbliga a considerare alcun pensiero come definizione di ciò che siamo.

Io osservo i miei pensieri, io non sono i miei pensieri, fanno parte di me ma non esauriscono la conoscenza della mia persona, c’è questo ente che sa osservare e si rivela osservando.

Che effetto mi fanno? Alcuni pensieri possono sembrare imprescindibili. Possono avere uno strettissimo rapporto con noi tale da non permetterci di riconoscere alcuna distanza fra il nostro vero io ed i pensieri stessi.

Possiamo descrivere gli stati di disagio come pensieri persistenti capaci di suscitare paure, sentimenti di inadeguatezza, pessimismo, colpa, inferiorità, persecutorietà, rabbia, invidia, vendicatività… l’elenco è lungo.

Con la frequenza con cui compaiono, alcuni pensieri possono dare l’illusione di rappresentare l’intera identità. Alcune persone si accostano alla realtà, agiscono, anche con efficacia, accompagnati da un pensiero insistente che li convince di “non aver fatto bene” oppure “che tutto è inutile“, ricavando un grande senso di frustrazione dal proprio agire.

Ho verificato con alcuni pazienti che, per quanto li avessi invitati a visualizzare un luogo o una situazione piacevole, non solo facevano molta fatica, ma i consueti pensieri si riproponevano automaticamente alla loro attenzione modificando negativamente sia i tentativi di visualizzazione, che la percezione di ciò che li circondava.

È fondamentale essere capaci di osservare i propri pensieri e cogliere l’effetto che alcuni di essi possono avere su di noi. Questa attività auto-osservativa contribuisce alla padronanza sullo stato della nostra mente.

Tutto ciò avviene in uno stato di delicatissimo equilibrio. La mente vaga, Mind Wandering (MW), quando non è impegnata in un compito. Questo “vagare” può portare la nostra attenzione verso contenuti più o meno gradevoli, in funzione degli stimoli che la determinano.

Dal punto di vista neurofisiologico la MW è stata messa in relazione con un circuito indicato come Default Mode Network (DMN) che si attiva nello stato di MW. Alcuni studi indicano che la mindfulness, in quanto compito attentivo, riduce il MW come se il compito di mantenere attiva l’attenzione imbrigliasse questo vagare della mente.

Taluni autori considerano il MW come lo stato di base e di continuità della vita psichica che sembra osservabile quando l’attenzione, per così dire, si lascia “cullare” da questo “vagare” senza attivarsi oltre una certa soglia, oltre la quale il DMN sembra disattivarsi e con esso il MW.

Vengono in mente varie cose a partire da queste considerazioni. Per esempio la difficoltà per molti pazienti di impiegare il metodo delle “libere associazioni” che necessiterebbe di uno stato di serenità e di riposo mentale sufficiente per attivare MW.

Quante sono le persone che hanno bisogno di essere impegnate sempre in qualcosa perché altrimenti, in stato di riposo, la mente che vaga li porta verso contenuti sgradevoli?

Un articolo suggestivo e ben fondato recita nel suo titolo: Una mente che vaga è una mente infelice; portando dati chiari a conferma di questo assunto. Forse è questa la ragione per la quale spesso le persone evitano di soffermarsi sui loro pensieri e quando iniziano un trattamento psicoterapeutico trovano molto difficile farlo?

Ci si trova spesso di fronte a persone che dicono di non pensare a nulla, in realtà sono abituati al loro paesaggio interiore fatto di agi e disagi che non ne riconoscono più le peculiarità e non lo sanno descrivere. Conoscono il risultato dei pensieri che creano disagio e che indicano con un generico star male, ma non sanno mettere a fuoco in maniera efficace i pensieri stessi.

Ci sono molte manovre di evitamento a disposizione oggi. Si pensi all’abuso dei siti social sugli smartphone che consente una continua distrazione da sé sempre più crescente. La dipendenza da questi mezzi è dovuta al fatto che essa premia il bisogno di impegnate la mente in altro. Analogo discorso per le serie sulle parti che consentono di impegnare la propria attenzione su “altro da sé” per ore in uno stato di binge watching.

Forse l’attrazione della possibilità di ascoltare storie raccontate (come ne i Racconti di Canterbury) è dovuta al sollievo generato dal fatto di mettere la propria mente altrove. Ma cosa si mette altrove?

L’attenzione. Questa è la ragione del piacere dell’ascolto, del pettegolezzo via internet, del racconto, delle serie tv. È il mezzo per “impegnare” la mente, ovvero per meglio dire l’attenzione su contenuti più piacevoli di quelli offerti dalla Wandering Mind, la mente che vaga.

Per taluni la mente che vaga si prospetta come un’entità estranea che arbitrariamente influenza l’atmosfera interiore e l’unico rimedio che per caso, per volontà o per l’integrazione delle due, imparano ad usare è la manipolazione chimica dei contenuti della mente, emozioni e pensieri, per disattivare gli effetti negativi della mente che vaga, della mente che vaga libera.

Il pensiero ossessivo sembra proporsi come un imbrigliamento della mente che vaga creando un binario fisso di pensieri ripetitivi che non consentono l’accesso ad altri contenuti. È ciò che si trova, per esempio, nei disturbi alimentari, con l’attenzione sempre impegnata su pensieri sul cibo e la guarigione inizia quando questi pensieri perdono forza ed aprono brecce ad altri pensieri.

L’esperienza clinica dimostra che una buona combinazione fra esplorazione clinica dei pensieri del paziente, la promozione di risorse di osservazione e descrizione attraverso un intervento cognitivo, la mindfulness e l’EMDR, consente di far efficace e corretto uso del materiale clinico più prezioso che il paziente può offrire, vale a dire i suoi pensieri.

 

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Furio Ravera
Laureato in Medicina e Chirurgia all'Università di Milano, ha conseguito la specializzazione in Neuropsichiatria Infantile. Dal 1980 è psichiatra presso la Casa di Cura Le Betulle dove è direttore dei reparti "Abuso e Dipendenze da Sostanze Stupefacenti e Farmaci" e "Disturbi di Personalità e Disturbi Psicotici". Ha completato il 1° Corso MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) e il Corso di 1° e 2° Livello EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) per il trattamento dei traumi. Insieme a Roberto Bertolli ha fondato le Comunità Terapeutiche Crest, la Società di Studio per i Disturbi di Personalità (SdP), la Comunità Terapeutica Cima di Milano e il Centro Terapeutico La Ginestra di Milano. Ha prestato numerose consulenze presso Sert, Casa di Cura Villa del Principe, Casa di Cura Villa dei Pini. Già Professore a contratto presso la Scuola di Psicologia Clinica dell'Università di Milano Bicocca, tra le numerose pubblicazioni annovera "Un fiume di cocaina" e "Le regole e la manutenzione della Vespa".

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