Già perché? Mi ha sempre lasciato una nota di curiosità la fine delle grandi fiabe: Cenerentola, La Bella Addormentata, Biancaneve, questo genere, ci siamo capiti. Al di là del fatto che da bambino ho desiderato che le fiabe, nella loro versione cinematografica, non finissero mai (forse da questo desiderio condiviso sono nate le lunghe serie Netflix) ho anche desiderato sapere cosa succedeva dopo.

Se la sarebbero cavata bene i due innamorati? Si sarebbero sul serio amati per sempre, al di là della frettolosa dichiarazione “…e vissero per sempre felici e contenti…” che nella sua ripetitività destava qualche sospetto, come dire “accontentati di sapere come è andata fino ad ora… il resto non conta…”. In effetti non ricordo fiabe che iniziano nel momento in cui il Principe si dichiara e i due convolano a nozze.

Poi inizia la vita quotidiana, i figli da crescere, il Principe potrebbe avere qualche problema, forse i conti del regno non vanno sempre bene, oppure….

Forse che la parte più bella ed interessante delle relazioni sentimentali sia rappresentata dalle vicissitudini da superare prima di raggiungere un traguardo, il coronamento dell’amore, tanto desiderato quanto ostacolato dagli eventi?

Ma perché il dopo non interessa più?

Perché nel dopo arriva il cronico ritardatario alla festa di nozze: la realtà, con tutti suoi fascicoli pieni di informazioni, come un commercialista zelante che una sera, in prossimità delle scadenze fiscali, viene ad abbattere l’illusione dei tuoi guadagni, spiegandoti che gran parte se ne andranno in tasse.

Dunque, l’amore che spinge gli amanti a superare ogni ostacolo, l’amore che vede solo se stesso ma non spiega nulla, non informa su come sarà la vita avvolta da questa euforia sentimentale.

Può essere immaginato come una intensa idealizzazione dell’oggetto amato, che non fa porre domande, perché l’amore genera, come l’odio e la rabbia, suoi parenti decaduti, solo certezze.

Tutti hanno vissuto la fiaba di essere principi e principesse ma ad un certo punto il bel film finisce. Sopravvivono solo gli amori che hanno la forza e la struttura per reggere alle luci della realtà senza abbagliamenti.

Le fiabe ci mostrano il primo pezzo della relazione amorosa. Dall’uomo che “ti sveglia” (La bella addormentata) e ti apre alla vita sentimentale e sessuale, all’uomo che ti riscatta (Cenerentola) all’uomo che ti libera dalla minaccia della madre strega che vuole uccidere la bellezza e la disponibilità all’amore.

Pensa la giovane donna “…con lui sarò finalmente felice, sarò come voglio essere…”.

La fase del “Principe Azzurro” cela molte insidie. È facile rimanere abbagliati dalla più forte delle seduzioni, l‘idea di essere amati come nessuno potrà amarti mai e nessuno ti ha amato prima.

In fondo a questa idea troviamo anche il tema del riscatto: quanto più è stata ed è problematica la vita in famiglia, tanto più sarà forte la promessa d’amore.

L’amato è il nuovo, il diverso da ciò che è stato vissuto fino ad allora. Sarebbe una buona scelta se non esistesse nella natura umana, potente, la coazione a ripetere, per la quale spesso accade che, resi distopici dal nuovo, sfuggano i tratti “familiari” che, non osservati, ci riportano a scegliere proprio ciò da cui sogniamo di fuggire, perché comunque c’è “aria di casa”, anche se quella casa fu luogo triste, fatto di incomprensioni, abbandoni e violenze.

La distorsione principale è l’idealizzazione dell’amato, parte integrante di ogni innamoramento, che funziona come un avanzatissimo Photoshop rimaneggiandone radicalmente l’immagine, eliminando tutto ciò che vi è di negativo e rendendo abbagliante ciò che vi è di positivo.

Nessuno si accorge di questo meccanismo, fatto di negazioni, minimizzazioni, scissioni, che appartengono ai meccanismi difensivi che “distorcono” l’immagine, vale a dire capaci di attenuare fino all’annullamento, le informazioni che segnalano un problema, la possibilità di un disagio, alterando la verità per difendere la fiaba.

È un meccanismo persistente che si mantiene anche quando gli aspetti negativi del partner iniziano a rendersi evidenti per altri occhi. Se qualche amica se ne accorge e cerca di farlo notare, la donna “innamorata” appare ostinatamente impegnata a difendere il partner giustificando, minimizzando e, soprattutto, “non vedendo”.

Accade così che i maltrattamenti trovino in molte donne un accoglimento sottile, inconsapevole, che rende normale ciò che normale non è, perché le difese inconsce hanno disattivato la possibilità di percepire il giusto disagio.

Qui si apre la strada che favorisce la violenza. Ma perché ciò avvenga sono necessarie caratteristiche complementari del partner maschile.

In particolare, vorrei segnalare una caratteristica dell’uomo violento, psicologicamente o materialmente, che si aggiunge alle altre già descritte dalla letteratura. Parlo del rapporto che si instaura fra il fatto di provare dei sentimenti per qualcuno e ritenere che questi sentimenti generino dei diritti sulla persona amata.

Taluni, scoprendo di essere innamorati di una donna, ritengono che sia suo dovere impegnarsi nella soddisfazione di questo amore come una priorità assoluta, senza curarsi se vi è o se è tramontata, una reciprocità di sentimenti.

Invito a riflettere sul seguente assunto: Amare qualcuno non ci dà alcun diritto, fatto salvo il diritto di tutti al rispetto dei propri sentimenti che non ha nulla a che vedere con il fatto di mettersi al servizio dei sentimenti altrui.

L‘idea distorta che amare sia fonte di diritti e presupponga delle responsabilità dell’amato ha come figlio primogenito la gelosia morbosa, radice forte di tutte le violenze coniugali e sentimentali.

Amare qualcuno non significa essere proprietari di quella persona.

Desiderare qualcuno non ci dà il diritto di invadere il suo spazio privato e occorre fare attenzione alla possibile illusione di essere corrisposti, se non ci sono in tal senso dichiarazioni e comportamenti espliciti.

La violenza sulle donne e il male estremo del femminicidio è la conseguenza di una interpretazione dell’amore come diritto. Ti uccido perché sei l’incarnazione di sentimenti che non tollero più. Ti aggredisco perché sei la rappresentante di un sentimento che vivo come un fastidioso corpo estraneo.

L’omicida-suicida uccide e si procura la morte perché sa che non basta uccidere chi incarna i suoi sentimenti, l’oggetto appare come un male che non si può estirpare, tutto deve finire, anche i figli e la vita.

È necessario educare ai sentimenti. Insegnare che i sentimenti, in primo luogo sono una nostra responsabilità. Sono un‘attivazione della mente che è necessario imparare a tollerare, senza pensare che la soluzione sia reprimerli.

Accogliere i propri sentimenti, anche dovendo rinunciare a soddisfarli (perché non corrisposti o non più corrisposti) è fonte di ricchezza dell’anima, apre la strada a vie di sublimazione che contengono ancora il seme dell’amore.

La nostra maturità sentimentale inizia con la rinuncia edipica che apre la strada a nuovi amori, insegna l’equa trasformazione dell’amore in un rapporto più sano che partecipa alla costruzione di un solido esame di realtà ed al rispetto della realtà. Così si educano i sentimenti, ponendoli a confronto con la realtà.

“Lolita”, il film “Angelo Azzurro”, “Morte a Venezia”, descrivono la tragedia della realtà negata, quando desideri e sentimenti ci spingono verso confini invalicabili.

A quel punto si ha la percezione dell’ostacolo che in questo caso è rappresentato ed identificato nell’oggetto d’amore. Sei ostacolo perché non accetti il mio amore, sei ostacolo perché non mi ami, sei ostacolo perché amarti mi fa male. E gli ostacoli evocano rabbia e distruttività.

Passiamo ora ad un altro livello di riflessioni.

I sentimenti fanno parte di ciò che viene chiamata intimità ed occorre sapere che l’esperienza dell’intimità fra due persone è un terreno accidentato. Più ci avviciniamo all’altro e più facilmente sorgono problemi, si accendono emozioni, compaiono le pretese ed emergono le vulnerabilità, tanto più intense e complesse quanto è più problematica la personalità di chi si impegna in una relazione.

Ben se ne sono accorti con senso di smarrimento gli psicoanalisti, che per primi hanno avuto a che fare con pazienti con disturbi di personalità. Dopo un’iniziale luna di miele in cui il paziente non faceva che dichiarare di aver finalmente trovato il terapeuta perfetto per lui, pecco comparire intense reazioni emotive contro il terapeuta.

Cosa era successo?

Di seduta in seduta il paziente ha progressivamente investito i suoi sentimenti nei confronti del terapeuta evocando, in questa area di intimità, vecchie vicissitudini relazionali che costituiscono la colonna portante del suo disturbo.

A parte questo siparietto clinico, è di comune osservazione che i problemi relazionali più importanti li abbiamo con le persone a noi vicine, perché più o meno inconsapevolmente vengono investite di richieste (prima di tutto di essere capiti anche quando non ci spieghiamo) mettendo allo scoperto le nostre vulnerabilità.

Negli ultimi 50 anni è divenuto più facile entrare in contatto intimo, grazie ad una importante rivoluzione dei costumi – non va giudicata, è un processo inevitabile ed inesorabile nel contesto della cultura occidentale e della progressiva laicizzazione – e non tutti sono preparati a sperimentare l’intimità ed il significato che oggi ha la coppia.

La coppia negli ultimi decenni è stata investita da una richiesta micidiale: la felicità. Niente di più fragile e pericolante.

Spesso si tratta di persone che non hanno ben chiaro perché si mettono insieme, animati da progetti di realizzazione personale che lasciano poco spazio al progetto di coppia. Talvolta uno dei due non ha un preciso progetto ma non trova la sua realizzazione nel costruire una famiglia, vissuta come vincolo ed impegno.

È facile che su questo terreno sorgano incomprensioni e che queste si trasformino in rancore. La violenza scaturisce come soluzione di chi non ha altri mezzi, di chi non sa separarsi ed emanciparsi.

Al violento fa paura ritrovarsi con la responsabilità della propria vita nelle sue mani e la cessazione di una storia viene vissuta con la stessa rabbia e paura di un bambino che venisse abbandonato dalla madre ad un angolo di strada. Ecco che appare gigantesco il fantasma della madre cattiva: la strega.

In gran parte delle fiabe, alla fine, quando tutto si sta ricomponendo la strega viene uccisa. Anche questo insegnano le fiabe. Mi piacerebbe una fiaba senza streghe che muoiono ma che le si lasci andare dove vogliono e che si capiscano anche le loro ragioni.

Il giorno 25 Novembre 2018 si è svolta la Giornata Contro la Violenza alle Donne.

 

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Furio Ravera
Laureato in Medicina e Chirurgia all'Università di Milano, ha conseguito la specializzazione in Neuropsichiatria Infantile. Dal 1980 è psichiatra presso la Casa di Cura Le Betulle dove è direttore dei reparti "Abuso e Dipendenze da Sostanze Stupefacenti e Farmaci" e "Disturbi di Personalità e Disturbi Psicotici". Ha completato il 1° Corso MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) e il Corso di 1° e 2° Livello EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) per il trattamento dei traumi. Insieme a Roberto Bertolli ha fondato le Comunità Terapeutiche Crest, la Società di Studio per i Disturbi di Personalità (SdP), la Comunità Terapeutica Cima di Milano e il Centro Terapeutico La Ginestra di Milano. Ha prestato numerose consulenze presso Sert, Casa di Cura Villa del Principe, Casa di Cura Villa dei Pini. Già Professore a contratto presso la Scuola di Psicologia Clinica dell'Università di Milano Bicocca, tra le numerose pubblicazioni annovera "Un fiume di cocaina" e "Le regole e la manutenzione della Vespa".

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