Una caratteristica propria ed unica della specie umana è quella di essere in grado di discernere un comportamento avvenuto per caso, o per errore, da un comportamento attuato intenzionalmente, mosso da desideri, credenze ed aspettative.

Siamo in grado, per esempio, di capire quando una persona ci pesta un piede inavvertitamente o se invece lo fa con l’intento di farci un dispetto; e di conseguenza la nostra reazione comportamentale sarà diversa in un caso e nell’altro.

Al contrario, i primati, anche quelli più intelligenti, non sono in grado o fanno più fatica ad effettuare questo tipo di operazione, con il risultato che le loro risposte comportamentali sono più omogenee e cioè riflesse al tipo di attivazione fisiologica esperita.

In questa vignetta che contrappone umani e primati ritroviamo riassunti i tratti fondamentali che insieme definiscono il concetto di mentalizzazione.

Con il termine di mentalizzazione infatti Peter Fonagy e Antony Bateman (2006) indicano una attività mentale immaginativa che porta a percepire ed interpretare i comportamenti propri ed altrui come il risultato di stati mentali interni ed intenzionali, e cioè appunto come il risultato di desideri, credenze, aspettative, bisogni, obiettivi e sentimenti.

In altri termini, mentalizzare può essere definito come quella facoltà che permette di vedere se stessi “dall’esterno” e gli altri “dall’interno”: cambiare di prospettiva, assumendo una prospettiva in terza persona sul proprio io ed una in prima persona sugli altri.

È proprio in questo modo che le azioni proprie e altrui diventano significative, e cioè assumono un significato storico in termini di stati mentali interni.

Se una signora anziana salendo sull’autobus inciampa sul mio piede, nella maggior parte dei casi, sarò in grado di capire che il suo gesto non è stato intenzionale. Molto probabilmente dunque, nonostante il piede dolorante, sorriderò alla signora e le risponderò qualcosa del tipo: “Non si preoccupi” o “Nessun problema”.

Altra cosa è invece se giocando con il mio cuginetto, questi per dispetto decide di saltare sul mio piede con l’intento di farmi male, o quanto meno di crearmi fastidio -a seconda del peso del cuginetto in questione-. In questo caso, l’interpretazione del suo comportamento mi porterà ad avere reazioni diverse e sarò più propensa ad arrabbiarmi.

La capacità di mentalizzare, e dunque la capacità di rappresentare i comportamenti in termini di stati mentali, ha conseguenze non secondarie sul nostro essere nel mondo: è ciò che guida e spiega le risposte differenziali che ognuno di noi assume nell’interagire con le altre persone nel mondo e, al contempo, è ciò che garantisce una coerenza alle proprie azioni.

Questo risulta essere ancora più evidente in ambito clinico quando cioè tali facoltà sono per qualche motivo intaccate.  È infatti proprio grazie alla mentalizzazione che è possibile mantenere un’immagine di sé stabile nel tempo, un senso continuativo di se stessi nonostante i cambiamenti ambientali e personali: una coerenza fenomenologica che permette di tessere e mantenere il filo della propria storia.

Al contrario, nella psicopatologia ciò che spesso si riscontra è una storia personale in frammenti, dove i vari tasselli non si incastrano perfettamente, non si susseguono in maniera lineare e mancano parole per creare ponti che diano coerenza al vissuto soggettivo.

Al contempo, un’erronea interpretazione delle motivazioni che spingono i comportamenti altrui può portare a reazioni emotive e comportamentali che intaccano la stabilità delle relazioni stesse.

Da quanto detto risulta evidente che la teoria della mentalizzazione ha una natura multi-sfaccettata di cui si possono definire diverse componenti e dimensioni. L’atto di mentalizzare, infatti, ingloba e mostra diverse aree di sovrapposizione con altre aree della psicologia.

In primo luogo, è possibile discriminare due macro componenti della teoria: una di stampo cognitivo e l’altra di stampo emotivo. Nel primo caso oggetto di percezione ed interpretazione sono i pensieri, le intenzioni, e le credenze proprie ed altrui, mentre nel secondo caso l’accento viene posto sul vissuto emotivo.

La mentalizzazione cognitiva a sua volta mostra delle analogie con la teoria della mente (T.o.M.) laddove ad essere mentalizzati sono i pensieri altrui. La mentalizzazione delle emozioni altrui invece è molto simile al concetto di empatia. Mentre laddove oggetto di mentalizzazione è il proprio sentire si possono trovare aree di sovrapposizione con il concetto di mindfulness.

È possibile effettuare una distinzione anche riguardo all’oggetto che viene mentalizzato, che può corrispondere con il proprio sé oppure con gli altri esterni. Infine, è possibile distinguere fra meccanismi impliciti di mentalizzazione, che avvengono autonomamente ed in maniera inconscia, e meccanismi invece espliciti, che impongono uno sforzo riflessivo cosciente.

In ogni caso, la nostra interpretazione del mondo si basa costantemente su un’integrazione fra credenze e pensieri interni e indizi esterni percepiti, quali ad esempio le espressioni facciali e le posture altrui.

D’altronde, nell’agire quotidiano tutte queste componenti non si mostrano nella loro separatezza ma come un sistema unico che continuamente regola e determina come interpretiamo e come interagiamo con il mondo.

Ma da dove vengono queste capacità? Sono innate oppure sono frutto di apprendimento? Quando e come nascono?

La capacità di mentalizzare non è un dato di fatto presente fin dal momento della nascita, bensì essa si sviluppa lentamente nel corso delle prime relazioni significative e affonda le sue radici nelle esperienze precoci dell’attaccamento.

È infatti proprio all’interno delle prime relazioni con la madre e con il padre che il bambino impara ad essere un’interprete del mondo, ed è grazie alle risposte dei quest’ultimi che impara che egli stesso è un essere dotato di stati mentali interni.

Perché questo accada è indispensabile che il caregiver in primo luogo si comporti come un interprete delle azioni del bambino e cioè in maniera mentalizzante.

In altri termini, è indispensabile che il caregiver dia un senso, un significato, al pianto del bambino, che “dialoghi” con esso interpretando le sue azioni ed espressioni facciali, e rispondendo in maniera congruente.

I primi significati del mondo che il bambino si crea infatti passano attraverso lo sguardo dell’altro: è l’altro a significare le attivazioni fisiologiche che il bambino prova e che altrimenti rimarrebbero senza nome.

Un esempio paradigmatico di questo meccanismo è quello della caduta. A molti sarà capitato di osservare un bambino, intento ad avanzare i primi passi, barcollare e finire al suolo. Curiosamente a seguito di queste cadute, la prima reazione che molto spesso i bambini mostrano è quella di girarsi verso la madre.

Se questa si mostra preoccupata il bambino comincerà a piangere, se al contrario questa è serena o ride, anche il bambino rimarrà sereno o riderà. Il fatto importante è che in ogni caso il bambino rivolge lo sguardo all’altro materno prima di decidere come reagire.

Il bambino cioè aspetta che sia la madre ad interpretare per prima la situazione, ed eredita da essa le tonalità emotive con cui significare la sua caduta.

È dunque attraverso il rispecchiamento emotivo e l’interazione con il caregiver che il bambino arriva a formarsi gradualmente un senso di sé interiore e a rappresentare se stesso come agente intenzionale, dotato di sentimenti e di pensieri propri.

Allo stesso tempo, è sempre nel contesto di queste prime interazioni che il bambino diviene poco a poco in grado di percepire come significativi e prevedibili l’universo relazionale e l’agire altrui.

Lo sviluppo delle capacità di mentalizzazione è dunque un processo interpersonale che esige la presenza delle cure particolari dell’accudimento dell’altro. Vi è bisogno cioè che ci sia un altro che veda il bambino nella sua soggettività e che risponda a quest’ultimo in qualità di soggetto.

References

Allen, J., Fonagy, P., Bateman, A. (2008)., La mentalizzazione nella pratica clinica Tr. It. Raffaello Cortina, Milano 2010.

Bateman, A. & Fonagy, P. (2006) Mentalization Based Treatment – a practical guide OUP: Oxford.

Fonagy, P. & Target, M., (2001) Attaccamento e funzione riflessiva. Tr. It. Raffaello Cortina, Milano 2001.

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Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureata in Research applied to Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali in questi ambiti. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi, collaborando con il professor Massimo Recalcati, e durante diversi tirocini di ricerca: in Olanda, in collaborazione con il team di Anita Jansen, e a Londra presso l’unità psicoanalitica di UCL e sotto supervisione di Peter Fonagy. Attualmente sto portando avanti un dottorato di ricerca all’Università di Liverpool approfondendo il tema della percezione del corpo nei disordini alimentari. Nel frattempo, ho iniziato una scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta.

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