Che cosa possono avere in comune Pinocchio e il dr. Cal Lightman, protagonista di Lie to me?

Non hanno solo entrambi a che fare con le menzogne ma nascono dall’idea che quando diciamo una bugia compare sul nostro volto una traccia, qualcosa che corrisponde ad un moto emotivo.

Vediamo meglio.

Ciò che spesso rende complicate le relazioni umane sono le bugie, le menzogne, qualsiasi forma di alterazione della cosiddetta verità.

Spesso accade che ci convinciamo di essere persone sincere, di quelle che “dicono le cose come stanno” e pretendiamo dagli altri, da qualsiasi altra persona, lo stesso trattamento. Siamo quasi ossessionati dalla verità, d’altro canto come potremmo non esserlo discendendo da una tradizione culturale di filosofi e matematici (da Platone ad Archimede fino a Parmenide) che l’hanno cercata e venerata.

Credo che molti di noi ricordino con estrema vividezza almeno un paio di episodi nella vita in cui hanno scoperto di essere stati vittime di una menzogna: c’è la sensazione di essere stati beffati mista alla percezione di un grande senso di incertezza. Allora come posso sapere qual è la “verità”?

La sincerità appare non solo come un valore morale talvolta perseguito, forse, con eccessiva intransigenza, ma anche come una garanzia di semplificazione delle relazioni umane. Ma dato che la menzogna compare spesso nelle nostre vite, cosa accadrebbe se fosse realmente possibile smascherarle facilmente? Ne trarremmo solo vantaggi?

È il 1883 quando Carlo Collodi, scrittore e giornalista fiorentino, pubblica il romanzo Le avventure di Pinocchio presentando al mondo il burattino che, ormai parte dei nostri cuori, propone la più meravigliosa soluzione contro i bugiardi: il naso che si allunga ogni volta che si pronuncia una bugia.

La soluzione offerta da Collodi è molto affascinante: sarebbe allora estremamente semplice accorgersi di una bugia e colui che la dice avrebbe presente in ogni momento il suo misfatto, come deterrente per una eventuale recidiva.

Straordinario, forse, e, come tutte le favole, la novella avrà il suo lieto fine: ma ci siamo mai domandati cosa accadrebbe se Pinocchio fosse un bambino vero?

Forse non è un caso che la storia termini proprio lì e come ogni volta, dopo il vissero per sempre felici e contenti, ci sarebbero state delle sorprese. 

A tal proposito gli esperti ci rivelano qualcosa di affascinante: la bugia nel bambino segue tappe che assecondano il corso dello sviluppo e rappresentano l’acquisizione di nuove competenze.

Solo per far capire di cosa sto parlando, vediamo cosa significa questa affermazione nei primi anni di vita.

La prima forma di menzogna è rappresentata da un semplice monosillabo: no. Il bambino mente inizialmente per negare la propria responsabilità in una situazione in cui rischia di essere punito, quasi cercando di far magicamente svanire il suo errore e riparandolo, nel tentativo di preservare sé stesso da una punizione che ritiene ingiusta.

Questo meccanismo contiene l’intento di trarre in inganno un’altra persona e si tratta quindi di una vera e propria menzogna (Ekman, 2001).

Se ci addentriamo nella questione però, non si tratta di un semplice no, ma piuttosto dell’affermazione della propria identità, di scoprire per la prima volta di avere una mente propria che può contenere un segreto. Tutto questo contribuisce nel bambino allo sviluppo di una percezione di sé come individuo.

Queste prime bugie compaiono molto presto ma è verso i 6 anni che il meccanismo si complica dato che il bimbo acquisisce la percezione del fatto che gli altri possono avere un punto di vista diverso dal proprio.

A questo punto la menzogna non riguarda solo il fatto di poter contenere un segreto nella propria mente, ma piuttosto far credere agli altri di avere uno stato d’animo diverso da quello reale, dissimulare le proprie intenzioni.

Per questo chi mente, secondo Piaget, autore e grande studioso della psicologia infantile, deve possedere grandi competenze comunicative.

Mi fermo qui, senza dilungarmi eccessivamente sulle modalità in cui si dispiega il contemporaneo sviluppo delle competenze infantili e della menzogna. Riporto solo alcuni aspetti essenziali però nel delineare un quadro complesso in cui risulta evidente che la domanda iniziale riguardo il fatto se sia sempre utile smascherare le bugie, non ha una risposta così semplice.

Forse se un bambino avesse davvero le caratteristiche di Pinocchio non potrebbe realmente crescere.

In effetti gli studiosi concordano sul fatto che smascherare in modo severo le bugie dei bambini potrebbe risultare controproducente inducendo da un lato il meccanismo opposto, ovvero di mentire ripetutamente, e dall’altro renderebbe più complesso il loro processo di individualizzazione.

Si tratta piuttosto di oscillare, tra lo smentire le menzogne dei più piccoli e lasciarle passare come non viste, fermo restando che la migliore educazione possibile per la sicurezza di un bambino rimane cercare di non dare noi, come adulti, il cattivo esempio mentendo.

Appare già evidente come in effetti la sincerità non renderebbe tutto più semplice nelle relazioni umane, come si potrebbe pensare, ma anzi le bugie rappresentano quel caos eteroclito necessario per lo sviluppo della complessa macchina che è il nostro cervello.

Questo risulta ancora più vero se ci si addentra nel ruolo delle menzogne nella nostra vita adulta. Che ruolo rivestono in questa fase?

E se esistesse un metodo efficace, come il naso di Pinocchio, per scoprire le bugie anche quando diventiamo grandi, sarebbe utile, allora, per le relazioni umane?

Tim Roth nella veste di Cal Lightman nella serie Lie to me. USA, 2009.

Alcuni ricercatori hanno delineato nel tempo varie funzioni assolte dalla menzogna nella vita adulta, rintracciando varie tipologie di bugie tra cui: bugie dovute alla timidezza, di tipo gratuito, bugie fatte per evitare punizioni o situazioni sconvenienti, per difendere sé stessi, gli altri, bugie per la privacy o anche menzogne che sono al tempo stesso verso gli altri e verso sé stessi (Lewis M., Saarni C., 1993).

Lo scopo della bugia quindi è quasi sempre strategico e, a meno che non si tratti di situazioni patologiche, e relegato a certi contesti e persone della vita: ognuno di noi decide se e a chi mentire ed in quali occasioni.

Rispetto ad altre, come quella asiatica, la nostra cultura religiosa e la nostra società condannano maggiormente i mentitori, eppure appare evidente che è impossibile non mentire mai anche solo per rispondere “Tutto bene” alla solita domanda “Come stai?”, magari rivolta da persone che non appartengono alla sfera della nostra intimità.

Se è vero che mentire, in alcuni casi, è del tutto condannabile, possiamo anche affermare che voler essere sinceri a tutti i costi potrebbe violare la nostra intimità e quella di altre persone e che mentendo otteniamo e conserviamo la nostra indipendenza.

Cosa accadrebbe allora in età adulta se volessimo trovare un sistema per rintracciare sempre la verità?

La famosa serie tv Lie to me, che ha come protagonista il dr. Cal Lightman, esperto di linguaggio e comunicazione non verbale, si ispira al celebre lavoro di Paul Ekman I volti della menzogna e alle sue numerose ricerche volte a dimostrare come si possano rintracciare nel volto, nella voce, nella postura e nelle parole di una persona le tracce di una eventuale menzogna.

I fondamentali presupposti del lavoro di Ekman sono due. In primo luogo, come riportato anche nella Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick, gli esseri umani comunicano attraverso due moduli fondamentali: verbale e non verbale. Durante uno scambio comunicativo esiste la necessità di integrare queste due parti ma, quando non coincidono, questo può divenire fonte di ambiguità oppure potrebbe (in alcuni casi) rappresentare il segnale di una eventuale menzogna.

La seconda osservazione dello studioso riguarda il fatto che, nel momento in cui una persona mente, e deve dimostrare la veridicità della sua bugia, si produce un moto emotivo che risulta in qualche modo riscontrabile dall’esterno ad un osservatore attento.

Ekman dedica quindi numerosi studi cercando di codificare tutti questi aspetti producendo come risultato un corso completo, un manuale, che insegna a decifrare le espressioni e a rivelare le menzogne: The Facial Action Coding System (1978).

Nella serie televisiva Lie to me il dr. Lightman è ossessionato da questo sistema e dalla verità, a tutti i costi e in tutti i settori della sua vita, dal lavoro alla famiglia ai rapporti di amicizia.

Voglio riportare il breve scambio che avviene in una scena della serie per riuscire a rendere l’idea di quanto sia complesso il sistema delineato da Ekman. Il dr. Lightman collabora con la polizia per risolvere un caso di omicidio e sta interrogando James, un giovane ragazzo indagato.

Dr. Lightman: “(Al liceo) anche io facevo i cento metri sai. Tu come sentivi i quadricipiti durante la gara?”

James: “Am… bene, immagino…”

Nei fotogrammi prima della risponda si porta l’attenzione dello spettatore sul fatto che per replicare il ragazzo volta il capo e distoglie lo sguardo.

Dr. Lightman: “E mentre correvi, la notte in cui ti hanno arrestato?”

James: “Mi sentivo bene.”

Qui il ragazzo mantiene lo guardo fisso, non volta la testa e parla con tono sicuro.

Dr. Lightman (successivamente, rivolgendosi alla squadra): “Quando ho chiesto a James della sua gara migliore ha distolto lo sguardo per ricordare e rispondere sinceramente. Quando gli ho chiesto della notte del delitto mi ha guardato dritto negli occhi. Non stava ricordando, STAVA MENTENDO”.

Collaboratore (di Lightman): “Ma chi mente non evita di guardarti mentre parli?”

Risulta evidente quanto siano importanti i dettagli del dialogo non verbale e quanto poi questi necessitino di un’interpretazione per poter risultare utili nello smascherare una bugia.

Porre attenzione alle informazioni che vanno oltre le parole e che si esplicano attraverso il linguaggio del corpo rappresenta uno spazio di investimento nella relazione con l’altro dal quale nessuno di noi dovrebbe prescindere.

Ogni dettaglio della comunicazione non verbale può anche essere utile nello smascherare le bugie, ma non esiste un sistema immediato per farlo e non sempre questo può offrirci dei vantaggi.

L’ossessione per la verità risulta talvolta controproducente e, anche in questo caso, Lie to me si mostra capace di esporre cosa accadrebbe nelle relazioni personali con l’applicazione ostinata di un sistema di smascheramento, che talvolta mette a rischio il rapporto del protagonista con la figlia adolescente.

Possiamo quindi concludere che esistono certamente dei modi per comprendere meglio l’altro, per andare oltre le semplici parole andando ad indagare cosa c’è dietro, ma nella vita di tutti i giorni sarebbe giusto forse che tutto il nostro cervello collaborasse per mantenere le funzioni delle menzogne.

Dovremmo semplicemente tollerare il fatto che le relazioni umane sono e restano complicate e che la sincerità estrema, che talvolta vorremmo ottenere, non è solo impossibile ma forse le turberebbe ulteriormente.

Anche il mentire, quindi, richiede intelligenza e solo gli animali superiori ne sono capaci.

In diplomazia, mentire è utile: in amore, necessario. (Roberto Gervaso, Il grillo parlante, 1983).

 

BIBLIOGRAFIA

Ekman P., I volti della menzogna, Giunti Editore, Firenze 1989.

Ekman P, Le bugie dei ragazzi, Giunti Editore 2009.

Wazlazick P., Beavin J. H., Jackson D. D., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio Ubaldini Editore 1971.

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Silvia Cipolli
Dott.ssa in Psicologia con la votazione di 110 e Lode/ 110 presso l'Università degli Studi di Firenze, ho iniziato, con la stesura della tesi, uno studio relativo agli effetti della cultura Gotica e del terrore nel mondo infantile. Parallelamente mi sono occupata, nel ruolo di educatrice, di ragazzi con varie forme di disturbi e disabilità. Nel 2016 ho frequentato un tirocinio presso l'Università di Firenze che porterà a breve alla pubblicazione di un articolo su una importante rivista. Nel 2017 ho frequentato un tirocinio presso la ASL Toscana-Centro approfondendo le mie conoscenze soprattutto nel campo del trattamento dei disturbi depressivi e dell'abuso sessuale infantile. La scrittura è una parte importante della mia vita e per passione frequento dal 2015 corsi di scrittura creativa che hanno portato alla pubblicazione di alcuni racconti. Contatti: silvia,cipolli@gmail.com

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