Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché senza che avesse compiuto alcunché di male, in un grigio e triste mattino invernale, venne arrestato“.

Così inizia il libro “Il processo“.

Forse troppo piccola ho iniziato a leggere Kafka e forse troppo presto ho iniziato a sentire, con lui, una forte affinità. Quando ho letto “Il processo” per la prima volta mi è apparso subito chiaro quanto leggi e regole, all’apparenze così chiare, siano in realtà spesso complesse.

Kafka, che si iscrisse senza troppa convinzione alla facoltà di giurisprudenza, seduto allo spettacolo del processo, ne ha osservato le dinamiche per poi giudicarle e criticarle in molti dei suoi libri.

Quando mi sono iscritta all’università e ho scoperto che gli psicologi forensi sono accumunati da questo atteggiamento kafkiano, anch’io non ho saputo resistere alla tentazione di approfondire questi temi, perché ne sono stata subito affascinata.

Tanti tra scienziati e giuristi hanno espresso la propria opinione circa le contraddizioni che caratterizzano il processo; in questa sede, per motivi di spazio, scelgo di soffermarmi su un unico argomento che è stato (e continua ad essere) oggetto di controversie: la testimonianza.

“Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”, così giura il testimone durante il processo.

Immaginate di essere in un’aula di tribunale, il testimone viene ascoltato dal giudice, voi siete tra il pubblico e, probabilmente, siete lì a domandarvi: “Quell’uomo sta mentendo o sta dicendo la verità?”.

Ma il ricordo di un testimone è davvero affidabile? Possiamo davvero considerare la testimonianza come elemento chiave di un processo? La risposta della scienza è forte e chiara: “No”.

Questa risposta contrasta con l’importanza che, giuridicamente, viene data alla testimonianza.

La testimonianza è un mezzo di prova e, tra i mezzi di prova, viene considerato uno dei più importanti al fine di decidere le sorti dell’imputato.

Evidenze scientifiche, d’altro canto, ci permettono di affermare che:

  • Ci sono persone che hanno una memoria migliore rispetto ad altre.

Il ricordo di una persona può essere più affidabile del ricordo di un’altra. Durante il processo, però, non vengono prese in considerazione queste differenze individuali e, in linea di massima, tutti i testimoni sono reputati ugualmente credibili.

Così recita, infatti, l’art. 196 c.p.p. al comma 1: “Ogni persona ha la capacità di testimoniare”. La stessa norma, però, sottolinea anche che in alcuni casi particolari si può decidere di verificare l’idoneità fisica o mentale del testimone; d’altra parte, scrive il legislatore, qualora venisse accertata la mancanza di idoneità, questa non preclude al giudice la possibilità di assumere comunque la testimonianza.

  • I ricordi sono soggetti a continua modifica.

Sono molto comuni, nella vita di ognuno di noi, i falsi ricordi, cioè ricordi di eventi che non si sono mai verificati o ricordi distorti di eventi che si sono realmente verificati, ma non esattamente così come noi li ricordiamo.

È stato studiato, per esempio, un effetto molto comune che riguarda la tendenza a modificare alcuni ricordi del passato quando questi ci sembrano discordanti con l’idea che abbiamo di noi stessi.

Ad esempio, se mi reputo una persona forte ed indipendente avrò difficoltà ad accettare che da piccola ero continuamente bullizzata dai miei compagni e, probabilmente, mi convincerò che ricordo male e che, in realtà, la bulla ero io. Situazioni di questo tipo sono molto più frequenti di quanto crediamo, ma è evidente che nel processo hanno ripercussioni molto gravi sulle sorti dell’imputato.

  • Non esiste relazione alcuna tra sicurezza e accuratezza del ricordo.

A determinare la sicurezza di un’affermazione sono caratteristiche quali il sesso del testimone, la sua età, l’etnia, la quantità di energie investite nel provare a ricostruire i fatti.

Appare chiaro come questi aspetti non abbiano alcuna relazione con l’evento che il testimone viene chiamato a raccontare. Nonostante ciò, più quest’ultimo appare sicuro, più il giudice si convince della veridicità delle sue affermazioni.

  • Ricordi di eventi traumatici non sono più veritieri di quelli di eventi non traumatici.

Yerkes e Dodson sono riusciti a dimostrare che esiste un livello ottimale di attivazione che aumenta le abilità percettive dell’individuo, si tratta di un livello intermedio. Se sono molto agitata o molto calma durante l’avvenimento dei fatti, le mie capacità percettive saranno deficitarie e avrò difficoltà a riportare l’evento in modo accurato.

  • Errore di source monitoring.

Consiste in un errore di attribuzione della fonte: la persona ricorda l’evento in modo vivido, a tal punto da convincersi che si sia realmente verificato. Spesso, in seguito, emerge che la vera fonte (source) del ricordo è un sogno, una scena di un film o altro.

  • Errore nel riconoscimento.

Spesso ci si affida al ricordo di un testimone per individuare il colpevole attraverso una descrizione delle caratteristiche somatiche.

In particolare si usa la seguente tecnica: il testimone oculare descrive il profilo del colpevole; la polizia comincia a ricercare il possibile sospettato sulla base dell’identikit fornita; viene chiesto al testimone di verificare se riconosce il colpevole tra una serie di persone che gli vengono mostrate.

Tra i soggetti presentati solo uno è il vero sospettato, gli altri hanno caratteristiche simili, pertanto, assomigliano alla persona descritta dal testimone e servono ad ottenere una certezza in ordine all’identificazione.

Gli Americani avviarono l’”Innocent project” con il quale fu possibile scoprire che molti errori erano stati commessi con la tecnica del riconoscimento e molti innocenti avevano pagato per crimini che non avevano commesso.

Sembra, infatti, che i testimoni fossero stati condizionati da una serie di meccanismi psicologici, per esempio il fatto che si sentivano in obbligo di trovare un colpevole e quindi indicavano semplicemente chi sembrava loro essere più vicino all’immagine che avevano in mente.

Questa fu una ricerca che fece molto scalpore.

Di fronte a queste evidenze molti sono stati i pareri degli esperti: da un lato c’è chi sostiene che la testimonianza non dovrebbe avere alcun valore giuridico; dall’altro c’è chi crede che essa sia di fondamentale importanza e che bisognerebbe affidarsi solo alle regole di comune esperienza; dall’altro ancora c’è chi assume una posizione più moderata sostenendo che, tenendo conto delle conoscenze scientifiche acquisite, si potrebbe valutare con maggiore attenzione l’attendibilità di ciascun testimone, caso per caso.

Attualmente il mondo scientifico, comunque, nutre ancora molti dubbi riguardo all’utilità della testimonianza nel processo. Cosa ne pensate? A voi il verdetto finale…

 

Si dice che la verità trionfa sempre, ma questa non è una verità.
(Anton Čechov)

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Simona Casale
Sono una studentessa di 21 anni. Attualmente vivo a Padova e sono iscritta alla magistrale di psicologia clinica. Sono originaria di un paesino del Sud Italia, in Campania; mi sono trasferita a Roma per l'università e lì mi sono laureata in Scienze e tecniche psicologiche, con il massimo dei voti. Ho trascorso sei mesi in Erasmus a Parigi, in Francia. Sono tremendamente incuriosita dall'altro, chiunque esso sia. Ho fatto volontariato in passato e spero di riuscire a ricominciarlo al più presto. Oltre alla psicologia ho un'altra passione che coltivo da sempre: la scrittura. Ho vinto un premio di scrittura creativa e ho scritto qualche articolo per un giornale. Grazie a Cultura Emotiva posso provare a conciliare questi miei interessi. Contatti: simo.casale@hotmail.it

4 COMMENTI

  1. Naturalmente, appena ho finito di leggere questo tuo pezzo memorabile, sono andato a cercare altre situazioni parallele: pittori e scultori ciechi dalla nascita. un pò (colpevolmente lo ammetto) deluso dagli esiti dei pittori, sorpreso da quelli degli scultori (ma me l”aspettavo -il tatto è prodigioso-) beh, mi è capitato di leggere in un sito, Stilearte.it questo argomento che ti riporto pari pari “Perchè chi è cieco dalla nascita racconta le immagini dei propri sogni e le descrive dettagliatamente? E le immagini stesse sono elementi linguistici trasformati in sensazioni visive o l’uomo dispone, nel patrimonio genetico, di una sorta di archivio iconico? Dare una risposta a questo fenomeno non è facile, ma le ricerche proseguono, anche perché ciò significa capire nel profondo i meccanismi percettivi e indagare su ciò che di immateriale potrebbe essere trasmissibile dai genitori ai figli.” bel problema, che ne dici? buon lunedì di angeli mai visti ma tanto descritti e rappresentati

  2. I confronti all Americana sono totalmente inattendibili in quanto scatta un processo euristico. Leggete l eccellente psico spy story di Robert Ludlum “il segreto di Ambler” o tutti i romanzi di Jeffry Deaver col paraplegico di cui nn mi ricordo il nome..☺

  3. Scusami se rispondo solo ora ma ho appena letto il tuo commento. Non credo di aver capito a cosa ti riferisci… Fai sempre riferimento all’articolo sulla testimonianza?

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