La tecnologia è sempre stata uno dei miei più grandi incubi.

Ho sempre odiato aspramente la sua freddezza e la sua logica e, con fatica, ho lottato tutti questi anni contro Zuckerberg. Non è stato facile sopravvivere in un mondo di e-mail, telefonate su Skype, incontri su Tinder; amicizie su Facebook; offerte di lavoro su Linkedin.

Proprio mentre iniziavo a sentirmi al passo con i tempi e lasciavo alle mie spalle ogni speranza di vivere negli anni ’70, sono stata messa di fronte ai nuovi sconosciuti mondi della tecnologia: questa volta, mi è stato fatto notare che, ormai, anche la psicologia sta iniziando ad allearsi al mondo della tecnologia.

In particolare mi è stato richiesto di possedere una serie di conoscenze informatiche che, come avrete capito, non ho al fine di poter svolgere un lavoro che m’interessa e mi incuriosisce molto.

Lo sconforto che ho provato mi ha portato a riflettere e a informarmi sull’effettivo ruolo che la tecnologia sta avendo nell’ambito psicologico e voglio condividere con voi le mie scoperte.

Sappiate che le conoscenze tecnologiche stanno diventando sempre più importanti e chi è stato lungimirante, tra noi psicologi, ha iniziato subito ad acquisire queste competenze ed è giunto a conclusioni molto interessanti. Vi elenco di seguito qualche risultato del connubio psicologia-tecnologia:

  • Woebot

Si tratta di un chatbot che nasce con l’obiettivo di fare psicoterapia on-line, creato da un team di psicologi di Stanford.

Ma cos’è un chatbot? Si tratta di un robot dotato d’ intelligenza artificiale.

Siri o Cortana, per esempio, sono chatbot. Quello che gli autori di Woebot hanno deciso di creare è semplicemente una sorta di Siri che è in grado di gestire conversazioni con pazienti affetti da depressione e ansia e intervenire, usando una terapia cognitiva comportamentale, al fine di guarirli.

Il primo strumento in assoluto di questo tipo fu creato, incredibile ma vero, nel 1966, si chiamava Eliza e usava una terapia di stampo rogersiano (interagiva con il paziente semplicemente riformulando ciò che la persona aveva precedentemente detto) per creare un rapporto empatico.

Ho usato Woebot e, pur trovandolo molto interessante, devo ammettere che ha ancora molti limiti ma, di questo passo, credo che presto, la sua efficacia migliorerà e i suoi difetti diminuiranno.

  • Talk2me

Questo è un lavoro tutto italiano. I creatori sono due ragazzi Lorenzo Zaccagnini ed Elisa Romondia che sono programmatori oltre che laureati in psicologia.

Talk2me è un chatbot dedicato agli studenti o, comunque, a tutti quelli che nutrono interesse per il mondo della psicologia. Ponendo al chatbot domande quali “Chi è Freud?” è possibile ottenere risposte appropriate e puntuali nella maggior parte dei casi, ampliando le nostre conoscenze in modo rapido e veloce.

  • The machine to be another

Anche questo progetto ha destato il mio interesse, perché credo sia veramente rivoluzionario. Questa volta si tratta di un macchinario che permette di calarsi, letteralmente, nei panni di un’altra persona.

Immaginate due soggetti, posti uno di fronte all’altro, che indossano una sorta di casco: uno di loro è un senegalese che si chiama Adofo che vive in Italia da anni e l’altro è Matteo Salvini. La macchina fa si che Matteo Salvini percepisca di essere Adofo e viceversa. Salvini, grazie a questo strumento, osservandosi le mani le vedrebbe più abbronzate del solito, toccandosi i piedi percepirebbe quelli di Adofo, non i suoi.

Questa macchina nasce, sostanzialmente, al fine di aumentare i livelli di empatia. È stato dimostrando che, mettendosi nei panni dell’altro, si diventa più comprensivi e meno critici. È stato usato anche per aumentare le capacità empatiche dei bambini autistici e lascio a voi immaginare quanta potenzialità c’è in un mezzo del genere.

Come avete potuto vedere, quindi, c’è chi si è avventurato alla ricerca di nuovi e interessanti, seppur criticabili, sbocchi del mondo della psicologia.

D’altro canto, invece, c’è la psicoterapia “classica” che si trova a dover dialogare con le nuove tecnologie, stabilendo dei compromessi.

Sempre più frequentemente sentiremo i nostri pazienti dirci “Dottoressa oggi possiamo sentirci via Skype?”; “Dottore, sarò all’estero per un anno ma vorrei continuare il mio percorso con lei, come possiamo risolvere?”; “Dottoressa, mio figlio ha bisogno di aiuto, credo abbia una dipendenza dal computer, voglio inizi una terapia ma lui non vuole uscire di casa”.

C’è un nuovo filone detto “cyberpsicologia” che s’interessa proprio a tutte queste nuove difficoltà che lo psicologo moderno si trova ad affrontare.

Sempre più, oltretutto, lo specialista si troverà a interagire con persone che porteranno in terapia problemi quali: “Sono triste perché oggi la mia foto ha ricevuto solo tre likes” oppure “Mio marito fa sesso on-line con un’altra conosciuta su un sito porno, che faccio?” e chi più ne ha più ne metta.

Di fronte a queste novità c’è chi si pone con un atteggiamento tradizionalista e chi, invece, cerca di adeguarsi ai nuovi standard.

Se, per esempio, dopo aver creato una buona alleanza con il paziente, l’unico modo per proseguire la terapia è usare le nuove tecnologie, potrebbe essere auspicabile farlo invece che costringerla a ricercare un nuovo terapeuta con il quale creare un nuovo rapporto.

Il professor Cantelmi, uno dei massimi esperti di cyber psicologia in Italia, sottolinea proprio come bisognerebbe provare a guardare alla tecnologia come un nuovo strumento da inserire nella nostra “valigetta degli attrezzi”.

In conclusione è innegabile che il mondo si stia evolvendo sempre più rapidamente e noi, psicologi 2.0 non possiamo frenare questo progresso costante; tutto ciò che possiamo fare è fermarci a riflettere su come gestire questi nuovi strumenti, dobbiamo porci qualche domanda e darci le risposte che ognuno, secondo il suo sistema di valori, reputa più opportune.

Potrà veramente la mente trarre vantaggio dalle nuove tecnologie o potranno solo esserle nocive?

Buona riflessione! Io corro a crearmi un profilo su Linkedin, alla prossima.

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Simona Casale
Sono una studentessa di 21 anni. Attualmente vivo a Padova e sono iscritta alla magistrale di psicologia clinica. Sono originaria di un paesino del Sud Italia, in Campania; mi sono trasferita a Roma per l'università e lì mi sono laureata in Scienze e tecniche psicologiche, con il massimo dei voti. Ho trascorso sei mesi in Erasmus a Parigi, in Francia. Sono tremendamente incuriosita dall'altro, chiunque esso sia. Ho fatto volontariato in passato e spero di riuscire a ricominciarlo al più presto. Oltre alla psicologia ho un'altra passione che coltivo da sempre: la scrittura. Ho vinto un premio di scrittura creativa e ho scritto qualche articolo per un giornale. Grazie a Cultura Emotiva posso provare a conciliare questi miei interessi. Contatti: simo.casale@hotmail.it

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