Basta accendere la Tv, beccare un poliziesco a caso e state sicuri che la parola “psicopatico” spunterà fuori almeno la metà delle volte. Non di rado avrete sentito dare dello “psicopatico” a qualcuno anche al di fuori del mondo televisivo, magari per descrivere un amico “bizzarro” o qualcuno dal comportamento “inquietante”, “imprevedibile”.

Difficilmente, comunque, il termine viene impiegato con cognizione di causa e il senso comune, così come la fiction, hanno idea di cosa realmente si intenda per psicopatia.

Eppure l’argomento sta guadagnando sempre più popolarità, non solo per gli intriganti spunti narrativi che offre al mondo dello spettacolo e dell’arte, ma anche all’interno delle scienze psicologiche e forensi.

Partiamo da una tipica definizione clinica.

La psicopatia consiste in un disturbo della personalità caratterizzato da una spiccata mancanza di empatia e senso di colpa o responsabilità per le proprie azioni, perlopiù lesive del prossimo e contrarie sia alla legge che alle norme morali non scritte. 

Il comportamento antisociale non necessariamente – seppure spesso – assume la forma di un crimine violento, ma può riguardare manipolazioni, machiavellismo, menzogne e forme di aggressività strumentale, tramite cui lo psicopatico ottiene un obiettivo personale o da cui, semplicemente, trae piacere.

Non solo: altro tratto caratteristico di questo disturbo riguarda il possesso di un certo fascino accattivante e superficiale, attraverso cui lo psicopatico riesce, non di rado, a dare l’apparenza di un buon adattamento in società e, addirittura, a guadagnarsi un posto di favore nella stessa.

Insomma, c’è materiale in abbondanza per rinnovare i nostri abbonamenti a Netflix per almeno un’altra generazione.

In parallelo alla crescita dell’interesse sul come definire e distinguere uno psicopatico, è cresciuto anche quello riguardo al “perché” la psicopatia esista.

Non parliamo di un quesito ontologico, ma delle domande che la psicologia evoluzionistica si pone, nel tentativo di comprendere come mai alcune caratteristiche con una importante connotazione genetica, come i tratti di personalità, tendano a conservarsi, nonostante rappresentino un ostacolo evidente per la preservazione della nostra specie.

O almeno, così sembrerebbe.

Da un lato, è lampante che prediligere una strategia di cheating imbroglio possa risultare vantaggioso per una potenziale scalata sociale e rappresentare una valida alternativa al comportamento prosociale, in termini di vantaggi immediati.

Meno chiaro è il vantaggio evolutivo e sociale che potrebbe derivare da un altro tratto tipico della psicopatia, quello dell’aggressività impulsiva e intimidatoria, che fa sì che la maggior parte degli psicopatici si possano incontrare nelle carceri o negli ospedali psichiatrici giudiziari.

Facciamo, quindi, un passo indietro

Adottando una prospettiva evoluzionistica, diversamente da quanto accade per la psicologia della personalità, l’obiettivo è quello di individuare pattern ricorsivi di combinazioni di tratti che sono comuni in una stessa specie, presumendo che questi si conservino per garantire maggiori probabilità di sopravvivenza e riproduzione.

Come a dire che se il machiavellismo e la tendenza all’imbroglio compaiono sempre, nello psicopatico, in combinazione ad elevati livelli di impulsività e aggressività, un motivo ci sarà.

Secondo la “Cheater-Hawk Hypothesis”, il motivo è il seguente.

Per accedere agli indubbi vantaggi che una “strategia dell’imbroglio” presenta, è necessario che chi la adotta non vada incontro a sentimenti di colpa, manchi di una normale empatia e non sia intimidito dal rischio o dalla punizione. L’identikit della psicopatia.

Ciò renderebbe ragione del deficit, ampiamente riscontrato negli psicopatici, del Sistema di Inibizione Comportamentale, responsabile, appunto dell’inibizione delle risposte comportamentali automatiche e della reattività agli stimoli avversivi.

Lo psicopatico non sarebbe in grado di inibire il proprio comportamento, ma sarebbe proprio questa incapacità a consentirgli di adottare strategie comportamentali che garantiscono una massimizzazione dei vantaggi a breve termine.

Ma sembra che, in questo caso, ogni domanda porti ad una nuova domanda, e viene spontaneo chiedersi: perché, in termini di selezione naturale, vengono conservati e mantenuti tratti che penalizzano un adattamento sociale duraturo? Non dovrebbe, forse, essere questo l’obiettivo ultimo dell’adattamento di successo?

La risposta potrebbe avere a che fare con la riproduzione – come obiettivo evoluzionistico – e con il mantenimento di quei tratti che, se conservati in misura diversa in una stessa popolazione, la garantiscono.

Più precisamente, si ritiene che la psicopatia rappresenti l’estremo di un continuum, al cui polo opposto troviamo tutti quei tratti che favoriscono la collaborazione, la prosocialità e un buon adattamento a lungo termine.

La maggior parte della popolazione afferisce a quest’ultimo polo del continuum, mentre meno dell’1% è rappresentato dagli psicopatici. Questa esigua quanto pericolosa percentuale, tuttavia, contribuirebbe in maniera significativa ad aumentare le probabilità di riproduzione della nostra specie, in termini strettamente quantitativi.

Sono documentati la promiscuità sessuale e l’incontro – anche coercitivo – con molteplici partner, nella psicopatia.

È stato ipotizzato che questa alternativa del nostro percorso evoluzionistico si sia costituita per far fronte ad ambienti ancestrali caratterizzati da alti livelli di prosocialità e cooperazione – che rende vantaggioso ai pochi sfruttare il prossimo – , un’aspettativa di vita breve e risorse limitate e insufficienti per tutti.

Insomma, un approccio aggressivo, impulsivo e manipolatorio, se inserito nel contesto di una generale tendenza all’adattamento a lungo termine e alla cooperazione, permetterebbe di preservare determinati benefici evolutivi, come, ad esempio, l’aumento del numero di partner sessuali.

Una sorta di bilacinamento tra costi e benefici delle due strategie di adattamento.

 

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