Arrivati a conclusione (o quasi) del percorso di formazione in psicologia clinica, dopo triennale, magistrale, tirocinio professionalizzante ed Esame di Stato, la domanda, nella maggior parte dei casi, resta una soltanto: quale orientamento terapeutico scegliere per la propria specializzazione?

Il problema è assai spinoso, tanto che le considerazioni qui proposte potrebbero porsi, in ottica generale, tanto per gli aspiranti terapeuti quanto per i potenziali pazienti: quale tipo di terapia scegliere?

Chi dei lettori si è formato in psicologia saprà bene quanto vasto può apparire il mondo delle teorie e tecniche psicoterapeutiche, ma riconoscerà anche quanto, a conti fatti, gli asti reciproci fra orientamenti terapeutici (psicodinamica vs cognitivo-comportamentale über alles) risultino essere, in ultima analisi, più ideologici che fattuali, considerando sia gli sviluppi teorici più recenti quanto i dati empirici provenienti dalla ricerca.

Io stesso, assieme a molti amici e colleghi, mi trovo in questo fatidico momento di scelta, e confrontandomi con loro o con profani sento spesso arrivare a considerazioni del tipo:  “questo approccio mi piace ma lo trovo poco spendibile”, “la psicoanalisi è intrigante ma è un tantino superata”, “non so se formandomi in questo orientamento terapeutico mi offrirà sbocchi professionali”.

Il dubbio è più che legittimo, e il confronto è vitale, soprattutto con se stessi e con i motivi che ci possono portare in una direzione piuttosto che un’altra, spesso molto più irrazionali di quanto non vorremmo.

In questa gran caciara di scuole e approcci, a mio avviso, sarebbe però tenere bene a mente alcune considerazioni di natura empirica e teorica che, seppur da molto tempo nei manuali e sulle cattedre degli Atenei, sembrano non aver scalfito i legittimi timori degli specializzandi quanto gli incolmabili iati che ancora distanziano le diverse scuole.

Queste, di fatto, si trovarono piuttosto spiazzate quando la ricerca in psicoterapia, un filone assolutamente rilevante nell’ambito dell’instancabile progetto di fornire alla psicologia una consistenza scientifica ed empirica, fece queste scoperte:

la psicoterapia è sì efficace, ma non vi sono differenze in termini di efficacia nell’impiego di tecniche specifiche di un orientamento terapeutico.

Questo dato, definito scherzosamente da Luborsky (1975), citando Carroll, come “Il verdetto di Dodo” (“Tutti hanno vinto e tutti meritano un premio”), fu accolto con grande delusione dai contendenti.

Al contrario della tecnica, altri fattori si rilevarono determinanti nel successo di una psicoterapia: l’aver instaurato una buona relazione calda, empatica e collaborativa fra paziente e terapeuta (in gergo: alleanza terapeutica) nonché alcuni aspetti che non si studiano affatto sui libri o ai corsi universitari e che rimandano, in ultima analisi, ad aspetti di personalità del terapeuta stesso: in altre parole alla vocazione.

Altro dato piuttosto sconfortante per certi versi, ma molto rassicurante per altri, soprattutto per i giovani clinici: la ricerca dimostra come le capacità cliniche e diagnostiche non risultino correlare neppure con altri fattori come l’età del terapeuta o la profondità della sua conoscenza teorica (Paris, 2013).

La comunità psicologica, dopo un lungo sforzo nel dare consistenza scientifica alla clinica, si è in qualche modo rassegnata a fare un passo indietro, rimarcando il valore profondo della psicoterapia come “arte” (proprio nei termini di artigianalità del lavoro). Altri autori, forse più sfiduciati hanno provocatoriamente ridefinito il quid della psicoterapia nella creazione di una “relazione felice” (Lai, 1985).

Le tecniche terapeutiche sono allora considerate alla stregua di processi difensivi, utilizzati dal terapeuta per far fronte all’ansia provocata dal contatto con i pazienti, quindi ampiamente legati allo specifico assetto di personalità del terapeuta (Migone, 1980).

Questi dati empirici non ci permettono di sottostimare l’altrettanto copiosa letteratura che mostra l’efficacia specifica di alcune tecniche nei confronti di particolari costellazioni sintomatiche (è nota ad esempio la maggiore efficacia della terapia cognitivo comportamentale nel trattamento dei disturbi d’ansia o di panico, piuttosto che la maggiore efficacia della terapia psicodinamica nella cura di disturbi maggiormente radicati nell’assetto strutturale del paziente).

Per non parlare poi del peso specifico sempre maggiore che assumono oggigiorno gli approcci integrati o multidisciplinari, per cui vale la regola “l’unione fa la forza”.

È altrettanto vero però che, da questa parte della scrivania, queste considerazioni spostano il focus dall’efficacia in senso assoluto a considerazioni di natura più personale.

Personalmente, verrebbe da abbassare le difese e volgere lo sguardo di nuovo verso noi stessi, chiedendoci: che cosa fa per me? Insomma, se la tecnica è condizionata alla mia personalità, il nocciolo della scelta sarà, in primis, che essa sia autentica rispetto al mio essere!

Ritorna allora alla mente la concettualizzazione antica, ripresa da Jung, del “guaritore ferito”: come nel mito di Chirone, la capacità di curare è in qualche modo subordinata alla specifica ferita che, chi di noi scelga questo mestiere, impara e scopre progressivamente di avere. Questo, anche nello specifico rapporto con il paziente, nella misura in cui:

Non è un male se egli (il terapeuta, NdA) si sente colpito, colto in fallo dal paziente: può guarire gli altri nella misura in cui è ferito egli stesso (Jung, 1951).

Questo non ci deresponsabilizza affatto nella scelta, anzi ci responsabilizza massimamente: nella misura in cui ci restituisce importanza al guardarsi dentro, all’indagine introspettiva costante del nostro funzionamento, a lasciarci anche guidare da quella che è la nostra sensibilità nella scelta dell’orientamento terapeutico.

Meno ansia? Devo dire che questo pensiero, giusto o sbagliato che sia, mi conforta molto, e mi mostra con ulteriore evidenza quanto sia importante, come psicologi, dedicare del tempo ad un lavoro su noi stessi come fase preliminare e contingente al nostro lavoro clinico (con terapie e analisi personali prima, con la supervisione clinica poi).

In qualche modo paziente e terapeuta non sono poi così distanti, tanto da rappresentare,  in ultima analisi, un unicum indivisibile, dove ciò che è effettivamente terapeutico, nei modi e nei tempi definiti dal setting e dalla tecnica, diviene possibile l’incontro.

Risulta allora chiaro, per concludere con la promessa inziale, come le considerazioni fin qui esposte, epurate delle finezze tecnicistiche, siano importanti nella scelta dell’orientamento terapeutico anche da parte dei pazienti: nella coscienza che non esiste un approccio migliore dell’altro (eventualmente esistono terapeuti migliori di altri, parola di Paris) ma di quanto sia importante operare una scelta con sensibilità introspettiva.

Proprio perché talvolta, nelle esperienze sintomatiche più invalidanti, ci è difficile avere una lucidità adeguata per vederci dentro, risulta allora sostanziale un preliminare lavoro psicodiagnostico, in grado di mettere luce su quanto ancora ci appare poco nitido della nostra sofferenza e, a partire da lì, aiutarci a capire quale orientamento terapeutico sarà a noi più vicino e utile.

Ma questa è un’altra storia…

 

Riferimenti:

Frank, H., & Paris, J. (1987). Psychological factors in the choice of psychiatry as a career. The Canadian Journal of Psychiatry32(2), 118-122.

Jung, C. G. (1951). Questioni fondamentali di psicoterapia.

Lai, G. (1985). La conversazione felice. Il Saggiatore.

Migone, P. (2017). Psicoterapia. Arte o tecnica?. PSICOBIETTIVO.

Paris, J. (2013). La psicoterapia nell’età del narcisismo: modernità, scienza e società. Raffaello Cortina Editore.

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