Il ruolo della separazione in adolescenza è stato oggetto di discussione tra gli studiosi.

Secondo Heinz Kohut ad esempio, l’aver interiorizzato efficacemente i modelli genitoriali permette di creare delle basi solide per la propria identità e quindi facilita nell’adolescenza il distacco dai genitori a favore del processo di identificazione.

L’eccessiva accettazione dei modelli genitoriali e una loro passiva imitazione è da considerarsi (al contrario di quanto si possa immaginare) un segnale di difficoltà nell’abbandonare le figure genitoriali a scapito della propria indipendenza. Invece, la ribellione totale e anche violenta all’ambiente familiare, sarebbe la manifestazione esterna della paura e dell’angoscia che l’adolescente sta vivendo nell’abbandonare il mondo infantile.

Il compito fondamentale che un giovane si trova ad affrontare con l’inizio dell’adolescenza è quello di definire la sua identità e di separarsi dai genitori per raggiungere una condizione di autonomia.

Identità, separazione, autonomia sono temi pesanti che mobilitano intense emozioni, non facili da governare.

Proviamo ad immaginare se di colpo dovessimo ridefinire la nostra identità per renderla più adatta ad un ambiente nuovo, incommensurabilmente più vasto, con innumerevoli caratteristiche diverse. (Tale è il cambiamento d’ambiente, dalla famiglia al mondo extrafamigliare con il quale l’adolescente inizia a confrontarsi).

È il problema che, in proporzioni diverse, affrontano per esempio, quegli adulti che, in tempi di crisi hanno perso il loro lavoro. Non solo sono stati aggrediti da preoccupazioni economiche, ma sono stati anche privati di ciò che rappresentava gran parte della loro identità. Il tema dell’identità riguarda una domanda molto difficile “Chi sono io?

Ci sono due livelli di risposta a questa domanda.

Un livello riguarda una sorta di censimento delle caratteristiche che, razionalmente, compongono, o pensiamo compongano, la nostra identità. È una azione consapevole, una sorta di inventario. Sono un artigiano, un ingegnere, un commerciante, sono padre, sono figlio, sono fratello o sorella, sono marito, sono di destra, di sinistra, sono indifferente alla politica, sono credente, sono ateo…

L’elenco può essere molto lungo, alcune di queste caratteristiche sono più forti di altre nel sostenere l’identità o nel metterla in crisi se ricevono un danneggiamento e si rende necessario un dispendio di energie psichiche per ritrovare un equilibrio.

Un secondo livello si colloca fuori dalla sfera della coscienza, pur influenzando l’umore e la serenità, e riguarda quanto ci sentiamo stabili, compatti, integrati, a prescindere dall’elenco di cui sopra.

È una sensazione con radici complesse che deve il suo equilibrio ed il suo tratto positivo ad un buon rapporto con i propri desideri, al giusto equilibrio fra le rappresentazioni interne (inconsce) dei genitori e l’Io, affinché una persona senta la piena legittimità di soddisfare i propri desideri, i propri bisogni e le proprie intenzioni, soppesandole secondo un principio di efficacia, di opportunità e di “bontà”.

Ottenere questa sensazione non è sempre facile. Molti giovani si sentono estranei a se stessi, a quello che fanno, alle persone che frequentano. Se fanno qualcosa ben fatta sentono che dovrebbero fare di più, oppure ne ricavano un senso di inutilità perché non coincide con la soddisfazione di bisogni personali.

Altri si impegnano in qualcosa verso la quale si sentono più portati ma, senza che nessuno glielo abbia detto, hanno la sensazione che i genitori non sono soddisfatti. Questo ultimo assetto si rivela spesso con una forte conflittualità che contiene il desiderio di liberarsi da una dipendenza senza sentirsene in grado.

Altri ancora che sono riusciti a costruire una serena identificazione con i genitori, utilizzano questo bagaglio non per dare luogo ad una pedissequa imitazione del percorso di vita dei genitori (rivelando una personalità passiva e poco adatta a confrontarsi con il nuovo che non viene nemmeno esplorato), bensì per farne un uso in termini di significati e di principi. Dalle azioni compiute dai genitori, ricavano criteri generali, categorie, riguardanti processi di scelta, modelli cognitivi, valori.

Sono i più fortunati. Trovano più facile costruirsi una identità solida e affrontare serenamente le sfide della vita.

Queste ultime considerazioni ci portano ad introdurre un altro tema molto importante, spesso dolente: la separazione.

Dopo tutta una vita, separarsi è difficile. L’infanzia quando si arriva sulla soglia dell’adolescenza è tutta una vita. È tutto ciò che si è conosciuto fino ad allora ed ora si deve cambiare, lasciare tutto.

Chiariamo subito una cosa. Separarsi, nel caso dei figli dai genitori, non riguarda distanze fisiche o cambiamenti di domicilio, bensì si tratta di arrivare a disporre di idee proprie, punti di vista, credenze e riferimenti diversi da quelle dei genitori, senza radicalismi.

Qui il gioco diventa complesso. Nel mondo, all’esterno della famiglia, ci sono infinite sollecitazioni, modelli di comportamento, credenze, modelli di immagine, stili musicali, letterature, posizioni politiche che permettono di fare tutti i collage possibili per allestire un‘identità e dare il via ad una differenza rispetto ai genitori.

Naturalmente non tutte le famiglie son preparate ad accogliere con la dovuta serenità queste sperimentazioni. Dai capelli lunghi, barbe, minigonne, abiti stracciati, l’elenco è lunghissimo, dagli anni Sessanta è stato un infuriare di liti domestiche.

Lentamente molto è stato accettato, c’è una gran varietà di acconciature possibili per i capelli per maschi e femmine, ci sono i piercing, i tatuaggi… Il confine è stato spostato sempre di più ma i conflitti rimangono, come a ricordare che il conflitto non è sul capello e sul tatuaggio bensì in un desiderio di autodeterminazione che è contemporaneamente mal posto e mal ascoltato.

È come, nel contesto di queste discussioni, se genitori e figli si iniettassero la stessa sostanza ed avessero perciò gli stessi effetti emotivi.

Il conflitto più frequente è sul tema degli orari. Serali/ notturni naturalmente. Anche questo è un confine sempre in movimento. Le richieste di tornare a casa ad una certa ora la sera rappresentano il risultato ultimo di confronti ed accordi fra ognuno dei nostri figli ed una popolazione giovanile che preme contemporaneamente contro i cancelli della famiglia per forzarli.

Vogliono stare più fuori perché sono tutti fuori. Sono in tanti e la società si è organizzata per rendere queste notti lunghissime “…che non finiscono…” fino a trovare l’invenzione degli “after hour”, ritrovi aperti quando la notte è ormai passata.

I genitori più diplomatici cercano una spiegazione. Non c’è spiegazione se non questa: “voglio fare quello che fanno gli altri” e finché questi famosi “altri” esistono vogliono fare come loro.

Le famiglie girano su altre ruote. La città ha le sue. Se le discoteche fin quasi all’una di notte sono semideserte un figlio che chiede di rientrare alle 2 e mezzo ti dice che avrà poco più di un’ora per stare in discoteca. Si può rispondere che “non importa tu rientri quando lo dico io…” Magari è efficace circa l’orario, ma accresce la differenza fra genitori e figli.

Se si sceglie questa strada occorre poi essere coerenti. Ci si ferma sulla dichiarazione: “io non ritengo che sia essenziale andare in discoteca/a quella festa, etc…” la traduzione risulta: “…non mi interessano i tuoi desideri, mi interessa quello che voglio io…”. Specifico questo punto per definire bene i contenuti che sono alla base del conflitto.

Da qui si entra in un labirinto senza capire come ci si è entrati e soprattutto come uscirne.

I conflitti pesanti con i figli non iniziano di colpo, c’è una sorta di preparazione. Quando il conflitto è scoppiato e sembra insanabile è perché si sono costituite delle rappresentazioni estreme: “…i miei genitori sono cattivi, non mi capiscono, sono dei nemici…”, “… mio figlio/a è cattivo, egoista, superficiale, idiota, incapace, fannullone che pensa solo a divertirsi.

Si arriva a queste conclusioni perché banalmente si interpreta tutto come inimicizia e ostilità. Questi costrutti rappresentano una spiegazione disperata e radicalizzata di ciò che non si riesce a comprendere in altro modo.

Come può mio padre/madre non capire quanto sia importante per me stare insieme ai miei amici, essere come gli altri, l’unica spiegazione che trovo è che non mi capisce o non mi vuole capire perché è cattivo.”

Cosa si può apprendere da questo costrutto.

Innanzitutto è necessario capire che finché sono attivi questi giudizi sarà molto difficile risolvere il conflitto.

Cerchiamo perciò, in primo luogo, di capire come può essere nata questa radicalizzazione. Nel contesto di questi conflitti si ha realmente l’impressione che i ragazzi non comprendano la preoccupazione dei genitori.

Talvolta ciò nasce dal fatto che l’imposizione di limiti si presenta loro come un atto di incoerenza rispetto all’idea che si sono fatti della presenza dei genitori nella loro vita. Se sono stati lasciati troppo soli durante l’infanzia, affidati a tate o ad altre figure di sorveglianza, l’esperienza che hanno fatto è, in sintesi che i genitori “non c’erano”.

Le spiegazioni che i ragazzi si danno sono varie distribuite lungo uno spettro che va dall’idea di non essere amati abbastanza alla constatazione che i genitori hanno troppo da fare per curarsi da vicino dei figli.

Questo li induce a far ricorso a risorse personali, relative all’organizzazione della propria vita, che fanno germogliare all’inizio dell’adolescenza l’idea di non aver bisogno dei genitori.

Se il tempo con i genitori è stato poco, è inevitabile che, come modalità difensiva, si sviluppi un’aspirazione ad una precoce autonomia (libertà) ed un investimento importante sul gruppo dei pari e sulla condivisione delle stesse abitudini. A questo punto, quando le cose si sono sviluppate così, i giovani arrivano all’adolescenza con dei sentimenti di estraneità nei confronti dei genitori.

A questo punto porre dei confini di comportamento è molto difficile. I confini dovrebbero nascere prima per una condivisione progressiva di valori e stili di vita che è resa possibile solo dal tempo passato insieme con il piacere reciproco di stare insieme. In pratica si tratta di sviluppare un’alleanza.

Questa riflessione riceve il supporto della osservazione dei casi di adolescenza problematica, caratterizzata da insofferenza rispetto alle regole imposte dai genitori. La storia di queste famiglie si caratterizza per una sorta di indisponibilità psicologica dei padri, per impegni di lavoro, per incapacità a svolgere il ruolo di genitore, per un disturbo del sistema di attaccamento con comportamenti nei confronti dei figli che oscillano fra l’intrusione e la negligenza.

Sul versante delle madri troviamo quelle affaticate dal lavoro e dal contemporaneo impegno di “tirare avanti” la famiglia con mariti che si comportano più come figli che genitore. Troviamo madri troppo impegnate nella professione che, con grandi capacità organizzative gestiscono il tempo dei figli, ma sostanzialmente non hanno molta voglia di passare il tempo con loro.

Troviamo madri depresse, abbandonate, oppure immature e polarizzate su di sé che hanno vissuto l’infanzia dei figli come un difetto da curare spingendoli ad una emancipazione precoce. Ancora madri che lodavano la capacità dei figli di essere responsabili di sé, di “cavarsela” in molte cose da soli, ignare del fatto che questa forzata emancipazione sarebbe stata rivendicata ad un livello più alto in adolescenza.

Qual è la sintesi di tutto questo?

I conflitti tra genitori e figli sono l’espressione di un disagio della relazione ed è con questa e con le sue disfunzioni che occorre fare i conti affinché il processo di costruzione dell’identità e della autonomia avvenga armoniosamente e gradualmente.

 

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Furio Ravera
Laureato in Medicina e Chirurgia all'Università di Milano, ha conseguito la specializzazione in Neuropsichiatria Infantile. Dal 1980 è psichiatra presso la Casa di Cura Le Betulle dove è direttore dei reparti "Abuso e Dipendenze da Sostanze Stupefacenti e Farmaci" e "Disturbi di Personalità e Disturbi Psicotici". Ha completato il 1° Corso MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) e il Corso di 1° e 2° Livello EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) per il trattamento dei traumi. Insieme a Roberto Bertolli ha fondato le Comunità Terapeutiche Crest, la Società di Studio per i Disturbi di Personalità (SdP), la Comunità Terapeutica Cima di Milano e il Centro Terapeutico La Ginestra di Milano. Ha prestato numerose consulenze presso Sert, Casa di Cura Villa del Principe, Casa di Cura Villa dei Pini. Già Professore a contratto presso la Scuola di Psicologia Clinica dell'Università di Milano Bicocca, tra le numerose pubblicazioni annovera "Un fiume di cocaina" e "Le regole e la manutenzione della Vespa".

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