A group of journalists photograph the tragic shooting of Fabiene Cherisma, 15 who was shot in the head while looting for anything that could be used for survival after the earthquake that struck the captial city of Port au Prince in January 2010.

Nell’articolo precedente, contrapponendo le parole evocative della poesia della grandissima Alda Merini agli scabri titoli dei giornali che tutti i giorni compaiono sotto ai nostri occhi, ho cercato di rendere evidente che non esiste un solo linguaggio per trattare un tema delicato come quello del suicidio.

Siamo ormai così abituati agli echi dei notiziari e dei mass media di fronte a vicende tragiche da farli rientrare nella normalità, senza riflettere se siano adeguati nei modi e nei contenuti.

La poesia ci offre una nuova visione che tiene conto degli aspetti emotivi e psicologici più profondi legati al desiderio di un essere umano di togliersi la vita, dandoci numerosi spunti per riflettere.

Che cosa spinge una persona a togliersi la vita? Quale stato d’animo porta a ritenere il dolore della morte meno atroce di ciò che è presente nella vita? Perché alcune persone resistono ed altre invece si lasciano andare perdendo ogni speranza?

Queste sono le domande che suscitano le parole della poetessa milanese, ma niente di tutto questo viene affrontato né menzionato negli articoli che raccontano le storie di chi purtroppo ha compiuto questo gesto, più impegnati a rispondere a interrogativi quali: qual è stato l’evento scatenante (movente)? Quale arma è stata usata? Che cosa mancava a quella persona per arrivare a desiderare la morte?

Pur essendo di fronte ad un tema così delicato e su cui molto è stato scritto dagli esperti del settore riguardo al modo di affrontarlo e diffonderlo, nessuno di questi mezzi mediatici si cura delle linee guida proposte e che auspicherebbero ad una trattazione delicata e completa.

Perché accade questo? Perché questi eventi così complessi, questi fatti, vengono ridotti e scarnificati in trattazioni semplicistiche oltre che cruente?

La tendenza a narrare attraverso una modalità maggiormente macabra e semplicistica gli episodi di suicidio che vengono riportati spesso dai giornali o dai mass media attraverso la struttura narrativa di un giallo qualunque, come ho precedentemente accennato, viene attribuita da alcuni autori ad una maggiore curiosità che il lettore generico avrebbe nei confronti di temi truci e narrazioni violente.

È proprio su quest’ultimo aspetto che vorrei continuare ad approfondire la mia trattazione, cercando di sviscerare e riflettere su quali siano i bisogni che stanno dietro a questa curiosità e che spingono la maggior parte dei media a trattare tematiche delicate e sensibili anche in modo cruento, quasi (almeno in apparenza) irrispettoso.

Se da un lato infatti si può rimanere sbigottiti di fronte a questa indelicatezza e criticare fortemente l’approccio violento e sbrigativo con cui spesso vengono proposte le notizie, potremmo dall’altro approfondire ciò che sta dietro a tutto questo, per capire meglio le esigenze sottostanti.

A questo proposito ho citato nell’articolo precedente uno studio di due ricercatori canadesi, Marc Trussler e Stuart Soroka, a mio avviso particolarmente interessante in quanto approfondisce le motivazioni legate a questi.

In primo luogo, affermano i due autori, la tendenza a non approfondire certe notizie e a semplificarle nasce da un bisogno profondo della nostra società di razionalizzare e proteggere un senso di illusione di onnipotenza collettiva.

Ciò di cui gli autori parlano affonda le radici nel desiderio irrealistico dell’essere umano, e forse particolarmente vero nella nostra società, di avere il controllo della propria vita, illudendosi di una sorta di invulnerabilità agli eventi negativi e, alla fine dei conti, anche alla morte.

Riconducendo quindi a motivazioni facilmente rintracciabili accadimenti così dolorosi, si confermerebbe il tentativo di mantenere questa sorta di illusione che ognuno di noi persegue ancorandosi alla routine o ai progetti futuri, ai sogni riguardo ai quali in realtà abbiamo poco potere.

Le affermazioni più interessanti all’interno dello studio dei due autori però riguardano l’interesse, che appare quasi contrapposto al bisogno precedente, che la maggior parte dei lettori ha nei confronti di notizie truci, cruente anziché verso quelle positive e piacevoli.

Si tratta quindi dell’esatto opposto rispetto a quanto detto in precedenza. Da un lato la maggior parte dei lettori desidera trovare una corrispondenza al suo bisogno di controllo e razionalità in ciò che legge ma dall’altro cerca violenza, passione, crudezza.

Da dove nasce allora questa curiosità? Quando ha avuto inizio questa dicotomia?

Nel testo Storia della letteratura del terrore. Il Gotico dal Settecento ad oggi.” del 1997 Punter rintraccia il sorgere di questa contrapposizione nell’Inghilterra del Secolo dei Lumi: accanto al predominante razionalismo e alla concretezza dell’Illuminismo si evidenzia l’insinuarsi di un nuovo gusto, definito anticlassico, che darà poi l’avvio a tutto il genere gotico.

Nonostante l’accezione del termine Gotico sia stata per lungo tempo fortemente negativa, lo scrittore rivaluta questi testi che possiedono, a suo avviso, un fuoco che la letteratura del tempo non aveva e che evidentemente colpiva il lettore allora come adesso, dato il successo del genere.

A partire da romanzi come Il castello di Otranto di Walpole fino a quelli più famosi come Dracula di Bram Stoker e Frankenstein di Mery Shelley, questo genere porta alla luce aspetti controversi della natura umana, la mente che vacilla, che si lascia andare e cede anche al lato oscuro, alla violenza, alla cattiveria, alla passione.

Il protagonista è spesso braccato da forze del male o ne è lui stesso la fonte, ma ciò che più risulta spaventoso si nasconde sempre all’interno della mente, proprio nella sua dicotomia.

Il fascino ancora attuale di figure metaforiche quali il vampiro, che spegne i sentimenti e succhia il sangue ad altri esseri umani, o del mostro come Frenkeinstein, impossibile da accettare e che si toglie la vita, rivelano il bisogno di avere accesso ad una parte “oscura” che spesso viene tenuta sopita e non accolta, di darle un posto accanto a quella razionale e composta.

Ciò che emerge chiaramente in queste figure è la contrapposizione tra parti oscure e parti vitali, tra zone d’ombra e di luce, tra eros e thanatos.

A partire da queste riflessioni e ricollegandoci all’articolo dei due ricercatori canadesi, possiamo attribuire, quindi, la tendenza dei media a fornire immagini cruente e spesso indelicate a questo bisogno e alla maggiore esigenza del lettore di un linguaggio truce e violento.

È probabile che proprio la contrapposizione tra le due parti che abbiamo appena visto, l’esigenza dilagante di controllare e razionalizzare così diffusa nella nostra società e il bisogno di far emergere il “lato oscuro” che esiste in ogni essere umano, alimenti la tendenza a trattare in modo cruento certe notizie, offrendo così lo spazio a qualcosa che altrimenti rimarrebbe nascosto.

Si tratta ancora solo di uno spiraglio che trova nella nostra cultura sempre maggiore spazio lasciando sperare che nel tempo le numerose forme di categorizzazione, regole, pregiudizi che ancora popolano il nostro modo di vivere vengano liberate a favore di una maggiore libertà di espressione di sé.

Sarebbe importante imparare a conoscere e conoscersi, accettare con il tempo una parte profonda di noi che può tendere all’aggressività, allo scontro, alla violenza e alla passionalità senza regole. Avere accesso a questo lato profondo, connaturato nell’essere umano, comporterebbe una maggiore accettazione di sé, delle esperienze e del senso della vita.

Si tratta di un lavoro importante su di sé che ognuno dovrebbe perseguire e che consentirebbe davvero di abbattere molte barriere.

Per concludere vorrei nuovamente ricorrere alle parole di Sandro Veronesi che meglio descrive ciò di cui sto parlando: “E poi non è mica detto che si debba sempre capire tutto. L’indeterminatezza non può essere solo motivo di frustrazione: se così fosse sarebbe un bel guaio, dato che la maggior parte delle cose che ci governano sono indeterminate.  Sei troppo negativa, Giovanna. Abbiamo davanti un mistero enorme, come possiamo pretendere di scioglierlo? Accontentiamoci di osservarlo…”

 

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Silvia Cipolli
Dott.ssa in Psicologia con la votazione di 110 e Lode/ 110 presso l'Università degli Studi di Firenze, ho iniziato, con la stesura della tesi, uno studio relativo agli effetti della cultura Gotica e del terrore nel mondo infantile. Parallelamente mi sono occupata, nel ruolo di educatrice, di ragazzi con varie forme di disturbi e disabilità. Nel 2016 ho frequentato un tirocinio presso l'Università di Firenze che porterà a breve alla pubblicazione di un articolo su una importante rivista. Nel 2017 ho frequentato un tirocinio presso la ASL Toscana-Centro approfondendo le mie conoscenze soprattutto nel campo del trattamento dei disturbi depressivi e dell'abuso sessuale infantile. La scrittura è una parte importante della mia vita e per passione frequento dal 2015 corsi di scrittura creativa che hanno portato alla pubblicazione di alcuni racconti. Contatti: silvia,cipolli@gmail.com

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