Una visione non farmacologica per i disturbi comportamentali

È passato un po’ di tempo dall’ultimo articolo in cui ho trattato il tema dell’invecchiamento, con particolare attenzione al mondo delle demenze, ivi compresa la demenza d’Alzheimer.

Torno con uno sguardo più attento all’incertezza da un punto di vista terapeutico, poiché al momento attuale, infatti, non esistono trattamenti farmacologici che possano debellare queste malattie dementigene, ma possono altresì rallentare l’evolversi della malattia e ridurre quelli che vengono definiti i disturbi comportamentali.

Secondo le linee guida dell’IPA (International Psychogeriatric Association, 2012) per il trattamento dei disturbi del comportamento in soggetti affetti da demenza, si raccomanda però l’utilizzo di interventi non farmacologici in combinazione ai classici farmaci; non andando quindi a preferire l’uno o l’altro ma dirigendosi verso un’integrazione.

In letteratura esistono vari approcci non invasivi e non medicali che rientrano nelle cosiddette terapie non farmacologiche (TNF); intendendo con questo termine, approcci basati su un intervento mirato ad enfatizzare il benessere della persona affetta da demenza ed alla riduzione del disturbo comportamentale.

Se si cominciano a vedere questi ultimi non tanto, o comunque non solo, come disturbi ma come bisogni inespressi, come una necessità di quella persona di venire ascoltati, accuditi o di sentirsi ancora utili, allora potremmo comprendere fino in fondo l’efficacia degli approcci non farmacologici.

Con questo articolo ciò che vorrei riportare non è tanto la mia personale opinione su questi metodi come psicologa, nè tantomeno sostenere che siano migliori o peggiori delle classiche terapie farmacologiche ma portare a conoscenza di voi lettori di buona parte di queste TNF.

Capire cosa sono, da dove nascono, quali sono i benefici e i risultati auspicabili, in riferimento proprio al miglioramento del benessere della persona.

Un approccio non farmacologico molto usato e sicuramente più conosciuto è la Doll Therapy (bambola terapia), nato in Svezia alla fine degli anni ‘90 a cura di una psicoterpeuta, Britt Marie Egedius Jakobsson.

Studiate e ideate per il figlio autistico, queste bambole, chiamate Emphaty Dolls vengono ora utilizzate con grandi risultati nella prevenzione e riduzione dei disturbi comportamentali delle demenze.

Le caratteristiche di queste bambole sono tali da renderle “speciali”: il loro peso, la pelle soffice e non di plastica (che potrebbe generare freddo), il sederino più pesante e morbido che permette alla bambola di stare seduta, lo sguardo ed anche i capelli un po’ sbarazzini che invogliano a pettinarle.

Queste caratteristiche non solo le rendono diverse dalle comuni bambole ma riescono a generare empatia, riuscendo a far esternare emozioni negli anziani, riscoprendo vecchi ruoli o dinamiche vissute in passato quali, l’accudimento di un figlio, o l’essere stati noi stessi accuditi.

Come in ogni TNF è di fondamentale importanza la conoscenza della biografia della persona per capire se questo specifico approccio può essere utile e positivo o al contrario frustrante o persino dannoso.

Solitamente le donne gradiscono maggiormente l’uso della bambola ma non vanno a priori esclusi gli uomini, poiché vi sono signori così amorevoli e bisognosi d’affetto, per i quali la bambola empatica possa dimostrarsi molto più efficace di altro.

Mi è capitato di vedere un signore all’apparenza così austero ed impenetrabile, con grosse difficoltà di linguaggio ma che quando vedeva un’altra signora passeggiare con la carrozzina o tenere in braccio una bambola, si fermava lì per lungo tempo, rivolgendo la sua attenzione esclusivamente al “bambino”, cambiando totalmente espressione, eliminando completamente (per quel lasso di tempo) il Wandering1(continuo bisogno di camminare) e mostrando un linguaggio più fluido e comprensibile.

Come per ogni terapia anche la Doll Therapy segue un protocollo di somministrazione, non possiamo ad esempio somministrare la bambola per una durata eccessiva, poichè andremo a caricare sia emotivamente ma anche fisicamente la persona anziana; prima e durante la somministrazione il personale qualificato si avvale di griglie di osservazione per rilevare ogni stato d’animo, ogni modifica del comportamento e capire qual è o quali sono i momenti migliori e più utili per la somministrazione.

Un ulteriore approccio non farmacologico che, utilizza scale di osservazione è la Terapia del Viaggio. Se le Empathy Dolls possono essere, a livello economico soprattutto, alla portata di tutti, quest’ultima TNF è un investimento vero e proprio a cura di case di riposo o centri diurni per anziani.

La Terapia del Viaggio parte dal presupposto che per alcune persone (di nuovo qui l’importanza della biografia) viaggiare sia sinonimo di benessere, tranquillità e convivialità, vivendo il viaggio sia come momento emozionale di vita sia come momento di fuga.

La persona in struttura affetta da demenza che sente il bisogno di dover tornare a casa, perchè solo lì è al sicuro e solo lì ha tutte le persone che le vogliono bene, avrà la possibilità di vivere un viaggio verso “casa propria”; accompagnata da un operatore qualificato, da un familiare formato ed informato, in seduta individuale o di gruppo con altri ospiti, la signora potrà ritrovare pace e benessere.

Il viaggio viene svolto all’interno di un vagone del treno, perfettamente ricostruito all’interno della struttura ospitante; questa TNF è conosciuta infatti anche come Treno Terapia.

Nascosto dietro le tendine c’è un televisore che proietta un vero e proprio viaggio fatto da un vero treno. Per questo si ha la possibilità di personalizzare i viaggi in base alla durata e alla tratta.

Il viaggio potrà essere quindi uno spazio e un momento per svolgere attività di reminiscenza, di stimolazione cognitiva, di socializzazione o ancora per offrire ad un familiare la possibilità di un incontro rilassante e piacevole con il proprio congiunto, spesso distante e scostante.

Inoltre, dato che amo tutto ciò che riguarda le sensazioni corporee e la stimolazione sensoriale, non potevo non citarvi la Snoezelen Room. Se a casa mia avessi uno spazio libero da poter dedicare ad altro, sicuramente sceglierei di crearci una stanza Snoezelen.

Il termine Snoezelen (che è un neologismo) deriva da due verbi olandesi:

Snuffelen = “cercare fuori” o “esplorare”

Doezelen = “rilassare” o “sonnecchiare”

La tecnica è stata concepita negli anni ‘70 per persone con disabilità intellettive, sulla base di ricerche che, indicavano reazioni positive di queste persone quando erano inserite in un ambiente di stimolazione plurisensoriale.

Da quegli anni ad oggi l’approccio Snoezelen si è modificato, ampliato fino ad avere numerosi campi d’applicazione, tra cui le demenze. Impossibile farvi capire a parole di cosa si tratta, c’è bisogno di più di una foto:

Tramite effetti luminosi, musicali e uditivi, superfici tattili, forme in movimento, aromi e stimoli gustativi, i 5 sensi vengono stimolati in profondità e mai sovrastimolati.

Per le persone con demenza infatti esistono protocolli di somministrazione che permettono il bilanciamento corretto degli stimoli andando a preferire quelli calmanti in un’occasione o quelli stimolanti in un’altra.

In oltre non vi è una richiesta eccessiva di risorse della persona così da non rischiare che la situazione diventi frustrante per la persona stessa.

Oltre a questi citati vi sono altri numerosi interventi non farmacologici che, possono venire in aiuto ai caregiver e migliorare il benessere dell’anziano, come ad esempio: la Terapia Occupazionale 2, la Musicoterapia ambientale e la Musicoterapia recettiva3, l’Arte Terapia.

Che si tratti di una struttura residenziale, di un centro diurno o del domicilio l’ambiente è di fondamentale importanza e può esso stesso diventare una Terapia non Farmacologica.

Spazi luminosi, angoli verdi sia all’aperto che al chiuso, immagini evocative invece di scritte, porte non chiuse a chiave che generano ansia e frustrazione ma occultate e porte ben distinte dal muro quando devono essere riconosciute dalla persona.

Un approccio che dà molta importanza allo spazio e alla sua cura, è il Modello GENTLECARE® che parte dall’idea di come una persona affetta da demenza subisca una modificazione nelle sue capacità di interazione con la realtà.

Sarà allora utile costruirle attorno una protesi per farle mantenere il più a lungo possibile l’autonomia e ridurre al minimo le situazioni di stress, fonte di agitazione, ansia e aggressività. La protesi, da ciò “approccio protesico”, è costituita da vari elementi tra cui appunto lo spazio 4.

Attività e spazi pensati, curati e proposti alla persona con demenza non sono da soli sufficienti se dietro a tutto questo non c’è un approccio comunicativo e relazionale basato sull’empatia.

Ogni TNF va proposta all’anziano, mai imposta e richiede da parte dell’operatore e del caregiver una vicinanza ed un’accoglienza emotiva dell’altro, tale che la persona possa sentirsi accolta, protetta ed ascoltata.

Con le TNF andiamo a lavorare sugli aspetti emotivi e dobbiamo quindi essere pronti ad accoglierli e come ci insegna Naomi Feil, ideatrice del Metodo Validation®, a dare luce a tutte le emozioni che emergeranno, anche quelle più dolorose.

Il Metodo Validation® più che un approccio non farmacologico è un approccio comunicativo, uno strumento, un atteggiamento basato sul contatto empatico, a favore dell’anziano confuso e disorientato.

Si avvale di tecniche verbali e non verbali che, permettono all’anziano di esprimersi al di là del contenuto cognitivo, andando a supportare operatori e familiari nelle difficoltà relazionali che si verificano quasi quotidianamente 5.

Mi ero ripromessa di non esprimere un parere circa queste TNF ma come psicologa mi sento di dover esprimere almeno un pensiero al riguardo; che si lavori con un approccio piuttosto che un altro non dobbiamo mai dimenticarci che stiamo lavorando con Persone, che seppur disorientate e lontane dal nostro piano di realtà, sono ancora lì, davanti a noi con un flusso di emozioni e turbamenti che forse solo un familiare può capire.

Ogni approccio valido e strutturato potrà portare benefici ma se viene usato senza un contatto empatico, senza una vicinanza emozionale, i benefici ottenuti non saranno pari nemmeno alla metà di quelli possibili.

Alla ricerca, allo studio, ai risultati e all’osservazione va sempre di pari passo un approccio comunicativo empatico per entrare in relazione con la persona.

 

Note

1 Wandering, significato letterale “vagabondare”; per un ulteriore approffondimento http://www.alzheimer.it/wander.html

2 Per Terapia Occupazionale si intendono interventi di stimolazione aspecifica di potenzialità residue. I lavori disponibili in letteratura indicano che la T.O. applicata nelle comunità terapeutiche residenziali testimoniano i risultati positivi sia per il paziente (miglioramento del funzionamento giornaliero) che per il caregiver (riduzione dello stress assistenziale) (Graff, M.J.L., 2006; Baldelli et al., 2007).

3 Gli obiettivi sono: favorire alcune attività in precisi momenti della gior­nata (risveglio, pasti, riposo); contribuire ad alleviare tensioni o dolori e a sostenere il tono dell’umore; affrontare specifici disturbi del comportamento, sia di giorno sia nelle ore notturne.

4 Per un uteriore approfondimento del Modello GENTLECARE® http://www.ottimasenior.it/modello-gentlecare/

5 Per un ulteriore approfondimento del Metodo Validation® http://www.metodovalidation.it/index.php/il-metodo

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

http://fondazionemantovani.it/portfolio/le-terapie-non-farmacologiche/

http://www.agespi.it/wp-content/uploads/2015/07/ianes.pdf

https://www.karger.com/Article/Pdf/316119

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20838046

http://www.grg-bs.it/usr_files/eventi/journal_club/lucchi_21_2_2014.pdf

https://www.dolltherapy.it/

http://www.anzianievita.it/salute-e-benessere/la-terapia-della-bambola-doll-therapy/#more-433

http://cerinozegna.it/wp-content/uploads/TRENOterapia.pdf

https://www.centridiurnialzheimer.it/sites/default/files/pdf/FABBO.pdf

Ridurre i comportamenti non adattivi e incentivare i comportamenti positivi (Baker 2001; van Diepen 2002; Hope 1998; Long 1992)

Promuovere umore e stati affettivi positivi (Baker 2001; Cox 2004; Pinkney 1997)

Facilitare la comunicazione e l’interazione (Spaull 1998)

Promuovere le relazioni di cura e ridurre lo stress nei caregivers (McKenzie 1995; Savage 1996)

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Ilaria Giardini
Sono la Dott.ssa Ilaria Giardini, nata a Cattolica e cresciuta a Pesaro; laureata in Psicologia presso l’Università degli studi di Urbino. Sono psicologa, abilitata all’esercizio della professione e iscritta all’Ordine degli Psicologi delle Marche (n° 2675). Durante la specializzazione in Psicologia Clinica mi sono sempre più interessata all’approfondimento della Psicogeriatria, campo in cui lavoro tutt’ora, facendo parte dell’equipe del Centro Diurno Margherita di Fano (specializzato nelle demenze in particolar modo di tipo Alzheimer) e in cui mi sto ulteriormente perfezionando; ho ottenuto da poco la certificazione come Operatore Validation e ho partecipato al Premio Gentlecare Sicurhouse, “Studi sull’applicazione del metodo Gentlecare in ambito geriatrico. L’attualità del modello”, vincendo nel dicembre 2016 il primo premio con un elaborato dal titolo “Giorno dopo giorno dobbiamo vivere; se possibile bene”. Fa da cornice un mio sempre maggiore interesse verso l’area del benessere psicologico, al fine di promuovere e gestire le risorse personali di ogni individuo. Contatti: giardini.ilaria@libero.it

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