Dalla fine degli anni 70 del secolo scorso a oggi il trattamento delle tossicodipendenze ha impegnato medici, psicologi, ed educatori a sfide sempre più complesse.

Le opportunità terapeutiche si sono arricchite di nuove soluzioni, suggerite dall’approfondimento della personalità del tossicodipendente, dai contributi delle neuroscienze e dallo sviluppo di nuovi approcci psicoterapeutici.

Se era già abbastanza chiaro, fin dagli esordi della tossicodipendenza come emergenza sociale, che è necessario conoscere bene la storia del paziente al fine di individuare i fattori che possono aver favorito l’abuso di sostanze stupefacenti, era meno chiaro, in termini di previsioni di risultato positivo, individuare gli strumenti più adatti per la terapia della tossicodipendenza o, meglio, delle tossicodipendenze.

Quest’ultime non già intese come abusi di sostanze di tipo diverso, ma storie diverse per ogni individuo affetto da tossicodipendenza.

Una certa generalizzazione dei metodi di cura ha ridotto l’attenzione su specificità che si sono rivelate in seguito importantissime ai fini della terapia.

Di ciò hanno fatto parte l’attivazione di psicoterapie non sostenute da criteri specifici per affrontare la tossicodipendenza ma motivate soltanto dall’idea che, essendo la tossicodipendenza un disagio psicologico, la psicoterapia avrebbe funzionato.

Con queste premesse è stato speso tempo e denaro in modo inconcludente alimentando frequentemente l’idea che la tossicodipendenza fosse un disturbo cronico con il quale venire a patti riducendo al minimo le possibilità di danno.

Anche le comunità terapeutiche (che rappresentano una grande risorsa se ben organizzate) in molti casi hanno rappresentato la promessa di un rimedio generale senza che fossero ben chiarite le strategie terapeutiche impiegate, fosse stata chiarita la motivazione alle cure del paziente e fosse stata adeguatamente assistita l’equipe terapeutica impegnata in questo difficile compito.

Sulle tossicodipendenze si sono scontrati pensieri forti con le ovvie conseguenze di radicalizzazione di posizioni estreme che hanno reso parziali le terapie e, conseguentemente, i risultati.

Il moralismo e le ideologie hanno fatto il loro gioco, isolando interpretazioni genetiche della tossicomania come vulnerabilità individuale entro un giudizio di modello conservatore, stigmatizzante rispetto ad una interpretazione della tossicomania come disagio sociale.

Mancando spesso una serena sintesi fra queste due posizioni, si è rischiato troppe volte di perdere e dunque non impiegare importanti informazioni riguardanti il paziente con il risultato di trascurare una parte di significativi interventi terapeutici.

Il nostro modello tiene conto di tutto ciò che può influenzare, nel bene e nel male, la vita di un individuo, dunque la società, i traumi subiti, il clima familiare, la vulnerabilità individuale, la disponibilità o la povertà di risorse individuali disponibili, il temperamento,  la qualità del tono dell’umore,  la qualità e l’intensità degli interessi, la capacità di avviare e mantenere relazioni, l’estroversione o l’introversione, la tendenza primaria all’isolamento, il riconoscimento ed il rispetto di valori, il peso dei tratti di narcisismo, l’intelligenza di fondo, la mentalità psicologica, la salute fisica.

L’elenco sembra lungo ma è tutto ciò che entra in gioco quando si intende studiare a fondo un caso di tossicodipendenza.

Iniziamo dal primo fattore: la società.

In ogni epoca la società produce una sua cultura con i suoi miti, con le proposte per raggiungere la felicità, con il posto che si da al valore della vita, al rapporto con la morte.

Dagli anni ‘60 in poi si è assistito alla nascita di grandi movimenti giovanili, la scolarità di massa ha trasformato gli istituti superiori (licei ed istituti tecnici) in luogo di incontri di grandi masse di giovani. A scuola non andavano solo le classi più privilegiate ma un intero popolo giovane.

Lo studente da solitario con qualche amico si è sentito parte di una “classe” i giovani che sono diventati contemporaneamente forza sociale e massa di consumo (musica per giovani, negozi per giovani, abbigliamento per giovani, motorini, giubbotti etc.).

Intanto in questo grande e nuovo sistema sociale correvano le idee e la fisiologica necessità di definirsi, durante l’adolescenza, una nuova identità rispetto all’infanzia ed ai genitori, trovava supporto nel gruppo, nelle assemblee, negli spazi di aggregazione spontanea divenuti più disponibili.

Giovani erano anche gli “idoli” (Beatles, Rolling Stones e tutto quello anche a loro seguì) di questo nuovo popolo che iniziarono, in virtù di stratosferici guadagni, ad esplorare tutto l’esplorabile, concedendosi tutte le esperienze come nuove divinità pagane.

In una certa misura cedendo anch’essi alla lusinga delle droghe funzionarono un po’ da testimonial, conferendo all’uso di droghe una nuova veste: così è nato un nuovo edonismo “sesso, droga e rock ’n’ roll”.

Contemporaneamente, questa massa di nuovi consumatori sono stati individuati come mercato emergente di droghe che si sono presentate con una patente di innocuità nella cultura comune, favorendo altri livelli di sperimentazione.

Molti si oppongono all’idea che dalle droghe cosiddette “leggere” si passi a quelle pesanti come cocaina eroina, in effetti molti si fermano all’uso della cannabis con i danni sottili o più complessi che ciò può comportare, ma è altresì vero che la maggioranza di coloro i quali fanno uso di droghe “pesanti” hanno passato il confine per la prima volta con la cannabis, abituandosi e formando le proprie strategie di divertimento sulla base dello “sballo”.

Questo è il contesto culturale corrente che dobbiamo considerare nel complesso dei fattori etiogenetici.

La storia personale.

La storia di ciascuno si sviluppa nel contesto dei rapporti disponibili: una famiglia, un sostituto familiare per chi è più sfortunato, l’insieme dei rapporti che si sviluppano nell’ambiente extrafamiliare.

La famiglia è un insieme di rapporti molto complessi che vanno studiati in profondità perché contengono credenze, attese, presenza od assenza di confini certi, emozioni e loro espressioni che possono essere violente ed abusanti.

Le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo” (L. Tolstoj, “Anna Karenina”)

Una sintesi perfetta che declinata clinicamente significa che ogni modo di essere infelici delle famiglie produce un “calco” in ognuno dei componenti della famiglia che, oltre che essere il modo specifico con cui si esprime la sofferenza, contiene i meccanismi che possono ostacolare un processo terapeutico efficace.

Messo sotto controllo il craving acuto, occorre indagare le distorsioni specifiche che le dinamiche familiari hanno prodotto.

In primo luogo l’attenzione deve essere posta sulle esperienze traumatiche: da quelle più gravi che sono state connotate come rischio di vita, si passa a considerare le esperienze di abuso, che rappresentano traumi tanto più gravi quanto più la giovane età del paziente non consentiva di comprendere ciò che stava accadendo, evolvendo facilmente in sentimenti di colpa e vergogna che nell’adolescenza possono avere una espressività violenta.

Questi eventi modificano profondamente il concetto della sicurezza in ambiente famigliare, danno origine a dei giudizi negativi su di sé che fanno sentire il paziente diverso da chi lo circonda, con una sensazione di disagio strisciante.

Se il trauma è stato precoce, esso viene immagazzinato nella memoria non in “forma descrittiva” biografica, bensì come memoria di sensazioni corporee, molto potenti nell’influenzare lo stato del paziente.

Il trauma viola l’intimità e di conseguenza ogni esperienza che si avvicini ai confini dell’intimità innesca un atteggiamento sospettoso e guardingo o la reazione contraria che consiste nel non porre più confini alla propria intimità, ripetendo continuamente l’esperienza abusante.

Ma al di là di queste esperienze estreme, per la loro gravità, in famiglia vi sono altre esperienze disfunzionali che possono compromettere più o meno intensamente lo sviluppo della persona.

Parlo della inversione dei ruoli, genitori che chiedono ai figli amicizia e “protezione” non fornendo l’adeguata disponibilità psicologica, la capacità di governare le emozioni, l’onestà nel dialogo con i figli, la cronica conflittualità coniugale con coinvolgimento della prole, spesso invitata alla complicità con l’uno o l’altro genitore all’interno delle contese.

In tali contesti il percorso educativo può essere gravemente compromesso. Spesso i figli cercano gruppi più trasgressivi per “vivere” entro una nuova realtà la protesta e la rivolta contro i genitori.

È qui che la droga trova il suo terreno più fertile, per il bisogno di non avere pensieri, sentimenti d’angoscia, disagio e rabbia mascherati da una facilità alla noia.

Tutte queste esperienze vanno processate per organizzare la comprensione del disagio del giovane paziente e informare adeguatamente il percorso terapeutico.

Le alterazioni psichiche.

Su questo tema il discorso diventa ancora più complesso.

Una prima constatazione da fare è che molte delle forme patologiche classificate, con il diffondersi della droga nella nostra società, sono state, come dire, inquinate.

Abbiamo avuto soggetti psicotici che cercavano il sollievo dall’angoscia psichica e dai deliri attraverso l’uso dell’eroina, che, in quanto potente sedativo, sebbene ingovernabile, svolgeva una funzione antipsicotica riducendo la quota di eccitazione che era alla base dell’attivazione di intensi disturbi del pensiero.

Spesso la disintossicazione da eroina ha avuto come esito la rivelazione di una sottostante psicosi.

Fin dai tempi di Freud alla cocaina era stato attribuita un’efficacia antidepressiva, senza aver allora una precisa nozione di gravi effetti collaterali. Accade ancora oggi che molte persone con tratti depressivi di cui sono più o meno consapevoli, accedano all’uso della cocaina, per le prime sensazioni di miglioramento subitaneo dell’umore che provano.

Soggetti con tratti di personalità di evitamento trovano nella cocaina la disinvoltura che manca loro in virtù di una sorta di eccitamento maniacale che li disinibisce. Sulla stessa strada sono attratti dalla cocaina soggetti con tratti di tipo schizoide, o meglio, ne vengono coinvolti quando, per caso fortuito la provano.

Persone con tratti traumatici di tipo abbandonico profondo accedono ad una leggerezza nelle relazioni mai sperimentata in precedenza, salvo, in breve trovarsi a fare i conti con problemi di dipendenza ben maggiori.

L’influenza di ogni tipo di trauma sulla serenità di un individuo viene messa temporaneamente da parte attraverso l’assunzione della cocaina ma nessuno si accorge che baratta un male con un altro peggiore.

Anche i disturbi del comportamento alimentare sono nelle giovani donne inquinati dall’uso della cocaina, conferendo a questi disturbi una diversa configurazione. Così la fame torturante delle anoressiche viene annullata dalla cocaina, così come la paura di ingrassare delle bulimiche.

È un dato che si rileva con significativa frequenza è la presenza di un disturbo della condotta alimentare mascherato dall’abuso di cocaina, sia per l’effetto che svolge a livello psichico sulle angosce di fondo che sono alla base del disturbo alimentare, sia per il controllo della fame o degli impulsi bulimici che questa droga consente.

Ma anche qui si tratta di barattare un male con un altro non meno grave.

Circa le droghe che determinano alterazione percettive, il tratto favorente sembra dato da una personalità premorbosa che percepisce l’ambiente come un luogo freddo, grigio, livido, senza significato emotivo. La musica stessa sembra non fruibile con piacere in condizioni di normalità percettive.

La rilassatezza che la cannabis produce e l’alterazione della percezione e del tempo consentono di vivere senza pressioni sociali, senza preoccupazioni, in un contesto ambientale che sembra comunicare più significato.

Ciò naturalmente si amplifica quando si tratta dell’uso di sostanze allucinogene che tuttora attirano l’attenzione dei giovani. L’accendersi dei colori, la terra che si muove come se respirasse, l’animarsi delle cose produce un senso, sebbene, alterato che sembra l’antidoto all’incapacità di trovare ed attribuire significato all’ambiente ed all’esperienza.

Si tratta di personalità premorbose che non hanno avuto occasione di imparare a “giocare con la realtà”, che non hanno potuto sperimentare uno spazio transazionale nel quale ricreare la realtà, espressione di carenze di cure parentali sufficientemente buone.

In conclusione, nel trattare casi di tossicodipendenza occorre considerare che la droga è un rozzo tentativo autogestito dal paziente di risolvere uno stato che non è in grado di tollerare, di ottenere uno stato altrimenti irraggiungibile, di alimentare una parte dissociata di sé, in sintesi di risolvere un disagio psichico.

Per tale motivo è assolutamente irrinunciabile la detossicazione per formulare ciò che è l’atto di conoscenza irrinunciabile per qualsivoglia trattamento terapeutico: la diagnosi di ciò che la droga nasconde.

 

ADESSO COSA PENSI?