«Allora mio padre, non si capiva cosa stesse facendo e sentivo sempre male, male, male. Allora io non capivo bene, io vedevo che mio padre era lì nella camera con me, però non riuscivo a ragionare cosa stesse facendo, allora sentivo sempre male, male, male.

[…] Mio padre, dopo, cerca di vedere se mi riusciva a svegliare facendomi così (e mima il gesto di una persona che la scuote per svegliarla), e io sentivo che qualcuno mi faceva ballare, ma io non riprendevo i sensi…

Ero ancora in piedi. Ero stata attenta fino al momento in cui mi aveva spogliato dal bacino in giù, poi da lì il male era sempre aumentato finché ho perso conoscenza (cioè, non ero svenuta, ero sveglia ma da un’altra parte).

E poi dopo, il male che avevo, oltre a quello in faccia, non capivo bene dov’era, […] e io sentivo spingere, spingere, e non si capiva bene che cos’era…. Sentivo spingere qui in mezzo (indica la zona dei genitali con la mano). Io però in quel momento lì non ci capivo, perché il male era grande

Paola, 12 anni.

 

L’etimologia greca della parola trauma ci indica che questa parola significa ferita, lacerazione, rottura violenta.

Il trauma psichico si può definire come l’esito dell’impossibilità dell’apparato psichico di far fronte a un improvviso eccesso di stimoli interni o esterni.

Ciò significa, in altre parole, che l’apparato psichico possiede un limite di sopportabilità di stimolazione che non dipende dalla qualità dello stimolo, ma dalla sua intensità. L’evento infatti è traumatico in base non solo alle caratteristiche intrinseche dell’evento, ma anche alle risorse individuali per poterlo fronteggiare.

È sufficiente pensare da un lato a tutte quelle persone che riescono a reggere l’impatto e superare abusi, disgrazie, situazioni catastrofiche ecc., dall’altro a tutti coloro che rimangono “segnati” magari dagli stessi avvenimenti.

In questo senso è ben comprensibile come qualunque evento, anche apparentemente innocuo, possa assumere una valenza traumatica per un individuo: ogni trauma disorganizza l’esperienza psicologica del soggetto e gli richiede, per continuare ad avere un senso di continuità di se stesso e del mondo circostante, di rielaborare le trame difensive della sua vita che egli deve scrivere per garantirsi un assetto psicologico sufficientemente stabile.

Partendo dal fatto che le teorie psicoanalitiche hanno ampiamente confermato che un trauma può verificarsi in qualunque momento dell’arco di vita dell’individuo, si può comunque affermare che il trauma infantile incide notevolmente sullo sviluppo dell’individuo che lo subisce.

I primi studi psicoanalitici sul trauma pongono sicuramente le basi per gli attuali sviluppi sull’argomento. Se Freud, infatti, tendeva a considerare l’evento traumatico esclusivamente in termini intrapsichici, dando principalmente importanza alle fantasie inconsce, Ferenczi negli anni ’30 lo colloca invece in un contesto relazionale: il trauma psichico irrompe in un mondo di relazioni e di significati, sconvolgendolo e disorganizzandolo.

In questo senso diviene traumatico per il bambino il cattivo accudimento da parte del genitore, ed in particolare l’influenza patogena di eventi non rilevanti e microscopici ma ripetuti, che acquistano un’importanza retrospettiva.

L’autore ungherese anticipa così il concetto di «trauma cumulativo» (M. Khan, 1974) derivante dalle tensioni che il bambino sperimenta nella sua dipendenza dalla madre, attraverso fattori ambientali piccoli e riprodotti, apparentemente innocui e impercettibili, ma che determinano effetti destrutturanti sull’Io.

A questo punto, per comprendere meglio tale processo, è necessario spiegare qual è il meccanismo attraverso cui il trauma “sopravvive” all’interno della psiche dell’individuo: la ripetizione (Terr L., 1990, pag. 209).

Per esempio, si nota come spesso dietro a comportamenti violenti adulti vi siano a monte un abuso o una violenza subiti in età infantile. Si tratta di un meccanismo di difesa che permette di identificarsi con l’aggressore, in modo tale da permettere alla paura di trasformarsi in onnipotenza e alla passività di tramutarsi in azione: il soggetto non è più abusato ma abusante, non più violentato ma violentatore (Van der Kolk B., 1989, pag. 395).

La coazione a ripetere individuata da Freud è confermata quindi dalla pratica clinica: “è sempre presente una esposizione a situazioni che ricordano il trauma originario, sogni ripetuti alla ricerca di ricordi rimasti senza parole, imprigionati nel corpo, monotoni e sinistri giochi post-traumatici che ripetono alla lettera il trauma, senza poterlo trasferire in metafora“(Modell A.H, 1997).

Il trauma congela il pensiero, paralizza la psiche entro dei confini talmente stretti che l’unica libertà di movimento possibile consiste nella ripetizione.

La ripetizione avrebbe cioè l’obiettivo di superare la rottura e la discontinuità portate dal trauma, ricreando la continuità interrotta.

Lo scopo primario della terapia con i soggetti traumatizzati è sicuramente quello di ristabilire un senso di sicurezza per il paziente. Questo, infatti, non si sente sicuro all’interno del suo corpo, sperimenta le sue emozioni e i suoi pensieri come fuori dal suo controllo, fatica a fidarsi degli altri.

Il primo obiettivo da raggiungere per far acquistare un tale senso di sicurezza alla vittima è far diminuire quel senso di vulnerabilità portatole con forme di violenza, coercizione o manipolazione psicologica dal suo aguzzino nel caso di violenza, o dalla situazione traumatica in sé quando per esempio un incidente stradale o una catastrofe naturale.

Solo dopo una tale fase di stabilizzazione si può procedere al lavoro clinico volto ad aiutare il soggetto a ritrovare la sua storia, la sua “verità”.

Secondo la psicologa Daniela Bruno, «se si volesse rappresentare con una immagine la relazione che esiste tra il trauma dell’abuso e la verità, l’immagine che sembra più adatta non è quella di una strada diritta, ma quella di un sentiero pieno di ostacoli, a tratti ripido, a volte cancellato o franato, dove si può perdere l’orientamento, un sentiero comunque faticoso e cosparso di imprevisti. Chi si trova ad avventurarsi su questo sentiero per andare incontro al bambino deve mettere in conto di affrontare diversi ostacoli».

Queste considerazioni sono tanto più importanti quando si parla di trauma infantile. Gli ostacoli in questa prospettiva si configurano come divieti esterni (ad es. adulti che hanno impedito al bambino di parlare, o che lo minacciano, o che hanno utilizzato forme di intimidazione o ricatto affettivo) e interni, riguardanti il bisogno del minore di mantenere la relazione affettiva di dipendenza nei confronti dell’abusante, di salvaguardare l’unità famigliare (se si tratta di incesto) o comunque nelle emozioni di colpa, vergogna, tradimento, che ostacolano la possibilità di parlare.

Chi ha vissuto una esperienza traumatica cerca di rimuoverla, vuole evitare di pensarci, quindi bisogna tenere in conto che si chiede al bambino di dire proprio quello che cerca di dimenticare.

I bambini abusati, soprattutto se in famiglia, raramente riescono a trovare il coraggio di raccontare l’aspetto più pregnante dell’abuso che di solito è percepito come un segreto: persecutore e vittime troppo spesso sono confusi nella mente del piccolo paziente, e necessitano di un confronto con l’esterno per poter accedere ad un chiarimento delle posizioni di ciascun attore della vicenda.

L’azione terapeutica ha, infatti, lo scopo di modificare i vissuti impensati e impensabili della memoria traumatica implicita, trasformandoli in ricordi espliciti, verbali, da reintegrare nel contesto del passato personale. Nella dinamica del trauma, specie quello grave, è in gioco qualcosa di non rappresentabile e non accessibile al ricordo, qualcosa che rimane fuori dal tempo.

 

Riferimenti Bibliografici

  • Bruno D. (2001) “Far dire il trauma“, in C. Roccia (a cura di) Riconoscere e ascoltare il trauma, Franco Angeli, Milano
  • Modell A.H., L’interfaccia tra psicoanalisi e neurobiologia, in “Psiche”, 2, Borla, Roma, 1997, pagg. 27-37
  • Terr L., “Too scared to cry. Psychic trauma in Childhood“, Basic Book, New York, 1990
  • Van der Kolk B. (1989 c), The Compulsion to Repeat the Trauma, in “Psychiatric Clinics of North America”, Vol. 12, nr. 2. pagg. 389-40

Sitografia

www.psychomedia.it/pm/answer/abuse/roccia3.htm

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Elvira De Simone
Ho conseguito la Laurea Magistrale in Psicologia Clinica presso la Seconda Università degli studi di Napoli. Tornata nella mia città di origine, Taranto, ho effettuato il mio tirocinio al Centro di Salute Mentale. Grazie a questa esperienza ho avuto la possibilità di confrontarmi con un concetto di sofferenza psichiatrica molto diverso da quello sempre studiato sui manuali, e di entrare nel vissuto delle persone tramite l'ascolto empatico delle loro esperienze. Da qui si acuisce il mio già acceso interesse per i disturbi psicotici, che posso osservare da vicino anche adesso che svolgo attività di volontariato presso i Centri Diurni D'Enghien e Basaglia del Dipartimento di Salute Mentale di Taranto, partecipando ad attività di sostegno e riabilitazione. In futuro mi piacerebbe frequentare una Scuola di Specializzazione Psicoanalitica, rimanendo aperta all'idea di far parte di una rete di colleghi e professionisti "con altri occhi". Contatti: elvira_desimone@libero.it

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