Agli accaniti lettori e ai divoratori di serie tv sarà sicuramente successo. Immergersi in apnea in una di queste narrazioni, penetrare nella loro trama e fare fatica ad emergere. Finché le pagine e i minuti iniziano a scarseggiare. Pian piano affiora alla mente un interrogativo…. E poi?

La stessa questione che attanaglia tutti gli studenti con l’avvicinarsi della maturità o al termine del percorso universitario.

E poi?

Questa domanda divide il tempo in un prima e un dopo, distoglie improvvisamente l’attenzione dal vivere il momento presente e apre le incognite del vivere il futuro.

Non possiamo non ammettere che porti con sé una certa dose di ansia e preoccupazione.

Proviamo, però, a guardarla più da vicino per vedere se fa ancora più paura o possiamo capirci qualcosa.

E” è una congiunzione, significa che c’è una continuità, ma tra cosa? Ogni essere umano ha la necessità di pensare di essere sempre uguale a sé stesso, nonostante i cambiamenti che investono la propria vita.

Per alcuni, come Locke (“Saggio sull’intelletto umano”, 1690) è la capacità di ricordare che permette l’emergere di un senso unitario d’identità, perché tesse il “file rouge” del nostro divenire. Siamo abituati per lo più a pensare che la memoria riguardi solo il passato. In realtà, la sua capacità temporale si estende anche in avanti con quella che viene definita memoria prospettica, ovvero, quell’insieme di processi implicati nel ricordo delle intenzioni che vorremmo attuare nel futuro.

È come se, oltre a ricordare chi siamo, potessimo anche ricordarci chi saremo. Ciò significa che la continuità data dalla “memoria passata e futura” ci permette di proiettarci avanti, non con un salto, un improvviso distacco in cui ci viene repentinamente richiesto di essere qualcosa di diverso da chi siamo, ma come una processualità che non dimentica da dove veniamo.

La particella “poi” richiama una precisa capacità: l’immaginazione. Immaginare è un atto creativo in cui si mescola ciò che si conosce, con ciò che si crede di conoscere; rappresentazioni già formate, con aspettative ancora da realizzare. Queste ultime costituiscono una modalità di vedere il futuro che ha già un effetto sul presente.

Ad esempio, se siamo profondamente fatalisti, difficilmente ci aspetteremo di poter fare qualcosa di diverso da ciò che è stato definito da una qualche “entità superiore”; pertanto, non ci adopereremo molto nel direzionare il nostro fare. Al contrario, se il nostro “aspettare il futuro” porta in sé un desiderio costruttivo, interpreteremo ciò che ci accade come qualcosa di incongruente, o meno, a ciò che ci eravamo prefigurati. Immaginare ci permette di confrontare presente e futuro e di misurarne la distanza.

Infine la parte che più temiamo: “?”.

Questo piccolo segno grafico porta con sé un universo di riflessioni, emozioni, dubbi, affetti.

Ma qual è il suo significato in sé? Semplicemente, che non viviamo nel mondo delle certezze, ma in quello delle possibilità. Possiamo anche chiamarle imprevisti, ma il succo è che non c’è una sola via, non c’è solo quello che ci siamo immaginati, ma, piuttosto, una molteplicità di strade percorribili che potrebbero anche portarci a mete non programmate.

Non possiamo non ammettere che la nostra libertà di movimento si scontri inevitabilmente con la realtà, che, ad un certo punto, qualcosa possa anche ostacolare la nostra creatività imaginifica.

Guardiamola da un altro punto di vista: invece di vedere queste circostanze come un limite, possiamo pensarle come la definizione di alcune realtà che sono possibili in questo momento; come una selezione delle aspettative attuabili nell’hic et nunc tra tutte quelle che avevamo pensato.

«Le “realtà” nascono dalle “possibilità”, mentre, contemporaneamente, le “possibilità” emergono dalle “realtà”» (MiIella, 2017)

Quanto detto, mi fa pensare che è come se verso il momento presente agissero due vettori: uno proveniente dal passato, uno dal futuro. Il primo, costituito dalla nostra storia e da ciò che da essa abbiamo imparato. Il secondo, formato da ciò che ci immaginiamo possa essere il nostro avvenire.

E poi?

La risposta è arginata dalla concretezza del tempo e della vita, che rilegano le nostre azioni a ciò che è avverabile nel momento attuale. Cioè? Imparare a fare esperienza del presente. Scegliere come vivere le possibilità che “l’adessoci offre, alla luce del passato, volgendo lo sguardo al futuro.

Non è una vera risposta al nostro quesito, è l’apertura ad una serie di ulteriori domande:

come sto vivendo quello che mi capita oggi? Che influenza ha la mia storia in questo? Dove mi porterà ciò che sto facendo?

Percorrendo la via per Santiago, tra le altre cose, ho imparato che un cammino è molto diverso da un viaggio. In questa scoperta, ciò che mi ha colpita è che, nel primo caso, i tuoi piedi calpestano ogni singolo centimetro del terreno che ti separa dalla meta. Non ci sono “salti”, solo un passo dietro l’altro. Il tuo mezzo sono le tue gambe, con i chilometri che hai percorso fino a quel momento. Lo zaino sulle spalle è tutto ciò che hai, l’essenziale, perché il resto è solo un ingombro. Avvicinandosi a Santiago, dopo settimane di fatiche, iniziava a sorgere quella domanda: “E poi?”.

Nel passato, alcuni pellegrini, per non rassegnarsi a questo “the end”, si sono inventati un prosequio del cammino, arrivando a Finisterræ o Muxia, come se non fossero ancora pronti per fermarsi. Ma davanti all’oceano non c’è più un “oltre” e ci si scontra con quell’interrogativo.

E poi?

E poi si torna a casa, mai come si era partiti, più vicini a come si sarà, se si è stati capaci di fare esperienza delle possibilità incontrate lungo il cammino.

 

Bibliografia

Milella (2017). “La tensione formativa verso il futuro”. Pensa MultiMedia Editore srl, Studium Educationis anno XVIII – n. 2 – giugno.

CONDIVIDI
Articolo precedenteIl ruolo delle emozioni nelle decisioni
Articolo successivoIL DELIRIO: IMMERGENDOSI NEL CAOS DELLA PSICOSI
Serena Carpo
Sono Serena (di nome, di fatto ci provo). La scelta di diventare psicologa è nata dalla mia curiosità verso la straordinarietà della mente umana e dall’incapacità di rassegnarmi all’idea che la sofferenza sia qualcosa di inutile. Mi sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il mio futuro professionale è un work in progress. Il tirocinio presso la neuropsichiatria infantile dell’ASL della mia zona (un paese lacustre del Piemonte) ha fatto nascere in me il germe di un progetto: rendere il diritto alla salute, fisica e mentale, un bene accessibile e di qualità. Svolgo un’attività di volontariato che, oltre a costituire un grande arricchimento umano, considero come un vero osservatorio dei bisogni del territorio e un’ottima palestra di ascolto. Conosco la lingua dei segni (LIS), amo scrivere, disegnare e pensare in modo creativo. Credo in diverse cose, tra cui una psicologia vicina alla persona, che abbia il rigore della ricerca e la veridicità della clinica, che sia un lavoro fatto con passione e che non si dimentichi di essere a servizio dell’altro.

ADESSO COSA PENSI?