Esprimerci attraverso la parola ci permette di dare forma alla realtà, di sperimentare emozioni e di articolare il pensiero, proprio e altrui. Basti pensare che il cervello umano si struttura e si modifica massicciamente in risposta – tra le altre cose – agli stimoli di natura verbale, provenienti dall’ambiente entro cui è inserito.

Potremmo dire che la comunicazione verbale costituisce per sé stessa un ambiente per la persona, che diventa tanto più fondamentale nel caso di bambini e adolescenti: come tutti gli ambienti, può essere sano e favorire uno sviluppo ottimale; oppure può essere disfunzionale e costituire un fattore di rischio per la salute mentale e per il benessere generale della persona.

E’ il caso degli abusi verbali, ovvero quelle circostanze in cui il linguaggio e la comunicazione verbale vengono impiegati con l’obiettivo (o conducendo al risultato) di danneggiare la persona verso cui sono diretti.

La parola si fa strumento per il maltrattamento emotivo: un pattern ricorsivo di comportamento (in questo caso, verbale), volto a convincere la vittima della sua mancanza di valore o non amabilità, oppure a indurre paura o senso di colpa, con un intento manipolatorio verso quest’ultima. Ciò può avvenire tramite denigrazioni, derisioni, urla, minacce, insulti, critiche continue, ma anche silenzi (ugualmente eloquenti).

Nella sostanza, l’abuso verbale è simile ad altre tipologie di abuso (fisico, sessuale, psicologico) e, in quanto tale, ha un impatto devastante per la persona. Quanto più prolungata e intensa è la natura dell’abuso, tanto più profonde saranno la ferita inferta e le conseguenze avverse per la salute psicofisica della vittima.

In che modo, allora, l’abuso verbale si discosta e differenzia da altre forme di abuso?

Per rispondere a questa domanda, faremo riferimento  agli studi relativi al PVA (Parental Verbal Abuse), forse la forma più indagata di abuso verbale. Con PVA ci si riferisce al comportamento verbalmente abusante di genitori nei confronti dei figli, soprattutto bambini e minori.

Gli studi su questa tipologia di maltrattamento infantile indicano come questa modalità di relazione favorirebbe l’instaurarsi di uno stile cognitivo negativo nel bambino e nell’adolescente, che difficilmente riuscirà ad abbandonarlo spontaneamente durante la crescita.

Con stile cognitivo negativo si intende soprattutto una percezione di sé connotata da mancanza di valore personale e una forte tendenza all’ipercriticismo, che generalmente limita di molto la capacità di realizzazione e affermazione della vittima.

Nel caso degli abusi verbali e diversamente rispetto ad altre tipologie ugualmente gravi di maltrattamento, l’abusante fornisce tramite il linguaggio e, dunque, in maniera diretta le convinzioni disfunzionali che faranno da mattoni nella costruzione dell’autostima del bambino/vittima. O meglio, facilitando la sua non costruzione.

Depressione, disturbi d’ansia e sintomi internalizzanti di varia natura, unitamente a disturbi della personalità, soprattutto di tipo borderline, sembrano essere gli esiti più frequenti di una comunicazione abusante, subita in modo sostenuto durante fasi critiche dello sviluppo.

Finora ci siamo concentrati su una tipologia di linguaggio che è espressione di una relazione francamente abusante. Ma non è necessario andare tanto oltre per capire il potenziale costruttivo (della realtà) e distruttivo (della psiche) delle parole.

Infatti, troppo spesso tendiamo a sottovalutare come l’impiego di un certo linguaggio possa essere non solamente il riflesso dei significati che una società o un gruppo di persone trasmettono, ma anche e soprattutto lo strumento tramite cui, quotidianamente, contribuiamo al perpetrarsi di quei significati. Al loro diffondersi e rafforzarsi.

Un esempio chiaro è quello del linguaggio di matrice omofoba. I vari termini di natura denigratoria, pensati appositamente per etichettare le persone omosessuali, servono, di fatto, per abusare verbalmente della categoria di persone in questione e per porre un limite netto e definito tra “loro” e “gli altri”.

Chiunque non si ritenga omofobo penserà che questa tipologia di linguaggio non gli appartiene, poiché non gli appartiene l’intento screditante nei confronti degli omosessuali. Ma quanti di noi si sono sorpresi a dare del gay (nel migliore dei casi) a un ragazzo “poco mascolino” o non convenzionale, semplicemente per descriverlo o, più spesso, per esprimere un malcelato disprezzo ?

Usando un certo tipo di linguaggio, una specifica categoria di termini, ci facciamo portatori del modello (in questo caso omofobo) di valori e significati di una certa società, ed anche contribuiamo a costruirla nella mente di chi ci ascolta. Non a caso, quando invitate a descriversi, le persone con un orientamento omosessuale tenderebbero ad impiegare esse stesse quei termini, denigratori e di matrice omofoba, che la società in cui vivono ha proposto per loro.

Un vero e proprio abuso, che si rafforza attraverso le vittime stesse – a indicare quanto sono davvero potenti le parole – e che rappresenta una notevole fonte di stress, un fattore predisponente al malessere psicologico.

Sia nel caso del PVA che nel caso di termini taboo che nascono per stigmatizzare alcune categorie di persone, l’abuso verbale può risultare subdolo e difficile da individuare.

Nel primo caso, i bambini abusati verbalmente dai genitori non possono essere consapevoli dell’abuso subito, e questo difficilmente si palesa al di fuori delle mura domestiche.

Nel secondo caso, è l’uso ripetuto e decontesualizzato del termine che lo rende apparentemente inoffensivo, lo svincola da ogni censura e ne legittima, in un circolo vizioso, l’utilizzo futuro, a danno di chi appartiene alla categoria bersaglio e della comunità tutta.

In altri casi, l’abuso verbale è evidente. La comunicazione è carica di aggressività palesemente diretta verso l’interlocutore, spesso attraverso urla e insulti. Alcune professioni sono più esposte di altre al rischio di subire questa forma di abuso verbale; tra le più note e studiate, rientrano la professione infermieristica (per la quale l’abuso può provenire dai pazienti ospedalizzati, ma anche dai medici) e le professioni di front office.

In entrambi i casi, al lavoratore è richiesto non solo di subire l’abuso, ma anche di non reagire allo stesso, per le caratteristiche stesse del ruolo professionale ricoperto e per le conseguenze negative che potrebbero seguire la reazione, come un licenziamento o un richiamo.

Il risultato ? Anche stavolta, drammatico dal punto di vista psicologico, psicofisico e del benessere generale: esaurimento delle risorse emotive e cognitive, depersonalizzazione, ritiro sociale, con conseguente aumento del rischio di burnout e riduzione dell’efficienza professionale.

La buona notizia – perché si, c’è anche una buona notizia – è che se riconosciamo alla parola questo potere creativo, possiamo anche riappropriarcene per farne un uso più consono e – soprattutto – più consapevole. Nell’era della comunicazione a portata di tutti, in cui le parole si sprecano e si diffondono alla velocità di un click, essere consapevoli di ciò che si dice, di come lo si dice e a chi lo si dice, potrebbe non essere fatica sprecata.

In sostanza, se la parola è costruttrice di realtà, prima di tutto – e prima di parlare – dovremmo capire quale realtà intendiamo costruire, di quale messaggio vogliamo farci portatori e come questo messaggio potrebbe essere recepito da un eventuale interlocutore. Prenderci in carico la responsabilità delle nostre parole, che solo parole non sono, soprattutto quando sono rivolte a molti, o a chi si fida di noi nel sentircele pronunciare, poiché

“[…] quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo.” (Buddha)

 

 Bibliografia:

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Ilaria Cerbo
Studio Psicologia Clinica presso l'Università degli Studi di Padova, ma provengo dall'Alto Casertano, Campania. Ho conseguito la Laurea Triennale presso la SUN, con lode. Nel 2015 ho concluso un tirocinio professionalizzante presso il Centro IPPS di Roma, dove ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze nell'ambito della psicoterapia costruttivista e della clinica applicata in generale. Mi interesso molto anche di psicologia sociale e mi appasiona la ricerca. La mia curiosità mi porta ad avere numerosi interessi e conto di fare del mio eclettismo intellettuale una risorsa, anche professionale. Adoro l'arte e la letteratura. Amo scrivere. Contatti: ilaria.cerbo@studenti.unipd.it

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