La diversità, spesso, è solo un punto di vista.

Ci diciamo pronti ad accoglierla, nel tentativo di valorizzarla. Ma per quanti viene simbolizzata in maniera positiva? A giudicare da alcuni atteggiamenti e dinamiche ancora presenti, di fatto sembra essere lontani da una sua accettazione, che risulta ancor più ardua al crescere di una nostra possibilità di comprensione.

Stiamo parlando di una condizione delicata, di disagio interiore, che tanti sembrano ancora non voler legittimare: quella di transgenderismo.

Molti luoghi comuni ruotano ancora attorno a quello che è, in fondo, un modo di sentire, di presentarsi al mondo, di essere e vivere in esso e che si accompagna il più delle volte ad una percezione di malessere e sofferenza autoriferita. Si tratta, infatti, dell’unica condizione in cui è l’individuo ad autodiagnosticarsi.

Purtroppo ad oggi viene spesso concepita come una perversione (in termini scientifici “parafilia”), come una distorsione psichica, “qualcosa che è andato storto nell’infanzia”, evidentemente. Senza badare al fatto che stiamo parlando di persone che tentano di affermare se stesse, di vivere nel modo da loro reputato come più congeniale.

Si tende a confondere il transgender con il travestito, con la figura della prostituta, con un essere deforme che spaventa gli altri, considerato in qualche modo la vergogna della Società. Qualcuno con cui non farsi vedere in giro, insomma, e che non si augura o ci si augura di avere come figlio.

Ma in cosa consiste, realmente, questa condizione anche conosciuta come “disforia di genere”?

Il concetto di disforia di genere, ovvero la “discrepanza, parziale o completa, tra il sesso assegnato alla nascita in base ai genitali esterni e il genere codificato nel cervello”, è stato introdotto nel 1964 da Stoller che ne isolò la forma pura in cui l’identità risulta essere in contrapposizione col sesso biologico.

L’autore, con tale nozione, intendeva delineare quella percezione di sé come uomo, donna o genere alternativo (genderqueer) che inizia a strutturarsi intorno ai 3-4 anni di età per poi stabilizzarsi verso i 6-7 (SIAMS). Furono però Laub e Fisk nel 1971 a introdurre per primi il termine “disforia di genere”, con cui si riferivano a tutti quei soggetti con problemi di identità sessuale.

La condizione di disforia o incongruenza di genere, ufficialmente eliminata a partire dal 18 giugno.

2018 dalla sezione delle Malattie mentali dell’ICD-11 grazie all’intervento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, risulta essere purtroppo tuttora oggetto di drammatiche problematiche di integrazione e di discriminazione in svariati ambiti, che vanno dall’abuso verbale o fisico in occasione di semplice esposizione a luoghi pubblici a disparità o maltrattamenti subìti in ambiente lavorativo e sanitario.

La sua prevalenza, seguendo i dati raccolti all’interno del DSM-5 (APA, 2013), si attesterebbe tra lo 0,005% e lo 0,014% per gli uomini e tra lo 0,002% e lo 0,003% per le donne, con una preponderanza maggiore negli uomini in un rapporto che varia tra 1:1 e 6,1:1.

Il malessere della persona transgender risiede principalmente nella discordanza tra ciò che esso sente di se stesso, quindi il modo in cui si pensa, e ciò che il corpo, soprattutto visivamente, gli comunica. Nella maggior parte dei casi il trans non sopporta il proprio rimando fisico, specie nel momento dell’adolescenza, periodo in cui si ha un’attestazione amplificata del proprio genere biologico di partenza.

Quando alla difficoltà di accettarsi si affianca però anche quella di venire accettati, talvolta la reazione primaria diviene quella di ritirarsi, sopprimere il più intimo vissuto, anziché farsi strada la necessità di uscire allo scoperto.

Perfino il cammino che conduce alla conferma della propria identità, una volta scontratisi con i principi del mondo sociale, si presenta come lungo e travagliato: Devor (2004), in una ricerca sullo sviluppo dell’identità di genere transessuale, individua e descrive ben quattordici fasi di sviluppo.

La maggiore difficoltà incontrata dai soggetti in transizione consiste nel fatto di non vedersi riconosciuti nella loro nuova identità, vissuto che conduce a sentimenti di inadeguatezza. A questa difficoltà, spesso, essi reagiscono esasperando quelle componenti che in campo sociale si attribuiscono agli stereotipi di genere: il vestirsi provocante per le donne, l’indossare vestiti larghi e andare in palestra per sviluppare all’estremo i muscoli ed apparire più virili per gli uomini.

Va specificato però che il Transgenderismo rappresenta una sorta di “termine ombrello” coniato all’interno del Movimento di Liberazione Transgender, gruppo nato negli Stati Uniti attorno agli anni Ottanta per contestare il sistema di genere binario.

Il termine transgender nasce infatti ad opera della militante transgender Virginia Prince come possibilità di uno sguardo sull’individuo attraverso una chiave di lettura diversa, addirittura contrastante, del significato attribuito dalla medicina e dalla psichiatria ai soggetti in transizione.

La condizione di transgenderismo va però distinta dal “disturbo da travestimento”, che riguarda invece una forma di disturbo parafilico (di perversione) o preferenza sessuale, in cui si prova eccitazione o particolare piacere nell’indossare indumenti tipici del sesso opposto (crossdressing); piacere che scompare col raggiungimento dell’orgasmo.

Alcuni individui invece non si riconoscono in nessuno dei due sessi e non avvertono nemmeno il bisogno di farlo: stiamo parlando di coloro che sentono di potersi definire genderqueer.

Studi di Gagne e Tewksbury (1999) hanno trovato che solo gli individui transgender che accettano il modello sessuale binario medico tendono ad identificarsi come maschi o femmine, mentre chi non lo accetta si identifica appunto come genderqueer.

Quindi, piuttosto che di identità di genere al singolare, sarebbe più corretto disquisire di molteplici, possibili e variegate identità di genere, uniche e multiformi come l’individuo che ne è possessore.

Infatti, “dall’antica certezza secondo cui si riteneva che l’umanità fosse divisa in due sole categorie specifiche, maschile e femminile, si è giunti oggi ad ipotizzare che essa sia formata da individui con infinite variabili soggettive che hanno diritto di vivere in condizioni scelte e decise personalmente” (Simonelli, C. et al., 2014).

La propria identità, che include l’identità di genere, rappresenta la percezione più intima – e profonda – che ogni essere umano ha di se stesso. Costituisce il primo movens di stare al mondo ed è garante del modo in cui l’individuo si rispecchia, per questo inopinabile ed inviolabile.

Il 2018 rappresenta però, come si è detto, un anno importante che segna la volontà da parte del settore medico-diagnostico, formalmente rappresentato e guidato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, di iniziare a debellare questa paura del “diverso”, eliminando, come successe nel 1990 per l’omosessualità, la disforia di genere dalla lista delle malattie mentali.

Da un lato persisterebbe la necessità di giustificare l’accesso alle cure tramite una diagnosi di incongruenza di genere, dall’altro è possibile osservare che si deve proprio alla stessa imprescindibilità della diagnosi l’instaurazione del luogo comune della transessualità come malattia da curare, prodottosi come conseguenza del suo inserimento all’interno dei manuali psichiatrici.

Incongruenza, questa, in parte risolta spostando la disforia di genere all’interno della sezione

“Condizioni di salute sessuale”, mantenendo quindi il diritto all’assistenza sanitaria, in parte, specialmente in termini di riformulazione sociale collettiva del significato attribuito a questa condizione, ancora da risolvere.

 

Per approfondire:

DEVOR, A. H. (2004). “Witnessing and mirroring: A fourteen stage model of transsexual identity formation”. Journal of Gay and Lesbian Psychotherapy, 8, 41–67.

GAGNE, P., & TEWKSBURY, R. (1999). “Knowledge and power, body and self: An analysis of knowledge systems and the transgendered self”. Sociological Quarterly, 40, 59–83.

LAUB, D., FISK, N. (1971). “A rehabilitation program for gender dysphoria syndrome by surgical sex change”. Plastic and Reconstructive Surgery, 53: 388.

PETRUCCELLI, F. (a cura di), SIMONELLI, C., GRASSOTTI, S., TRIPODI, F. (2014). Identità di genere. Consulenza tecnica per la riattribuzione del sesso. Milano: Franco Angeli.

STOLLER, R. J. (1968), Sex and Gender, Vol. 1. New York: Science House.

STOLLER, R. J. (1972), Sex and Gender, Vol. 2: The Transsexual Experiment. New York: Aronson.

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Elisa Ginanneschi
Cresciuta in un piccolo paesino, ma con grandi sogni per la testa. Le coordinate che da sempre danno direzione ai miei obiettivi sono quelle che chiamo le "Due P": Poesia e Psicologia. Mi sono laureata in Psicologia Clinica alla Sapienza di Roma con 110 e lode con una tesi dal titolo "L'accoglienza dei soggetti transgender nel contesto sanitario". Durante il corso di laurea magistrale ho svolto il Percorso d'Eccellenza occupandomi di plusdotazione, in particolare dell'influenza dello stile genitoriale sulle caratteristiche di sviluppo dei bambini plusdotati. Attualmente frequento l'Istituto di Sessuologia Clinica di Roma per diventare consulente sessuale e svolgerò un tirocinio presso l'Istituto di Ricerca in Sessuologia Clinica. Sostenitrice dei diritti LGBTQI+, appassionata lettrice dei segnali dell'animo umano. Ho pubblicato diverse raccolte di poesia, dal titolo: Arcano Verbo, Carne e spirito, Suppliche mondane, Dieci a mezzanotte, Liriche di luce e D'estro e d'arsura. Contatti: elygina900@gmail.com

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