Buongiorno,

Ho letto questo articolo e mi sono sentita compresa. […] questo testo mi sembra metta a fuoco una realtà importante meglio di altre considerazioni.

Se ci fosse modo di contattare chi l’ha scritto o approfondire gli antidoti a queste attivazioni sarei contenta di saperlo.

Grazie

 

Siamo molto contenti ti sia piaciuto l’articolo e che abbia dato la possibilità di rispecchiarti nella situazione descritta. L’autore, in merito alle tue richieste ti propone le seguenti riflessioni: l’ansia è un messaggero che vorrebbe indicarci che ciò a cui siamo profondamente attaccati è in realtà un’idea molto rigida e idealizzata di sé e del mondo.

Ci sentiamo costretti ad essere eccellenti in ogni aspetto della nostra vita, specialmente quella amorosa e, per qualche motivo, se queste aspettative idealizzate dovessero essere messe anche minimamente in discussione emergerebbero dei vissuti di forte inadeguatezza e ci sentiremmo persi e minacciati.

L’ansia, dicevo, è quella vocina che proviene da una parte sana di noi che vorrebbe ricordarci proprio che stiamo aderendo ad un ideale e che vi sono delle componenti sane di noi che non stiamo considerando ma anzi negando.

Per cui non è che dobbiamo cercare degli antidoti all’ansia ma accoglierla con quanta più accettazione ci è possibile nella nostra esperienza quotidiana, sapendo che è proprio quando emerge che noi possiamo ricordare a noi stessi che ci stiamo allontanando dalla nostra vera natura per aderire a qualcosa molto più parziale.

L’ansia ci serve per essere consapevoli che esistono dei bisogni profondi che non stiamo legittimando.

Quindi, il mio suggerimento non è cercare di spegnere l’ansia ma di coltivare un terreno in cui queste nostre necessità possano essere riconosciute, legittimate, incontrate e se ci è possibile soddisfatte.

Abbiamo bisogno di essere perfetti quando la nostra testa ci dice che o siamo utili o non valiamo nulla, perché probabilmente quando in passato abbiamo espresso dei bisogni più personali e affettivi ci hanno risposto, o chi hanno fatto intendere in maniera sottile, che poco importavano e che ogni decisione doveva essere presa sulla base di una fredda razionale utilità.

Meno male che l’ansia è arrivata a ricordarci che ciò non è vero, ma che quei bisogni erano più che legittimi e che anzi se soddisfatti ci consentirebbero di far emergere noi stessi in tutta la nostra completezza, sprigionando molto più potenziale di quanto avremmo mai potuto immaginare.

In amore ciò significa anche che noi ci carichiamo di tutti i presunti disastri relazionali, anche quando è l’altro a causarci sofferenza.

Se con un partner ci sono dei problemi non riusciamo a riconoscere i nostri bisogni e far valere le nostre necessità (che non vuol dire che si debba pretendere sia l’altro a soddisfarle), ma li frustriamo in continuazione avendo come obiettivo quello di mantenere cristallizzato il rapporto.

Ma chiaramente si innescano delle dinamiche tali per cui non esprimendoci per quello che siamo trasmettiamo questo stato di freddezza, rigidità e costante allerta al partner. Cioè lui o lei ci percepisce poco spontanei e sempre affaticati e potrebbe domandarsi se il problema non possa essere che non ci troviamo bene in questa relazione. Quesito che magari ci poniamo anche noi, ma solo da un punto di vista razionale e non emotivo; cioè non ci concediamo la possibilità di sentirci, e non solo pensarci, a disagio.

Noi però così troviamo il modo di confermare a noi stessi che qualcosa non va in noi. Ma quel qualcosa è proprio il nostro non legittimare i nostri bisogni e le nostre emozioni, e quindi in un certo senso trasmettiamo al partner queste sensazioni spiacevoli affinché lui possa suggerirci di cambiare rotta.

Quindi, per arrivare al nocciolo della questione, non servono antidoti ma abbiamo bisogno di coltivare in noi la consapevolezza che ci sono dei bisogni emotivi che rispondono alle domande “Cosa mi piace?” “Cosa fa per me?” che hanno la necessità di essere visti da noi e accolti senza doverli per forza considerare una minaccia alle nostre elevate aspettative.

Saper rispondere a questa domanda significa anche poter accettare che “questa cosa non mi va”, “questa persona non fa per me” o che “così non mi piace” e accogliere le conseguenze di questi limiti personali, ma con la consapevolezza che fare ciò non significa privarci di opportunità ma all’opposto di permetterci di interfacciarci in modo più autentico con l’altro e incontrare ciò che fa effettivamente al caso nostro.

Significa in buona sostanza essere disposti a perdere una parte della nostra idea di come dovremmo essere e di come dovrebbe andare il mondo per andare incontro alla nostra felicità autentica, che non segue però i nostri rompicapi logici ma risponde alle emozioni e ai nostri bisogni profondi.

Queste sono chiaramente considerazioni che sono tarate su esperienze personali e che andrebbero riconsiderate sulla base della tua specifica situazione. A volte infatti elementi all’apparenza molto simili si dimostrano alquanto diversi all’interno di differenti dinamiche.

Ad ogni modo si può trovare sollievo a questa fatica attraverso la psicoterapia e le pratiche di mindfulness e self-compassion.

La mindfulness è utile in queste situazioni perché permette di allenarsi alla consapevolezza. Cosa vuol dire? Significa che siccome la tendenza delle persone ansiose è quella di cercare di capire, capire e capire, è importante in primo luogo imparare a sentire.

Attraverso la pratica di mindfulness possiamo sviluppare la capacità di essere presenti anche a ciò che sentiamo a livello fisico ed emotivo e distaccarci un pelo dai nostri pensieri che corrono troppo veloci, ci assorbono nei loro discorsi e ci illudono poter essere autonomi e sufficienti nel gestire i nostri problemi.

Più crediamo di aver trovato delle risposte al nostro male e più in realtà ci stiamo finendo dentro. Anche perché la realtà fuori dalle nostre idee tende a non cambiare.

Questa forma di meditazione invece ci consente di integrare nella nostra esperienza proprio quegli elementi che ignoriamo, più o meno consapevolmente, più o meno volontariamente, e che di fatto sono proprio quegli aspetti che ci consentono di avere una visione completa di ciò che stiamo affrontando.

Esattamente come non è possibile capire se ci piace o meno un gelato se non attraverso il senso del gusto, non possiamo sapere se una persona o una certa situazione che stiamo vivendo con quella persona fa per noi se non ascoltando e accogliendo le emozioni e le sensazioni che emergono istante dopo istante in quel contesto; anche se queste dovessero entrare in conflitto con le nostre idee, i nostri desideri e le nostre aspettative; cosa che sistematicamente accade, perché l’ansioso ha sempre alte aspettative che sono tali perché non ha mai sperimentato proprio il piacere di accudire le proprie emozioni, che fungono invece da guida verso la propria felicità.

La self-compassion, oltre a seguire questa stessa logica, è però più orientata alla presa in cura della propria sofferenza. Ovvero quando tendiamo a dimorare troppo nel nostro mondo ideale è idealizzato, perdiamo un po’ la capacità di provare amorevolezza verso le nostre componenti fragili.

Soprattutto col partner un ansioso tende a investire tutte le proprie risorse per poterlo soddisfare, senza curarsi di sé, dei propri bisogni e limiti.

La self-compassion, letteralmente auto-compassione, ci permette di incontrare questi bisogni, accoglierli e prendersene cura come farebbe una madre con il proprio bimbo. Significa fornirsi da sé l’amore e la comprensione di cui abbiamo tremendamente bisogno. E magari imparare a permettersi di dare un valore al loro soddisfacimento anche nella relazione con compagno/a.

La psicoterapia, infine, ci consente di integrare tutto quanto appena descritto e dare un senso nuovo alle nostre esperienze.

Ci illumina sui motivi per i quali ci comportiamo in un determinato modo (ci hanno negato i nostri bisogni e oggi noi ci comportiamo come se questi non esistessero), quali aspettative, credenze e desideri muovono le nostre intenzioni (se non sarò perfetto, non troverò mai una persona perfetta e non raggiungerò mai la felicità che penso mi spetti, per come me la immagino), cosa stiamo veramente cercando di fare (renderci conto che stiamo incontrando persone che ci deludono sempre perché vogliamo proprio dimostrare che è impossibile raggiungere tali standard di perfezionismo e che ciò che conta è come stiamo in una relazione è non che questa soddisfi le nostre idealizzazioni).

Infine ci permette di fare esperienza di una relazione positiva, comprensiva e sana che ha l’effetto farci stare bene e interiorizzare questo benessere che poi custodiremo come un ricordo non solo cognitivo ma anche emotivo e sensoriale capace di guidarci nella scelta di cosa fa per noi e cosa no.

Per concludere, spero tu possa quindi accogliere il tuo dolore e rivalutarlo quindi come una saggia guida verso territori del tuo essere magari ancora poco esplorati.

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Vittorio Arrigoni
Laureato in Psicologia Clinica presso l’Università di Milano Biccocca, ho ideato il format di Cultura Emotiva e ne sono il cofondatore. Ho scritto e pubblicato una tesi sul tema delle relazioni poliamorose, pratico meditazione Vipassana e ho conseguito un diploma sulla “Mindfulness in Relazione” secondo il metodo del Karuna Institute (UK) sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon. Collaboro inoltre da settembre 2016 come volontario presso l’Associazione Mudita di Milano, all’interno della quale sto approfondendo le mie competenze nel settore della mindfulness contemplativa. Dopo aver svolto a Nicosia (Cipro) il mio programma Erasmus+ presso l’University of Cyprus (UCY), ho svolto il tirocinio pre-laurea presso la Casa Circondariale di Monza nell'ambito della prevenzione del suicidio e dell'autolesionismo, e su quest'ultimo argomento ho sviluppato la mia tesi magistrale. Ad oggi lavoro come tirocinante presso la Fondazione Rosa dei Venti Onlus, CT che si occupa del trattamento di adolescenti con disturbi della personalità. Il mio prossimo obiettivo è quello di diventare uno psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

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