Articolo di – Simona Casale, Elisa Ginanneschi, Alessia Sebastianelli

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Anche quest’anno, come ogni anno ormai da circa un decennio, si è svolta nell’Aula Magna dell’Università Sapienza di Roma la Giornata Mondiale della Prevenzione del Suicidio organizzata dal Professor Maurizio Pompili, la cui ricorrenza celebrativa cade il 10 settembre.

Sappiamo tutti, sia per esperienza diretta, sia come esperienza riportata in cosa consiste il suicidio: un evento spiacevole in cui una persona si toglie la vita. Ma quanto ne sappiamo davvero? Quanto la diffusione dei miti e dei luoghi comuni intacca la nostra caparbia consapevolezza di conoscenza del fenomeno?

Il fatto che si tratti di un evento grave è fuor di dubbio: ogni anno nel mondo il suicidio causa un milione di morti, e ciò significa un suicidio ogni 40 secondi e un tentativo di suicidio ogni 3 secondi. Esso rappresenta inoltre la seconda causa di morte tra giovani e giovanissimi: dato, questo, che non può rimanere sottaciuto.

Si tratta di un atto assolutamente cosciente e parlarne – fare domande chiare come il chiedere se si ha intenzione di commettere suicidio – non aumenta la probabilità di indurlo, anzi, può provocarne il sollievo, fornendo l’occasione di sentirsi capiti e l’opportunità di elaborarlo.

Uno dei problemi più grandi legati al suicidio è lo stigma, ossia un marchio peggiorativo associato a coloro che hanno tentato il suicidio o alle persone che hanno perso un caro per suicidio.

Attualmente persistono ancora dei processi di marginalizzazione nei confronti dei sopravvissuti (survivors): si assiste talvolta alla riduzione dei contatti sociali ed al silenzio sia dentro che fuori alla famiglia che si ritrova a vivere veri e propri sentimenti di perdita – e altresì reazioni di rabbia e negazione – costantemente presente nel quotidiano anche se talvolta in modo mascherato.

Cos’è che spinge a commettere il suicidio?

Potremmo dire che alla base vi è la frustrazione di bisogni vitali, bisogni psicologici quali il voler raggiungere qualche obiettivo, affiliarsi ad un amico o ad un gruppo di persone, essere autonomi, opporsi a qualcosa, imporsi, essere accettati, compresi e confortati. Le fonti principali di dolore psicologico (vergogna, colpa, rabbia, solitudine, disperazione) originano nei bisogni psicologici frustrati e negati. È la frustrazione di questi bisogni insieme al dolore che da essa deriva, a creare la condizione insopportabile (psychache) per la quale il suicidio diviene l’unica soluzione.

Quello che non si conosce bene è che in realtà la maggior parte degli individui a rischio di suicidio vuole vivere: quando si ha un problema gravoso ed emotivamente pressante o ci si trova in un periodo – talvolta anche prolungato – in cui la vita sembra perdere di senso, in genere la mente passa in rassegna tutte le opzioni per risolvere il problema che causa sofferenza estrema finché, ad un certo punto, emerge l’eventualità di commettere suicidio.

Shneidman, padre della Suicidologia

Disciplina che ha lo scopo di prevenire il suicidio e di studiarlo con modalità scientifiche – ha chiamato le modalità di ragionamento che conducono al suicidio «catalogiche» in quanto distruttive: la mente rifiuta il suicidio e continua la verifica delle opzioni; ritrova il suicidio e lo rifiuta di nuovo; ma alla fine, scartate tutte le altre opzioni, la mente lo accetta come soluzione, lo identifica come unica risposta disponibile e lo qualifica.

S’impone uno stato di costrizione psicologica, una visione tunnel, in cui la mente è soggetta ad un restringimento dicotomico del range delle opzioni: avere una soluzione specifica o totale (quasi magica) oppure la fine (suicidio).

Occorre però distinguere tra ideazione suicidaria, tentativi di suicidio, e gesto suicidario. Passano diversi anni, a volte anche decenni, tra il barlume dell’ideazione suicidaria e la sua messa in atto vera e propria.

Spesso chi decide di togliersi la vita fornisce dei segnali chiari sulle proprie intenzioni, ma chi gli sta accanto non riesce a coglierne il significato oppure non sa come rispondere alle loro richieste di aiuto («cry for help»).

Dei segnali chiari, oltre a quelli verbali diretti come “Se succede questo o quello mi uccido”, o “Le cose sono insostenibili”, “Odio questa vita”, potrebbero essere il regalare dar via oggetti cari o di valore, l’isolarsi dagli amici o dalla famiglia, fare testamento, o segnali emotivi come rabbia o voglia di vendetta.

Spesso, inoltre, molti individui prima dell’atto letale si recano da un professionista in ambito medico, come psichiatri o psicologi, probabilmente con la speranza di essere compresi.

Quello che spinge le persone a decidere di togliersi la vita è un vissuto di disperazione intensa e di insopportabilità, un’anestesia emotiva, la sensazione di sentirsi in trappola, il pensiero magico della morte come liberazione.

Il vissuto psicologico che più significativamente risulta correlato con i tentativi di suicidio o il gesto suicidario, come ha spiegato il Dottor Alberto Forte, è quello della demoralizzazione, che comprende i sentimenti di hopelessness-helplessness: questi soggetti affermano che non c’è nulla che possano fare per uscire dalla situazione in cui si trovano né nessuno che possa aiutarli, vi è la perdita degli obiettivi e del significato della vita.

Si è visto come la demoralizzazione costituisca il vissuto più tipico e più direttamente collegato alla messa in atto del gesto suicidario, in particolare l’hopelessness: essa rappresenta il fattore cardine del suicidio, risultando persino più importante della depressione.

Nonostante la mancanza di speranza, l’individuo a rischio desidera ancora vivere. La demoralizzazione è concepita come esito di un conflitto tra il soggetto e la sua personale esistenza: quando una persona è incapace di far fronte a questo conflitto, perché presenta difficoltà nelle strategie di coping, sviluppa demoralizzazione.

Essa ha un impatto molto forte sul rischio di suicidio anche in popolazioni psichiatriche, soprattutto in soggetti schizofrenici, indipendentemente dal fatto che presentino o meno depressione maggiore.

Altra popolazione che risulta essere particolarmente a rischio è rappresentata dagli individui che presentano tratti autistici, come riportato dalla Prof.ssa Liliana Dell’Osso. Infatti, risulta che essi soffrano in modo significativo di disturbi del sonno, in cui è centrale la “ruminazione”, una modalità maladattiva di pensiero, associata a comportamenti di interiorizzazione, isolamento, ansia, depressione ed alto rischio suicidario.

Ogni anno, inoltre, un cospicuo numero di persone si toglie la vita a causa dell’abuso di sostanze psicotrope. A questo proposito particolarmente interessanti sono stati gli interventi della Prof.ssa Valerie Curran (UK) e del Prof. Giovanni Martinotti relativamente all’attuale aumento del consumo di cannabis a livello internazionale.

Tra i principi attivi di tale sostanza, sono rilevanti in particolare il THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo). Secondo gli studi più recenti, risulta che essi hanno un effetto diametralmente opposto sul cervello dell’individuo: mentre infatti il THC, come sappiamo, diminuisce le capacità di memoria e apprendimento ed espone l’individuo al rischio di soffrire di attacchi di panico, tachicardia, ideazione paranoide, fino a vere e proprie psicosi, il CBD, al contrario, sembra ridurre l’ansia, il rischio di psicosi, l’impulsività, l’aggressività e persino i sintomi tipici della schizofrenia, mettendo al riparo l’individuo da possibili gesti autolesivi e, quindi, diminuendo il rischio dei suicidi.

Ma cosa succede quando un paziente si uccide?

Quali sono i vissuti degli operatori della salute? Il Prof. Carpiniello ha tentato di dare una risposta esaustiva a questa delicata questione, ripercorrendo i periodi più tormentati della sua carriera e quella dei suoi colleghi.

Afferma che, dopo la notizia della morte di un paziente per suicidio, è inevitabile per il clinico provare sentimenti come il senso di colpa, risentimento, distress, shock, senso di fallimento. Spesso le emozioni provate dall’operatore sono similari a quelle provate dai parenti più stretti del paziente, e, come ogni perdita, solo il tempo può attenuarne le reazioni.

Il suicidio di un paziente influisce talvolta anche sulla percezione della propria competenza di professionista, spingendo taluni a meditare sull’opzione di lasciare il lavoro. Purtroppo, è un evento frequente nella carriera di un operatore della salute, e sembra che a risentirne di più siano in particolar modo gli specializzandi più giovani e di genere femminile.

Per superare l’evento, egli suggerisce di scrivere, resocontare e partecipare ad assemblee di team per poterne discutere apertamente con colleghi e supervisori.

Abbiamo infine trovato molto interessanti gli interventi di Matteo Balestrieri e Stefano Ferracuti. Infatti entrambi ci hanno fatto riflettere su un tema che potrebbe sembrare avere poco a che fare con il suicidio e che, invece è a esso profondamente connesso: la criminalità.

Matteo Balestrieri ha fatto notare come in Italia il tasso di suicidi della popolazione generale sia tra i più bassi al mondo, in contrasto con il tasso di suicidi della popolazione carceraria che, invece, è tra i più alti.

Ci ha spiegato che l’Italia è la prima, dopo la Norvegia, per tasso di suicidi in carcere. Oltre ai fattori di rischio individuali quali depressione, bassa resilienza, traumi infantili gioca un ruolo molto importante il sovraffollamento in carcere.

L’Italia, in effetti, è stata punita proprio per le pessime condizioni in cui sono tenute le carceri, questo spiegherebbe il tasso di suicidi così elevato. Si registrano, inoltre, tassi molto alti anche tra i collaboratori di giustizia.

Come soluzione a questo problema tutto italiano, Matteo Balestrieri propone di fare uno screening sui fattori di rischio del carcerato appena questi accede al sistema carcerario, in modo da poter agire preventivamente.

Stefano Ferracuti, invece, è intervenuto parlando di suicidio e omicidio. Ci ha spiegato che aver commesso un omicidio aumenta il rischio di suicidio ma che, d’altra parte, nelle aree in cui è maggiore il numero di suicidi diminuisce il numero di omicidi.

Questi dati ci lasciano intendere che si tratta di due parti della stessa medaglia e che comprendere gli omicidi può aiutarci a conoscere meglio anche alcuni aspetti dei suicidi e a intervenire in merito in modo efficace.

In conclusione, questo convegno ci ha lasciato molti spunti di riflessione che meritano di essere approfonditi. Il suicidio è un tema molto ampio e chiunque si occupi di salute mentale ha il dovere morale di non trascurarlo o sottovalutarlo.

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