La creatività democratica

C’è una tendenza comune a considerare la creatività come un dono, come un qualcosa che tocca certi esseri fortunati e lascia a secco tutti gli altri. Abbiamo la categoria degli artisti, nel mondo della pittura, nella danza, nella musica (siamo ancora fradici dell’ondata di Sanremo), nelle lettere, nello sport etc etc. Poi, in un altro insieme, tutti gli altri.

Vorrei mostrarvi oggi un altro punto di vista, quello che riconosce la creatività come una caratteristica umana, in particolar modo psichica. Siamo una specie animale, costituita da miliardi di esseri unici con caratteristiche di base comuni, compresa quella creativa. La creatività è una delle caratteristiche che ha permesso alla nostra specie di imporsi.

Per prima cosa è necessario separare il concetto di creazione dal concetto di opera d’arte e di mercato dell’arte. Oggigiorno un creativo si definisce tale solo se vende il suo lavoro, se qualcuno glielo compra e se con questo riesce a mettere insieme il pranzo con la cena.

Altrimenti è un semplice hobby, una passione, un piacevole riempitivo del tempo libero. Questo equivoco va scardinato per poter parlare liberamente di creatività, soprattutto in termini psichici: creare non implica il relazionarsi col mercato.

Dimensioni del creare

L’atto creativo contiene in sé diverse dimensioni. Alcune di queste sono sgradevoli, come la fatica, il dolore mentale, la paura e la solitudine.

Ogni volta che creiamo siamo costretti ad allontanarci dalla dimensione del collettivo. Il collettivo ci chiede di essere e muoverci in un certo modo, impone di piegarsi ad un’immagine e dimenticare chi siamo, ignorando alcune parti di noi stessi.

Spesso in terapia uno dei temi che più provocano sofferenza e fatica è proprio quello del compromesso tra la dimensione collettiva e quella individuale ed intima. Più le persone si avvicinano e rispondono alle richieste del collettivo e più rischiano di perdersi e di avvelenarsi.

Si evidenzia in modo netto nelle persone che si identificano completamente nel loro ruolo sociale, quelli che diventano la propria divisa o il proprio lavoro. Dovrebbero essere felici, dovrebbero essere realizzati: “sono un avvocato, sono un poliziotto, sono un medico, era ciò che volevo“, ma in queste affermazioni non si completano, si sentono stretti e sentono di essersi perduti, non capiscono più dove stia l’avvocato e dove siano loro stessi.

Qualsiasi atto che riguardi la nostra più profonda intimità, inevitabilmente scuote le sicurezze e ci lancia in un ignoto paesaggio in cui non sappiamo più come orientarsi. Emergono domande quali: “cosa desidero realmente? cosa mi piace? chi sono?.

Il vestito indossato tace però, non ha risposte. Il collettivo, che tanto aveva promesso, non è più in grado di rispondere e nutrire. Ecco che allora nascono la paura – quella di essersi perduti – il dolore – di riconoscersi fragili e vulnerabili – e la fatica di doversi riscoprire.

Spesso questo non è un interrogativo esistenziale che si sceglie, ma una necessità che si impone. Nei casi meno gravi, quelli in cui è ancora possibile sentirsi ed immaginarsi, tale necessità si presenta con un malessere generale, una perdita di senso e di colore della vita.

Nei casi più gravi, quelli in cui l’adesione al collettivo è più forte e più spaventosa, si presentano con una vera e propria sofferenza mentale: depressione, attacchi di panico, ansia inspiegabile, insonnie, inquietudini.

Questa dimensione collettiva può essere fortemente in contrasto con i valori ed i vissuti individuali (…). I valori propri del collettivo possono essere genericamente inopinabili,  ma calati nella condizione specifica del singolo rischiano di risultare sommamente inadeguati, se non addirittura mortali” scrive Carotenuto.

Ed è paradossalmente una fortuna che ci si “ammali”, per quanto la cosa sia sgradevole e poco accettabile, perché la perdita di sé trova nel malessere un modo di presentarsi, di avvisarci (con voce purtroppo criptica ed incomprensibile) che siamo su una strada mortifera, quella della ripetizione di un ruolo.

È spesso la ripetizione di un atto sterile che allontana dalle caratteristiche più profondamente umane; succede nella clinica, con le sindromi ossessive e compulsive, ma succede anche nel lavoro: pensiamo alla enorme differenza che abbiamo tra il lavoro di un operaio, che esegue mansioni sempre uguali a se stesse, finendone frustrato e depauperato, ed un artigiano che costruisce qualcosa mettendovi del suo, inserendovi all’interno le sue conoscenze, la sua esperienza e la sua creatività. L’operaio è idealmente sostituibile, quindi uguale a qualsiasi altro, poco definito; l’artigiano è unico e produce pezzi unici.

Quando questo conflitto individuo-collettivo esplode ci si troverà soli, senza ruoli a guidarci e con la paura data dal confronto con dimensioni che ci erano sconosciute e che possono portarci ovunque. Saremo costretti prima a tacere, poi ad ascoltarci, e poi – forse – a creare, passando da una dimensione operaia ad una artigiana. Altra fatica quindi, altra confusione e dolore serviranno per uscire dalla situazione e ritrovarsi.

Il dolore necessario

Questo perché non vi è crescita mentale senza dolore, un po’ come per il corpo, non esiste alcuna fisioterapia o esercizio per il corpo che non comprenda un atto di fatica, uno scontrarsi con un limite. Perciò in terapia si soffre, senza sofferenza non ci sono né miglioramento né crescita.

Non è però lo stesso dolore dato dalla depressione, dall’ansia o dall’attacco di panico: un dolore spesso muto, morto, indecifrabile e sempre simile a se stesso. E’ invece un dolore che avanza, che muta, che parla, che va in una direzione liberatoria e generativa.

Potremmo affiancare la terapia alla chirurgia. Scrive Eco in una delle sue bustine: “Come avviene in chirurgia, intervenire significa agire energicamente per interrompere o eliminare un male. La chirurgia vuole il bene, ma i suoi metodi sono violenti“. La terapia procede e ci porta verso lo sviluppo mentale profondo dell’individuo, ma può farlo solo passando attraverso il sanguinamento.

Il collettivo può essere mortale e l’uscita da esso è senza dubbio dolorosa. Una frase di Foucault può aiutarci a comprendere ancora meglio il concetto: “L’uomo non muore per il fatto di essersi ammalato, ma gli capita di ammalarsi proprio perché fondamentalmente deve morire“.

Come a dire: la malattia, la sofferenza mentale non è solo la causa del nostro dolore, ma è un fenomeno che attraverso il dolore ci costringe a fermarci, a morire simbolicamente e a rinascere con una nuova prospettiva esistenziale.

Questo avviene sempre per un atto creativo, non è solo scoperta di sé, o meglio, lo è sino ad un certo punto, dopodiché diventa creazione. In quel momento ci si distacca leggermente dal collettivo per poter esprimere la propria unicità, generando qualcosa che non deve più rispondere ad alcun dettame esterno, ma a quelli interni: di piacere, di soddisfazione e di vocazione personale.

Lì rinasciamo, o nasciamo per la prima volta, veniamo creati. Ecco perché spesso, anche in terapia, è utile avere degli strumenti, ma è inutile applicare meccanicamente delle tecniche. Perché la generazione del nuovo passa per una strada sempre diversa, altrimenti non potrebbe essere definito tale.

Scrive Carotenuto: “La risposta alla sofferenza (…), non può essere diretta né univoca, proprio per la soggettività di colui che interroga e si interroga (…). Ora, secondo la mia visione del mondo e la mia esperienza analitica, la creatività può costituire la risposta più ampia, pregnante, meno diretta e meno specifica alla sofferenza psicologica. La creatività è un orizzonte (…). La creatività è una risposta che apre.

Consigli pratici per creare: efficientismo e finalismo

Concluderei con un consiglio su come mettersi nella posizione migliore per creare riscoprendosi ed allontanarsi dalla dimensione collettiva. Combattete le dimensioni dell’efficientismo e del finalismo.

Finalismo

Quasi tutte le azioni che compiamo sono guidate da uno scopo ben preciso e nascono già in funzione di tale scopo. Questo atteggiamento è nocivo all’espressione creativa, che non ha scopo se non quello di essere espressa.

L’agire in modo sempre finalizzato va ad impoverire l’esistenza, ci muoviamo su strade sempre uguali e perdiamo la capacità di esplorare gratuitamente ed attendere.

Molti artisti, inventori e guru odierni raccontano di come le loro idee migliori sono nate nel vuoto e nel vagare. Certamente il campo era stato preparato con lo studio e la ricerca, ma il momento di svolta, la creazione vera, è avvenuta in un momento diverso, non programmato né finalizzato.

Nel vuoto dell’attesa si è creato qualcosa. Ed è questa una dimensione poco considerata oggi e difficile da sopportare.

Efficientismo

Allo stesso modo tendiamo a muoverci pensando sempre all’efficienza di ciò che facciamo. Le cose quasi sempre vengono fatte se implicano meno sforzo e se danno un buon risultato. Anche questo atteggiamento è nocivo per la creazione di qualcosa, perché questa non deve necessariamente produrre e non deve farlo nei termini che noi abbiamo in mente.

Ciò che viene ascritto all’insieme dei fallimenti spesso non lo è,  magari è stato un atto realmente creativo, anche se non produttivo.

Liberarsi da tali atteggiamenti è un passo verso una dimensione maggiormente creativa e salutare per la nostra psiche. Gli stessi percorsi analitici fuggono queste catene per essere efficaci (e non efficienti).

Naturalmente le persone chiedono aiuto per stare meglio, per eliminare i sintomi, ma spesso questa cosa succede proprio perché ci si mette in una situazione di assenza di finalità e di efficienza. Stare meglio è un “effetto collaterale”.

Le due persone coinvolte partono per un’esperienza comune, ma non sanno bene dove andranno né cosa incontreranno. Proprio lì, in quella partenza senza pretese né direzioni tracciate, sta il primo passo della cura psichica più profonda.

 

Bibliografia e letture consigliate

Jung C.G., L’io e l’inconscio, Torino, Bollati Boringhieri, 1985.

Carotenuto A., Trattato di psicologia della personalità e delle differenze individuali, Milano, Raffaello Cortina, 1991.

Rilke R. M., Lettere ad un giovane poeta, Milano, Adelphi, 1980.

Eco U., La bustina di Minerva, Milano, Bompiani, 2000.

Foucault M., La nascita della clinica, Milano, Einaudi, 1998.

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Gabriele Ramonda
Sono psicologo clinico specializzando in Psicoterapia Psicoanalitica. Collaboro con il Centro di Psicoterapia presso l'ASL Torino1, ricevo in studio a Chieri e a Torino. Collaboro con i servizi sociali torinesi nel settore disabilità. Ho lavorato per alcuni anni come psicologo in comunità terapeutica “Il Porto Onlus“, dove ho seguito in tempi diversi disturbi di personalità, dipendenze e psicosi. Mi sono poi dedicato alla riabilitazione psichiatrica in gruppi appartamento. Oggi mi occupo anche di marketing, fotografia e comunicazione: ho co-ideato e co-fondato Nora Photobooth, prima impresa italiana a occuparsi di Photobooth nel campo degli eventi e della comunicazione. Lettore appassionato, disorganizzato ed un po' anarchico. Scrivo articoli, riflessioni e poesie confuse. "Considero la psicologia e la psicoterapia non solo come dei solidi e provati strumenti di cura, ma anche come metodo di ricerca di senso, di possibilità di riflessione e conoscenza di sé che va al di là del semplice adattamento alla realtà." Contatti: info@psicologiaramonda.it

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