Ridere, ridere sempre. È questo che dovrebbe essere assunto come imperativo categorico: ridere come fosse acqua fresca. Ma in cosa consiste questo gesto, o movimento, antico come l’uomo, imperituro come il mondo?

Ce lo spiega David Le Breton nella sua ultima uscita “Ridere: Antropologia dell’homo ridens” per la collana di libri firmata Raffaello Cortina Editore.

Ecco il link per la scheda del libro: http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/david-le-breton/ridere-9788832851151-3062.html

David Le Breton è un sociologo e antropologo che insegna all’Università di Strasburgo. Per la stessa Casa Editrice ha pubblicato “Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea” (2016) e “Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo” (2018).

In questo testo tratta la risata, il comportamento del ridere, da un punto di vista squisitamente antropologico, quella che chiama “l’antropologia del corpo”. Quest’opera, perciò, non tratta necessariamente del comico e dell’umorismo, sebbene tuttavia presi in considerazione. Al centro dell’analisi troviamo bensì la persona che ride, “immersa in situazioni controverse in cui la comicità è soltanto una delle modalità caratterizzanti” (Le Breton, 2019, p.23).

Ridere infatti costituisce un’espressione unica che descrive situazioni molto diverse: agli antipodi della comicità o della gioia, il riso può emergere in situazioni tragiche, col fine di esorcizzarle, quando ogni speranza sembra essere venuta meno. “Dopo un incidente, una situazione difficile, dopo essere scampati alla morte, la brusca scomparsa dell’angoscia innesca il riso” (ibidem, p. 16).

Si può ridere di gioia, o ridere di scherno: il sentirsi superiore, l’aver fatto una battuta ironica, così come il deridere qualcuno possono decretare nell’attore dello scherno o nei partecipanti tutti una inarrestabile risata.

Si può ridere per qualche caratteristica fisica peculiare, si ride per le caricature dove ad essere esagerati per assurdo sono i tratti specifici della persona, si ride quando si commettono errori nel parlare, per i giochi di parola, o quando erompe il motto di spirito, in cui la regressione è dal linguaggio logico al linguaggio del gioco.

Aggressività e umorismo sembrano inoltre essere molto affini, probabilmente per la capacità degli stimoli sessuali e aggressivi di far sospendere temporaneamente il giudizio, permettendo all’individuo di esprimerli senza disagio attraverso la comicità.

“L’uomo ridendo si libera da inibizioni e rimozioni, mette temporaneamente a tacere l’istanza della censura, offre una valvola di sfogo all’aggressività”, scrive Freud all’interno dell’opera “Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio” del 1905, in cui descrive l’umorismo come un atto creativo e liberatorio mediante il quale poter esprimere sentimenti e pensieri associati a vissuti di difficoltà e di disagio in forma attenuata, senza che possa cioè arrecare danno all’individuo stesso e agli altri.

Praticamente il soggetto, più o meno consapevolmente, convoglia attraverso il motto di spirito cariche psichiche “scomode”, riuscendo ad esprimere certi contenuti senza per questo violare francamente la censura del Super-Io, istanza giudicante, risparmiando così energia psichica che viene rilasciata immediatamente attraverso la risata ed il piacere ad essa connesso.

La questione si complica tenendo conto dell’esistenza dei tipi differenti di riso: il risolino, il ridacchiare, la grassa risata, la risata a crepapelle, il ridere sotto i baffi, il riso amaro… Tante manifestazioni di un’unica atavica espressione che contribuisce ad allentare la tensione stimolando la condivisione di momenti piacevoli in allegria e leggerezza. Bergson (1961) parla di una sorta di anestesia momentanea del cuore che consente di percepire una situazione come comica e di favorire una certa complicità con gli altri che ridono, coi quali può così svilupparsi, più o meno implicitamente, un’intesa che accentua la complicità e il senso di unione partecipata.

Escludendo la ridarella, che sfugge radicalmente al controllo, il riso è sempre, almeno in parte, regolato. “Tutta una gamma di modi di ridere sollecita perciò una grammatica sociale, che si declina secondo le circostanze” (Le Breton, 2019, p.36).

Seppur il riso assurga a regolatore dell’interazione e risulti legato a dei rituali sociali (ci sono momenti in cui è consentito o non consentito ridere, come ad esempio durante i funerali o le cerimonie pubbliche), esso rimanda a qualcosa di specifico della persona che lo emette, una traccia sonora o firma personale, un’estensione della sua voce.

In alcune situazioni ridere è addirittura tacitamente imposto o obbligato: ai matrimoni, ai compleanni, durante situazioni ricreative.

Compito che si propone l’Autore è quello di studiare il riso secondo la prospettiva del corpo, per comprendere gli usi contraddittori del riso nelle nostre società: durante il carnevale, le manifestazioni popolari, nei confronti dei buffoni, la condanna della religione nei confronti della risata, il riso amaro.

Numerose metafore insistono infatti sulla dimensione corporea del riso e sulla scomparsa della formalità: si soffoca dal ridere, ci si sganascia dalle risate, si ride come una iena… Il riso ha a che fare sia con il corpo che con il senso , è “l’effetto di un significato e di un effetto che attraversano l’individuo in una situazione particolare” (Le Breton, 2019, p.23). La comparsa del corpo sdrammatizza infatti qualsiasi emozione, neutralizzando eventuali aspetti negativi di una situazione vissuta.

Comprendere le innumerevoli manifestazioni del ridere implica tener conto dell’ambiguità e dell’ambivalenza, del gioia e della crudeltà, così come dell’innocenza e della manipolazione. Ridere insieme è inoltre un modo atto a coadiuvare la relazione: né aumenta la fluidità, favorisce il riconoscimento reciproco, la complicità.

Ridere è quindi un’arte antica, una medicina per allentare le tensioni, un antidoto contro il malumore che sottintende l’euforia di essere insieme. Solleva dalla difficoltà di essere se stessi, offrendo una distanza dagli eventi e dalla formalità insegnando a tollerare, almeno provvisoriamente, l’ineluttabile.

L’ilarità può erompere addirittura nel bel mezzo di una conversazione totalmente seria, magari proprio per la solennità della situazione a cui si assiste o si partecipa in veste di interlocutore. Certo, non tutti i contrasti fanno ridere: perché la leggerezza del riso venga sprigionata è necessaria un’alchimia sociale del senso e della situazione.

Ovviamente ogni età è caratterizzata da un determinato tipo di umorismo esibito e compreso, così come tra i generi compaiono delle battute che altro non sono delle esagerazioni derivate dagli stereotipi più comuni e diffusi che, oltre ad innescare il riso, superano tali concezioni stereotipate facendo implicitamente riflettere in merito alla loro assurdità.

“Non tutti gli esseri umani sono (però) capaci di assumere l’atteggiamento umoristico: l’umorismo è una dote rara e preziosa, e sono molti gli individui che mancano addirittura della capacità di godere del piacere umoristico che viene loro offerto” (Freud, 1927, p.508).

L’Autore ripropone qui l’aspetto culturale del riso, ripercorrendo varie epoche e culture con esempi tipici tratti da alcune opere di letteratura così come da fatti di cronaca derivanti dalla storia, descrivendo i personaggi ilari per eccellenza caratteristici di determinate e differenti civiltà sino a giungere al tema della risata nella più attuale e drammatica contingenza della Shoah, e di lì fino ai giorni nostri con gli attacchi terroristici, mettendo in luce la dimensione del ridere contro la paura o la risata tragica.

Come sottolinea l’Autore, “in un clima di tensione estrema, il riso è come una smorfia ironica che però autorizza una specie di grottesca abreazione” (Le Breton, 2019, p.35).

Uno degli ultimi capitoli è dedicato al potere della risata in condizioni di malattie regressive o molto gravi, come la demenza senile o la patologia oncologica nei bambini.

L’ultimo capitolo sottolinea invece l’influsso benefico del riso come distensore della tensione, momento di piacevole evasione.

Un libro squisito, che con passaggi talvolta molto seri vi farà riflettere sulla complessità e la multidimensionalità di un’espressione così immediata e atavica.

Si ringrazia l’Autore per questa deliziosa Opera.

BIGLIOGRAFIA

Bergson, H. (1961). Il riso: Saggio sul significato del comico. Milano: BUR Rizzoli.

Freud S. (1905). Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. Trad. it. Daniele, S., Sagittario, E. (1975). Milano: Universale Bollati Boringhieri- S. scient.

Le Breton, D. (2016). Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Le Breton, D. (2018). Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Le Breton, D. (2019). Ridere: Antropologia dell’homo ridens. Milano: Raffaello Cortina Editore.

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Elisa Ginanneschi
Cresciuta in un piccolo paesino, ma con grandi sogni per la testa. Le coordinate che da sempre danno direzione ai miei obiettivi sono quelle che chiamo le "Due P": Poesia e Psicologia. Mi sono laureata in Psicologia Clinica alla Sapienza di Roma con 110 e lode con una tesi dal titolo "L'accoglienza dei soggetti transgender nel contesto sanitario". Durante il corso di laurea magistrale ho svolto il Percorso d'Eccellenza occupandomi di plusdotazione, in particolare dell'influenza dello stile genitoriale sulle caratteristiche di sviluppo dei bambini plusdotati. Attualmente frequento l'Istituto di Sessuologia Clinica di Roma per diventare consulente sessuale e svolgerò un tirocinio presso l'Istituto di Ricerca in Sessuologia Clinica. Sostenitrice dei diritti LGBTQI+, appassionata lettrice dei segnali dell'animo umano. Ho pubblicato diverse raccolte di poesia, dal titolo: Arcano Verbo, Carne e spirito, Suppliche mondane, Dieci a mezzanotte, Liriche di luce e D'estro e d'arsura. Contatti: elisaginanneschi11@gmail.com

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