Stefano Bolognini è medico, psichiatra, psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, di cui è stato Presidente nel quadriennio 2009-2013. Dal 2013 al 2017 è stato il Presidente della International Psychoanalytical Association (IPA), primo italiano al vertice della più importante istituzione psicoanalitica del mondo fondata da Sigmund Freud nel 1910.

Flussi vitali tra Sé e Non-Sé” più che un testo teorico-clinico, pare il diario di bordo di un marinaio che, da tempo in mare, sente la necessità di tramandare le proprie avventure.

Qui il link alla scheda del libro: http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/stefano-bolognini/flussi-vitali-tra-se-e-non-se-9788832851229-3063.html

Uno stile velatamente romanzato, ricco di riferimenti autobiografici (o self-disclosure se immaginiamo un setting terapeutico) che non dimentica di rimanere agganciato ai costrutti teorici pilastri della disciplina. Una lettura scorrevole, ma non sempre immediata.

Paola Marion, nella sua prefazione al libro, ne descrive la struttura elicoidale in cui ogni tema si collega al precedente e si pone come base d’appoggio per il successivo in una progressiva crescita verso l’alto.

“La psicoanalisi non è solo la scienza dell’Inconscio, ma anche la scienza della via che conduce all’Inconscio” – Bolognini.

La scoperta della via per l’Inconscio non è un “salto nel vuoto”, ma una processualità in cui immergersi tentando di cogliere le dinamiche delle sue attività sotterranee (i suoi “Passaggi segreti”, Bolognini 2008a). Movimenti che come i Flussi delle maree vanno avanti e indietro – in questo caso dentro e fuori – portando con sé ciò che viene sollevato dalla corrente.

Per l’autore è la spiaggia del Preconscio, il luogo prediletto per raccogliere ciò che questi flussi trasportano.  Infatti, come lo stesso Freud affermava (1915b), tra Inconscio e Preconscio esistono diversi tipi di rapporti, tra cui quello della collaborazione. L’intuizione ne costituirebbe una prova.

Attraverso una curiosa analogia con la storia de “Il gatto con gli stivali”, Bolognini ne mostra un esempio raccontando di come l’Io Centrale conscio riconosce e rispetta la superiore creatività occasionale dell’insieme Inconscio/Preconscio, giungendo a nuove soluzioni per vecchi problemi.

Constatata così la vitalità dell’INTRApsichico, si passa al livello superiore dell’INTERpsichico, perché “il contatto con il mondo interno nostro e altrui, la capacità di scambio a diversi livelli di profondità, non sono quasi mai unidirezionali: le condizioni di permeabilità, di pervietà, di accessibilità dell’interiore riguardano realtà vicendevoli” (pag. 39). 

In che luogo avviene quindi l’incontro tra i mondi interni degli esseri umani? Nell’intimità. 

Nel IV capitolo, ci viene raccontato che cosa sia questa intimità e che cosa significhi a livello interpsichico; come si costruisce e come possa essere utilizzata nella situazione terapeutica; non solo nella sua accezione positiva, ma anche nelle sue degenerazioni patologiche.

Il tema fondamentale diventa allora la qualità dell’esperienza del contatto intimo di un individuo con un altro e i suoi equivalenti corporei (concetto fondato sulla teoria sessuale freudiana del 1905). La percezione di un’invasione traumatica o, viceversa, la creazione di un’area transizionale in cui Sé e Non-Sé possono interagire in uno stato non confusivo di sicurezza.

Da buon marinaio, Bolognini non perde la rotta, riportandoci ai risvolti clinici di questi precipitati teorici: cosa succede nell’interpsichico tra paziente e terapeuta? Come raggiungono l’intimità? Come trattare pazienti presoggettuali e preanalitici (come Giorgia e Renata) o con un Io non integrato e un Sé rimosso (come Alvaro)?

Condividendo la sua saggezza pratica, l’autore illustra una serie di provvedimenti tecnici volti a preparare il campo all’incontro intimo tra Sé e Non-Sé, tra paziente e analista, senza perdere di vista il vissuto soggettivo di quest’ultimo.

I flussi che circolano nell’intrapsichico e nell’interpsichico, oltrepassano allora la soglia dell’”hic et nunc” – qui ed ora – per raggiungere l’“ubique et semper” – ovunque e sempre.

Le diverse dimensioni del passato, del presente in seduta e al di fuori di essa si incontrano. La ripetizione attuale di un trascorso primario, l’appuntamento inconscio a una ricorrenza significativa, il ritrovamento di parti di sé perdute; tutto è caratterizzato da una particolare qualità del tempo:

“un tempo appiattito, nella ripetizione patologica; un tempo ritmico, nella ricorrenza, un tempo rispettoso della distanza, della perdita e dell’assenza, nel ritrovamento” (pag. 134-135).

Potrebbero sembrare considerazioni puramente astratte, ma la capacità dell’autore di passare “al concreto” ce le esemplifica nelle loro manifestazioni più ordinarie, come nell’esperienza della separazione tra paziente e terapeuta durante le vacanze di Natale.

Nello scegliere come maneggiare questi flussi, Bolognini si discosta parzialmente dalla tradizione psicoanalitica, criticando un approccio un po’ troppo “ortopedico”.

Così, come in un’intuizione nata dalla collaborazione tra il suo Inconscio e Preconscio, egli descrive il senso della confluenza e della consustanzialità transferale che l’analista vive in prima persona nell’incontro intimo con il paziente.

Un’esperienza in cui il clinico coglie le naturali continuità presenti nel racconto conscio del paziente; elementi analoghi, simili, corrispondenti o confusi, oggetto di spostamenti, proiezioni e condensazioni che sembrano collocarsi trasversalmente alla sua storia, alle sue relazioni, alle sue attività mentali.

Sebbene Bolognini rappresenti uno degli ammiragli della moderna flotta psicoanalitica, non sembra forzare il lettore a salire necessariamente sulla sua barca.

Il suo libro è infatti fruibile da qualsiasi professionista di matrice relazionale che ritiene che tra le persone succeda qualcosa; che le loro interazioni non si limitino a ciò che dicono o che fanno; che anche il clinico con i suoi Io, Sé e Non-Sé sia chiamato a mettersi in gioco in una relazione intima che, se positiva, diviene allora terapeutica.

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Serena Carpo
Sono Serena (di nome, di fatto ci provo). La scelta di diventare psicologa è nata dalla mia curiosità verso la straordinarietà della mente umana e dall’incapacità di rassegnarmi all’idea che la sofferenza sia qualcosa di inutile. Mi sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il mio futuro professionale è un work in progress. Il tirocinio presso la neuropsichiatria infantile dell’ASL della mia zona (un paese lacustre del Piemonte) ha fatto nascere in me il germe di un progetto: rendere il diritto alla salute, fisica e mentale, un bene accessibile e di qualità. Svolgo un’attività di volontariato che, oltre a costituire un grande arricchimento umano, considero come un vero osservatorio dei bisogni del territorio e un’ottima palestra di ascolto. Conosco la lingua dei segni (LIS), amo scrivere, disegnare e pensare in modo creativo. Credo in diverse cose, tra cui una psicologia vicina alla persona, che abbia il rigore della ricerca e la veridicità della clinica, che sia un lavoro fatto con passione e che non si dimentichi di essere a servizio dell’altro. Contatti: s.carpo@hotmail.com

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