Pensate all’ultimo esame della sessione che vi è andato male (se ce n’è stato uno!). Quando siete usciti dall’aula avete pensato “Forse ieri avrei fatto meglio a guardare meno puntate di Netflix e studiare di più”, oppure “Oggi il professore era di pessimo umore? Ha fatto un compito troppo complesso?”.

Le persone tendono a interpretare i fatti in modo diverso l’una dall’altra, a dare un’interpretazione agli eventi con diverse modalità.

Cosa spinge una persona a attribuire l’esito positivo di certi eventi alla buona sorte e un’altra a spiegare i risultati che ottiene grazie a capacità che si sente di avere?

La risposta è: lo stile di attribuzione. Ma che cosa è?

Lo stile di attribuzione è una modalità con cui interpretiamo e diamo una spiegazione a episodi e esperienze della nostra vita. Lo utilizziamo quotidianamente, senza esserne del tutto consapevoli.

Uno degli elementi che lo determina, e che tratteremo in questo articolo, è il locus of control, che letteralmente significa “il luogo del controllo”. In altre parole, è dove pensiamo che risiedano le cause con cui spieghiamo il perché un certo evento.

Il locus of control può essere interno oppure esterno.

Se sei tra le persone che hanno il locus of control interno probabilmente tenderai ad attribuire la causa degli eventi a fattori interni a te, nel bene e nel male. Le persone con locus interno ricorreranno al riconoscimento di proprie capacità e meriti nel caso in cui abbiano ottenuto un risultato auspicato e sperato, mentre attribuiranno situazioni di fallimento a proprie mancanze o lacune (non esserci organizzato, non aver studiato abbastanza, non sentirsi competente etc.).

Se siete invece tra le persone con un locus of control esterno tenderete a percepire gli eventi come qualcosa al di fuori dal vostro controllo, quindi dipendenti da fattori che non fanno parte di voi.

Non era destino”, “il professore ce l’ha con me” “questo esame è troppo complesso”, “posso farcela solo se qualcuno mi aiuta” potrebbero essere delle spiegazioni utilizzate maggiormente da persone con questo stile attributivo.

In questo caso un 30 all’esame di statistica sarà opera di una botta di… “fortuna” (ovviamente può capitare, non lo neghiamo!), mentre un esame andato male potrebbe essere dovuto al Karma, al fatto che è venerdì 17 o all’umore del professore.

Un altro elemento importante nelle attribuzioni è la stabilità della causa: una causa stabile è duratura nel tempo, un fattore sempre presente che tenderà a ripetersi: “Non ho passato l’esame perché non so studiare” è un esempio di attribuzione interna (la causa sono “io”) e stabile (“non so studiare”, è una condizione che viene percepita come caratteristica permanente del soggetto).

Non mi ero preparato abbastanza, infatti sono stato bocciato” è invece un esempio di attribuzione interna, ma instabile: il “non essere preparato abbastanza” è una condizione instabile in quanto temporanea e che caratterizza un episodio specifico.

Un altro fattore da considerare è la controllabilità, intesa come percezione di poter intervenire sui fattori che influiscono su un certo evento. Agire sull’impegno lavorativo o sullo studio è possibile, non è invece possibile intervenire sulla fortuna/sfortuna o sul grado di difficoltà di un esame.

Perché tutto ciò è importante?

Conoscere il proprio stile attributivo è utile per prendere consapevolezza di come interpretiamo e spieghiamo gli eventi. Da ciò che ho riportato nell’articolo è chiaro che ci sono alcuni elementi che possono agevolare il soggetto e spronarlo a migliorare. Questo discorso è particolarmente valido e utilizzato nei contesti scolastici e di apprendimento.

Se pensiamo di non poter aver successo perché ci mancano quelle doti innate che vediamo nel nostro compagno di studi (attribuzione interna e stabile) o di non potercela fare senza una facilitazione esterna (attribuzione esterna) potremmo essere scoraggiati, con un senso di controllo molto limitato.

Pensare che il raggiungimento di un obiettivo sia questione di fortuna o che dipenda da variabili esterne a noi rende quell’obiettivo in balia degli eventi e non dà la possibilità di avere il senso del controllo su quello che possiamo e non possiamo fare per raggiungere la meta. Questo di certo non aiuta il nostro senso di autoefficacia!

Se di fronte a un fallimento invece pensiamo che ci siano dei fattori interni a noi, temporanei e su cui possiamo agire, allora avremo un maggior senso di controllo. Avere la consapevolezza di poter gestire i fattori che portano all’esito di un evento implica una maggior fiducia in se stessi e, perché no, anche la possibilità di cambiamento!

Spero che questo accenno sui fattori che influenzano l’interpretazione che diamo alle nostre esperienze di vita possa essere uno spunto per riflettere su questi processi cognitivi che usiamo tutti i giorni, ma di cui magari non siamo pienamente consapevoli.

Ovviamente queste teorie sugli gli stili attributivi sono teorie generali, non abbiamo qui la pretesa, e nemmeno è il nostro scopo, di categorizzare le spiegazioni e le interpretazioni che ci diamo tutti i giorni in una rigida classificazione bianco o nero. Queste teorie infatti non tengono conto della singolarità di episodi di vita di ognuno o delle caratteristiche soggettive che rendono unica ogni persona e la sua storia.

Però, forse, la prossima volta che state ragionando sul perché qualcosa è andato storto, fermatevi e pensate “È davvero così o è il mio stile attributivo a parlare?”.

Detto questo, provate a fare caso a come attribuite le cause agli eventi della vostra vita, che si parli di un esame andato a gonfie vele, di un progetto non riuscito o di una delusione lavorativa!

 

Bibliografia:

Heider, F. (1958). The psychology of interpersonal relations. New York Wiley

Rotter, J.B. (1954). Social learning and clinical psychology. NY: Prentice-Hall.

Rotter, Julian B (1966). “Generalized expectancies for internal versus external control of reinforcement”. Psychological Monographs: General and Applied. 80: 1–28.

Weiner, B. (1985). An attributional theory of motivation and emotion. New York: Springer-Verlag.

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Irene Cazzaniga
Piacere, sono Irene! Mi sono laureata in psicologia clinica e neuropsicologia nel ciclo di vita presso l’università di Milano Bicocca. In passato ho fatto diverse esperienze nell’ambito dei minori, sia tramite un tirocinio presso una comunità mamma-bambino, sia tramite esperienze di volontariato. Attualmente sono una volontaria presso una cooperativa sociale che propone percorsi di ippoterapia per bambini e ragazzi. Amo i film, i libri e la fotografia e credo nel loro grande potere comunicativo. Attualmente sto svolgendo il tirocinio post lauream presso un reparto di neuroriabilitazione cognitiva, nel quale ho modo di fare esperienza del mondo dell’adulto, sia dal punto di vista del disagio psicologico che della riabilitazione neuropsicologica. La neuropsicologia in particolare è un’area che mi interessa a livello professionale. Contatti: irene.cazzaniga93@gmail.com

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