Misteriose entità inducono al suicidio chi le vede, con l’eccezione di alcuni individui, ‘pazzi’ che possono ‘ammirarle’ senza conseguenze.

Questa è in breve la premessa di Bird Box, nuovo e acclamato film targato Netflix, che sta facendo molto parlare di sé non solo per essere un raro horror di qualità, ma anche a causa dell’ambiguità nel sottotesto della trama.

Ci sono infatti, oltre a scene di suicidio, anche dei riferimenti alla neurodiversità (comunemente ‘malattia mentale’) che suscitano qualche perplessità in chi, come me, si preoccupa di come questa viene rappresentata e (soprattutto) stigmatizzata nei media di massa.

Riguardo alla neurodiversità: essa descrive in modo non discriminatorio le persone con sofferenze psicologiche e in generale quelle che hanno sviluppato differenze significative a livello neurologico rispetto a ciò che è ritenuto tipico.

Come spiega Szasz nel suo fondamentale libro ‘il mito della malattia mentale’, l’espressione ‘malattia mentale’ sia nulla di più che una metafora per indicare i comportamenti o caratteristiche socialmente inaccettabili di alcune persone.

La ricerca scientifica ha poi individuato alcuni corrispettivi neurologici per vari di questi comportamenti o caratteristiche, evidenziandoli come differenze significative rispetto alla media e come utili per riconoscere e sostenere i loro portatori qualora lo necessitino. Questo però non giustifica l’etichetta di malattia, tanto meno quella di malattia della mente.

Da qui l’idea più rispettosa e inclusiva di diversità neurologica. Sebbene originariamente si usasse il termine neurodiversità per riferirsi all’autismo e successivamente ai disturbi dell’apprendimento, alcuni gruppi hanno applicato lo stesso paradigma a sempre più categorie diagnostiche.

Tornando al film e per spiegarmi meglio faccio un breve riassunto di Bird Box:

Malorie è, suo malgrado, in attesa del suo primo figlio quando dei ‘demoni’, apparsi senza preavviso, inducono immediatamente al suicidio chi è abbastanza sventurato da vederli. La donna trova rifugio con altre persone in una casa, dove si isolano completamente, coprendo le finestre.

Dopo alcuni giorni il gruppo accoglie Gary, un uomo apparentemente in fuga dai demoni e da alcuni ‘pazzi’, cioè pazienti fuggiti da un centro psichiatrico giudiziario che possono vedere i ‘demoni’ senza suicidarsi e che aiutano a mietere vittime, costringendo altre persone a rimuovere le bende e a guardare.

Gary è in realtà sotto il controllo dei ‘demoni’, i quali, non potendo interagire fisicamente con il mondo, lo hanno mandato a scovare il gruppo di Malorie. L’uomo causa la morte di tutto il gruppo salvo Malorie, il suo compagno e due neonati.

Cinque anni dopo, i quattro sopravvissuti ricevono notizie di un rifugio dove le persone vivono al sicuro dai ‘demoni’. Tuttavia, il compagno di Malorie si sacrifica per consentire a lei e ai due bambini di fuggire dal gruppo di ex-pazienti. Infine, i tre raggiungono il rifugio: un istituto per non vedenti.

Fine del riassunto.

Il vero cuore della trama riguarderebbe la crescita personale di Malorie, dal suo essere riluttante verso la maternità e chiusa nelle relazioni, all’accettazione di queste due esperienze.

Ciononostante, sono fioccate immediatamente delle teorie (e delle critiche) su molti aspetti del film, in particolare quella che come studente di psicologia mi interessa di più:

‘Come mai gli ex-pazienti/detenuti sono immuni alla visione dei ‘demoni’ e obbligano altre persone a guardarli, uccidendole?’. Alcuni hanno individuato un sottotesto narrativo che interessa come questa categoria viene rappresentata e come viene vista dagli spettatori.

Probabilmente non era intenzione malevola dell’autore del libro da cui è stato tratto il film, Josh Malerman, quella di rappresentare in maniera negativa le persone con neurodiversità. Ciononostante una parte del pubblico sensibile a questa tematica si è giustamente attivata.

Esistono due letture che ho ricercato su vari forum per rispondere alla domanda che ho riportato:

  • I pazienti, a causa della sofferenza psicologica che hanno dovuto sopportare, hanno sviluppato una resistenza alla forma assunta dai ‘demoni’, nei quali, si evince, le persone vedono e sentono persone familiari (o forme orribili, ci sono risposte diverse).

Invece si intuisce dai disegni di Gary che lui, come gli altri ex-detenuti, può vedere i ‘demoni’ nella loro forma mostruosa, ma li trovano ‘belli’ e vogliono mostrarli agli altri. Non è ben chiaro se dicano che sono ‘belli’ per indurre il gruppo di Malorie a rimuovere le bende e aprire gli occhi.

Questa spiegazione sarebbe una metafora del fatto che persone con neurodiversità possono essere più resilienti rispetto a persone che invece sono ‘mentalmente sane’, o che di fronte alle più grandi sofferenze mentali la malattia è un ‘adattamento’ opposto al suicidio.

Cioè per sopravvivere a una situazione estrema e inaccettabile, queste persone diventerebbero ‘pazze’ per non suicidarsi.

Tuttavia ciò non giustifica come mai siano così ossessionati dal voler mostrare i ‘demoni’ a chi vi è vulnerabile. Una mia interpretazione maliziosa sarebbe che chi soffre tenta di mostrare i propri ‘demoni’ come una richiesta di aiuto agli altri, che non possono sopportare di vederli.

I ‘demoni’ rappresentano la ‘malattia mentale’ in sé, come viene vista dalla società: invisibile, fino a quando diventa un problema.

  • La seconda spiegazione è molto più brutale: la ‘malattia mentale’ viene sfruttata senza pietà come mezzo narrativo per infondere paura e ansia nello spettatore, giocando sull’imprevedibilità e incontrollabilità a cui viene spesso associata.

La neurodiversità e il suicidio non necessiterebbero di una spiegazione in questa lettura, infatti non ci viene spiegato assolutamente nulla dei ‘demoni’ se non che inducono le persone al suicidio.

In qualche modo la narrativa corrente viene ribaltata e chi prima poteva vedere la realtà per quello che è (le persone ‘sane’) adesso non può più farlo, invece le persone che non vedrebbero la realtà per quello che è (i ‘pazzi’) nel film sono gli unici a poterlo fare. E perciò sono pericolosi.

Nella realtà le persone nel pieno delle proprie capacità cognitive ed emotive possono discriminare (e perciò danneggiare) quelli che non si trovano nella stessa condizione. Se consideriamo la lettura dei ‘demoni’ come simbolo delle ‘malattie mentali’ nella finzione, la situazione si ribalta.

Se nella realtà questo è un fenomeno invisibile, poco considerato, nella finzione è un mezzo narrativo e diventa improvvisamente oggetto di orrore e ansia.

Questo non si osserva solo in Bird Box ma in moltissimi altri film. Un autore che sembra particolarmente affezionato al binomio memetico ‘malattia mentale = pericolo’ è M. Night Shyamalan. Personalmente, lo apprezzo molto come regista, ma noto con dispiacere questa sua tendenza.

Tra i suoi film si possono notare molti casi in cui gli antagonisti sono persone con evidenti neurodiversità, caratteristica che motiva direttamente il loro comportamento e il loro essere pericolosi. L’ultimo di questi è la Bestia, dal film ‘Split’.

Se i suoi film precedenti vedevano la neurodiversità come mezzo narrativi per ‘motivare’ gli antagonisti a commettere azioni inaccettabili, ‘Split’ va oltre e ne fa un’arma di distruzione. Un vero e proprio superpotere.

Breve riassunto: L’antagonista, Dennis, è una delle tante personalità che abitano il corpo di Kevin, e ha un piano per liberare la Bestia, una personalità sovrumana più forte delle altre. Per fare ciò rapisce tre ragazze che intende ‘usare’ come vittime sacrificali.

Una di loro, Casey, riesce a stabilire una relazione di amicizia con una delle personalità che emergono una alla volta e prova a fuggire, invano. Casey è una ragazza problematica e attraverso dei flashback arriviamo a comprendere che ciò è dovuto agli abusi che subisce sin da bambina da parte dello zio.

Dennis, invece, è la personalità più forte di Kevin e ha un evidente disturbo ossessivo-compulsivo (come viene specificato), che sembra essere in parte la ragione per cui domina e reprime le altre personalità insieme a Patricia, una personalità forte e ossessiva.

Queste personalità riusciranno a liberare la Bestia, che uccide barbaramente due delle prigioniere e la psichiatra di Kevin, che ha cercato di fermarla dando così una chance a Casey che entra in possesso di un fucile.

Sebbene colpita da più proiettili, la Bestia sta per avventarsi su Casey quando vede le cicatrici sul corpo della ragazza, risultato di anni di abusi, e decide di risparmiarla perché anche il disturbo dissociativo che affligge Kevin è il risultato di anni di abusi e traumi.

Infatti le personalità che abitano il corpo di Kevin sono nate per proteggerlo dalle ferite psicologiche che ha subito sin da bambino. La Bestia è il risultato di un processo di reazione alla fragilità e vulnerabilità di Kevin, e infatti è spietata, innaturalmente forte e resistente alle pallottole.

Soprattutto guarda con disprezzo alle persone che non hanno sofferto e che sono ‘impure’, opposte alle persone ‘pure’, quelle che hanno sofferto.

Inizialmente ero entusiasta di questo dettaglio: Casey e Kevin (e le 23 personalità) sono sopravvissuti nonostante i traumi che avevano vissuto, hanno stabilito una connessione grazie a questo. Ma a ben vedere solo grazie a questo: è una sorta di ‘la Bella e la Bestia’ al contrario e senza lieto fine.

I film di Shyamalan hanno spesso ottenuto buoni risultati al botteghino, quindi non poche persone sono state esposte a questo meme, cioè l’associazione tra la neurodiversità, la pericolosità e l’imprevedibilità.

Nella maggioranza dei film con questa cornice di riferimento, questa rappresentazione superficiale, non viene offerta una vera motivazione per cui le persone con neurodiversità agiscono come descritto: lo fanno perché sono così e basta, è la loro natura, non servono altre spiegazioni.

Viene attribuita loro questa caratteristica interna senza osservare le potenziali cause esterne delle loro azioni. Non c’è una morale da portarsi a casa, quindi si assorbe quello che c’è: sospetto e pregiudizio.

Nella realtà ogni comportamento umano segue una logica causale, non ce la si può cavare dicendo semplicemente che sono ‘persone malate’. Oppure sì? Spesso comportamenti inaccettabili e incomprensibili valgono a chi li mette in atto l’etichetta di persona mentalmente malata.

Si tratta di una sorta di esorcismo, uno scongiuro, una formula che allontana la consapevolezza che anche le persone neurotipiche (‘normali’) possano nascondere un lato oscuro e incomprensibile. Si traccia una linea immaginaria tra ciò che è umano e ciò che è inaccettabile, ‘malato’.

Ci rassicura che noi, gruppo di spettatori, non faremmo mai cose simili agli altri, e che perciò non abbiamo nulla da temere. Ma per via della stessa categorizzazione si genera un pregiudizio verso l’altro gruppo, quello dei respinti.

Tale pregiudizio negativo non può far altro che peggiorare il modo in cui le persone con neurodiversità vengono trattate – e discriminate, causando loro più sofferenza psicologica e difficoltà nell’integrarsi.

Probabilmente anche se il cinema smettesse di stigmatizzare la neurodiversità con opere di fantasia, il pregiudizio rimarrebbe. Occorre rappresentare storie reali di neurodiversità, come il film ‘Infinitely Polar Bear’ (‘Teneramente Folle’) che descrive il rapporto tra un padre con una diagnosi di disturbo bipolare e la sua famiglia.

CONDIVIDI
Articolo precedenteQuando l’abuso è verbale: il peso psicologico delle parole
Davide Mansi
Studente di Psicologia alla University of East London. Milanese nel cuore, prima di approdare a Londra ho passato un anno girando l’Australia e New York vivendo diverse realtà, finendo per innamorarmi della vita da backpacker e di Sydney. Oltre a macinare dati per ricerche scientifiche in università, i miei principali interessi in psicologia riguardano la comunicazione interpersonale e intrapersonale, la teoria della mente, le meccaniche delle relazioni sociali e lo studio di tecniche per abilitare e riabilitare in questi ambiti. Sul versante professionale intendo usare la psicologia per migliorare la vita delle persone e non metto limiti ai settori che possono beneficiare del supporto di uno psicologo e di una buona dose di creatività. Contatti: davide.mansi94@gmail.com

ADESSO COSA PENSI?