Anzitutto tanti pazienti con disturbi narcisistici sono infelici. Spesso nella loro vita c’è molta disperazione, e non ne fanno mistero. Sembra che non riescano a trovare ciò che cercano. Per lo più, anzi, non sanno nemmeno con certezza cosa sperano di trovare (p. 15).

Lo stereotipo dei narcisisti è quello di persone che amano se stesse in modo eccessivo a tal punto da non riuscire a interessarsi degli altri se non per ottenere da loro consenso e ammirazione. Il narcisista è visto come un freddo manipolatore, capace di sfruttare le persone per i propri fini.

Nel libro di Gabbard e Crisp (2019) “Il disagio del narcisismo”, edito Raffaello Cortina, ci appare chiaro che una tale visione, viziata dalla mitizzazione di determinati tratti del disturbo, non consenta una chiara comprensione delle dinamiche e dei vissuti retrostanti.

Questa forma di disagio psicopatologico viene infatti riletta dagli autori ponendo l’accento sulle multiple forme con le quali si presenta, nelle sue numerose sfaccettature e caratteristiche che rendono sin da subito l’idea di un sistema molto complesso, più di quanto apparentemente sembri, attorno al quale si organizza la personalità di chi ne è affetto.

Persino il mito di Ovidio viene riletto dagli Autori in una chiave nuova e forse più realistica: Narciso non sarebbe una persona troppo innamorata di sé stessa ma un uomo che credendo davvero ci sia un’altra persona al di là del riflesso dell’acqua se ne innamora perdutamente.

Narciso, sostanzialmente, conosce poco se stesso, a tal punto da non riconoscersi allo specchio e finisce per innamorarsi di qualcuno, o meglio di qualcosa, di un illusione, che è in grado di riflettere la sua idea di amore ideale e perfetto.

Il narcisista non avendo scoperto in se stesso il significato dell’amore è costretto a rimanere ammaliato di fronte al riflesso di sé mentre crede di essersi infatuato di un altro.

Questa contemporanea interpretazione del mito ci suggerisce che l’elemento centrale di ogni narcisismo è il vuoto generato da un mancato riconoscimento di sé che si manifesta come inconsapevolezza di “ciò che io sono” e dalla disperata ricerca di qualcuno che sia in grado di colmare quel vuoto, di fornire una definitiva sintesi di ciò che si è, in perfetta sintonia con quella paradossalmente incompleta immagine di sé.

I narcisisti ovvero rifiutano gli altri quando questi sono rappresentati come versioni imperfette di sé, e si innamorano perdutamente di persone che sono in grado di trasmettergli la sensazione di perfezione, ma l’attrazione per l’altro è in realtà rivolta a loro stessi e sono destinati quindi a non amare mai l’altro ma ad ammirare quella parte di sé che sentono di non avere dentro, che bramano e che intravedono nell’altro.

Non esistendo chiaramente nessuno in grado di riflettere con così tanta compiutezza qualcosa di così indefinito e oscuro persino al soggetto stesso, il narcisista è destinato a soffrire uno stato di insoddisfazione perenne, di solitudine e di eterna disconnessione dalle relazioni, ovvero non è mai così dentro, connesso e coinvolto nell’amore e nell’affetto con la persona amata, ma anche con tutte le persone per lui significative.

Sono quindi spesso persone molto insicure “circa la propria capacità di amare e di essere amati” e sono “alla spasmodica ricerca di altri che possano ammirarli, esserne colpiti, provare empatia per i loro bisogni, confermare la loro eccezionalità e/o servire da oggetto idealizzato che non li umilierà né li farà mai sfigurare” (Gabbard & Crisp, pag. 15, 2019).

Ma Gabbard e Crisp non ricorrono esclusivamente alla mitologia, ma esplorano la complessità del disturbo anche all’interno dei nostri sistemi diagnostici, in primis criticando il riduzionismo del DSM-5, il manuale dei disturbi psichiatrici dell’APA, che con soli nove criteri anela a definire il narcisismo ma si limita a rispecchiarne una sola delle forme possibili.

Ci rammentano infatti che sono state infatti individuate tre sottocategorie di narcisismo dai confini spesso sfumati: un sottotipo incosapevole o grandioso, uno vulnerabile o ipervigile e uno ad alto funzionamento (Dickinson & Pincus, 2003; Gabbard, 1989, 1998; Pincus & Lukowitsky, 2010; Rosenfeld, 1987; Wink, 1991; da Gabbard & Crisp, 2019).

I narcisisti grandiosi o inconsapevoli sono persone indifferenti ai bisogni degli altri, dai quali sostanzialmente desiderano trarre solo ammirazione e gratificazione, per le quali possono arrivare ad agire manipolazioni senza particolari rimorsi di coscienza.

Tutto ciò perché si sentono speciali, più degli altri, investiti di più diritti e desiderosi di coprire cariche di potere, ma sono sempre a rischio di crollo psicologico nel momento in cui si confrontano con delusioni delle loro aspettative, rifiuti sul lavoro o in amore, ma anche quando le forze della giovinezza vengono a mancare (Caligor, Levy & Yeomans, 2015; Gabbard, 2014).

Il sottotipo vulnerabile o ipervigile che, più insicuro, è spesso in stato di allerta, ansioso e teme il rifiuto da parte degli altri a tal punto che qualsiasi minimo indizio può fargli credere che qualcuno stia parlando male di lui o che lo si voglia emarginare e denigrare.

Cercano di compensare questo senso di inadeguatezza, che li fa sentirsi soli, incompresi, ingiustamente malvoluti, con un’immagine di sé grandiosa che però, instabile, si alterna a stati depressivi e ansiogeni.

Quando si sentono feriti e offesi possono esplodere di rabbia, esprimere disprezzo e millantare successi, conquiste e azioni che mirano a difendere la propria immagine ipertrofica.

Possono anche semplicemente rimuginarci sopra, ma nei loro turbini mentali tutti i loro sforzi sono devoluti a ragionamenti che in qualche modo giustifichino il fatto che in ogni caso, pur fallendo, sono comunque meglio degli altri, ne sanno di più e in futuro non sbaglieranno di certo.

In entrambi i casi, i narcisisti inconsapevoli e quelli ipervigili si sentono sotto sotto molto vulnerabili, avvertono il dovere di primeggiare in ogni situazione pena il rischio di sentirsi inadeguati, insufficienti e non abbastanza, di scomparire tra i tanti altri mille volti, e pertanto fanno spesso paragoni con tra se e gli altri e si atteggiano con fare molto competitivo, fanno fatica ad ammettere i propri fallimenti e a regolare i loro affetti.

L’ultima variante ad alto funzionamento, utilizza il narcisismo come motivazione per raggiungere il successo e sono molto orientati al risultato, per cui si tratta di individui estroversi, energici, convincenti e anche molto capaci negli scambi interpersonali, ma mantengono una percezione di sé come persone esageratamente importanti.

Al di là dei diversi sottotipi, tutti gli individui con una struttura di personalità narcisista hanno una preoccupazione fissa: come mi vedono gli altri?

Per far fonte al timore di venire umiliati e in qualche modo smascherati, considerando le pretese irrealistiche che hanno nei confronti di se stessi, i narcisisti ipervigili evitano di esporsi a meno che non siano sicuri di ricevere apprezzamento per i loro interventi e le loro azioni, e cercano di capire come comportarsi nel “modo giusto” in ogni situazione, osservando ed entrando in sintonia con le persone attorno per compiacerle.

I narcisisti inconsapevoli o grandiosi, invece, evitano proprio di guardare gli altri, svalutano le opinioni altrui e si comportano come se fossero degli oratori di fronte ad un vasto pubblico, ingaggiandosi in monologhi dai quali non vogliono essere interrotti, prestando poca attenzione alle reazioni esterne, in modo tale da non doversi confrontare con la possibilità di essere disattesi e di cogliere segnali di disaccordo e avversione nei loro confronti.

Secondo Stainer (2006) questa preoccupazione è dovuta ad “un’acuta consapevolezza di sé e alla paura di essere umiliati e mortificati” (Gabbard & Crisp, p. 22, 2019). Se consideriamo il fatto che queste persone sono molto introspettive, possiamo ben comprendere l’intensità con la quale vivono i loro disagi e quanto sia per loro faticoso abdicare all’idea di avere tutta la situazione sotto controllo.

La loro capacità introspettiva in questo senso ha un che di svantaggioso poiché sono persone che pur mettendosi molto in discussione, lo fanno però rimuginano molto sui problemi trovando sempre le stesse soluzioni ma senza centrare il nocciolo del problema e saper accogliere la prospettiva dell’altro.

Possono quindi lamentarsi, per esempio, di non vedere riconosciuta la loro elevata flessibilità, ma questa sensazione non trova poi corrispondenza nei comportamenti da loro messi in atto.

I narcisisti, poi, vivono un costante senso di manchevolezza: sentono di non essere mai abbastanza, che il partner non li soddisfa mai pienamente, che il lavoro in qualche modo li lascia insoddisfatti.

Alla base di questo vuoto Gabbard e Crisp ritengono vi sia un senso di Sé poco durevole e continuo nel tempo, o, come affermano Cligor e colleghi (2015), un senso di Sé estremamente fragile che queste persone sorreggono illudendosi di essere speciali, garantendosi così una certa stabilità.

A proposito del loro Sé fragile, secondo Kohut (1971, 1977) le persone affette da narcisismo patologico si sarebbero arrestate ad uno stadio evolutivo “in cui hanno bisogno di specifiche risposte dalle persone del loro ambiente per mantenere un Sé coeso” (Gabbard & Crisp, p. 20, 2019).

Queste persone non avrebbero quindi ricevuto risposte sufficientemente empatiche da parte dei propri genitori, obbligato le difese dell’individuo a frammentare questo loro Sé. Ed è per questo che sono sempre alla ricerca di risposte empatiche, di comprensione e amore da parte degli altri.

Per quanto concerne i diversi gradi di gravità con i quali il disturbo narcisistico può presentarsi, è da tenere a mente che questo “è tra i disturbi di personalità quello che presenta il più ampio spettro di gravità” (p. 25). 

Sul continuum disegnato da Gabbard e Crisp, essi pongono agli estremi più bassi la psicopatia e l’antisocialità, che qui non discuteremo, per poi passare ad una forma di narcisismo identificata da Kernberg (1998), da lui stesso denominata narcisismo maligno.

Si tratta di persone che hanno tutte le caratteristiche tipiche del disturbo narcisistico e in aggiunta si comportano in modo sadico e hanno un orientamento paranoide, ma a differenza degli psicopatici e degli antisociali sono in grado di comportarsi lealmente e di interessarsi agli altri e possono pure credere che le persone intorno percepiscano preoccupazioni e siano detentrici di convinzioni morali.

Un gradino più elevato nel continuum è occupato poi da quei narcisisti che compiono alcuni agiti antisociali e che però non manifestano sadismo e paranoie, come il narcisista maligno, ma sono capaci di sfruttare gli altri per raggiungere i loro scopi. Tuttavia, provano sensi di colpa e interesse per gli altri e sono in grado di fare progetti realistici per il futuro ma hanno difficoltà ad impegnarsi in relazioni sentimentali profonde.

A seguire troviamo il disturbo narcisistico di personalità puro che è difficile da definire in quanto a caratterizzarlo si intersecano numerosi tratti caratteriologici che danno vita a combinazioni di personalità uniche.

Molti narcisisti presentano tratti ossessivo-compulsivi espressi attraverso la dipendenza da lavoro, il perfezionismo, comportamenti prepotenti e di controllo sugli altri. Eppure provano empatia per gli altri e riescono a instaurare relazioni di scambio e reciprocità.

Scherzano anche sulle loro compulsività e ossessività, ma difficilmente riescono a fare la stessa cosa con il proprio narcisismo, in quanto essere svelati in tal senso implicherebbe sentimenti di forte vergogna e colpa.

Inoltre, potrebbero avere una sottostante organizzazione di personalità borderline (Kernberg, 1975), anche se queste persone risultano più stabili e più raramente ricorrono a comportamenti autolesivi, oppure sperimentare frequenti stati d’ansia o di depressione, come accade nei disturbi dell’umore; possono abusare di sostanze, avere atteggiamenti istrionici o passivo-aggressivi.

Molto in alto nel continuum ci sono i narcisisti ipervigili che possono far pensare ad un disturbo evitante di personalità o anche ad un disturbo di ansia sociale. Questi pazienti possono essere diffidenti nelle relazioni con gli altri per paura della disapprovazione, delle critiche o di un rifiuto.

Sono riluttanti a farsi coinvolgere dagli altri, a meno che non siano certi di piacere. Ma gli individui evitanti si sentono inadeguati e mancano della grandiosità di fondo propria del narcisista ipervigile.

Infine, molto interessante, è quella configurazione che vede persone affette da un narcisismo di tipo vulnerabile o ipervigile che pure presentano tendenze masochistiche o autolesioniste.

Tali individui racimolano risentimenti, annotandosi, anche solo mentalmente, tutti i torti subiti, incolpano sempre gli altri dei propri problemi e pur apparendo empatici e pronti al sacrificio stanno in realtà accumulando sofferenza e torti da sbandierare per rivendicare un riconoscimento futuro.

Vanno incontro a situazioni dal fallimento certo per poi attribuire la colpa al mondo, agli altri, alla società, accentuando così il loro vittimismo e il loro senso di ingiustizia per il mancato riconoscimento del loro valore.

Oppure si impegnano per aiutare gli altri, anche quando non è necessario, o in situazioni fortemente critiche, per continuare a trarre piacere da questa sofferenza che li fa sentire importanti, martiri immolati per una giusta causa, e li fa collidere con il misconoscimento dei loro sforzi da parte degli altri, i quali magari non hanno richiesto quel tipo di aiuto, rialimentando così il circolo di vittimizzazione masochistica che funge da pretesto per tenere lontani dalla consapevolezza i loro limiti e le loro fragilità.

Sostengono a tal proposito che nessuno provi un minimo di empatia per i loro sforzi, che le persone care prendono sempre le parti di altri contro di sé, vedono deluse di frequente le loro aspettative perché nessuno è in gradi di corrispondere perfettamente a ciò che per loro è giusto che venga fatto.

In buona sostanza anelano ad essere riconosciuti e ammirati ma si comportano in modo tale da sabotare questa risposta positiva da parte degli altri, cercando di controllare troppo le relazioni al punto da generare risposte di allontanamento.

Aspirano così tanto a diventare “dei grandi” che rischiano di perdersi via in progetti fallimentari che però essi valutano, con ferma convinzione, di essere la strada giusta per raggiungere il successo e la felicità, ma che sono distanti dalla loro vocazione, dalle loro capacità e a volte dai loro interessi.

Sono più orientati a realizzare un’ideale di sé che il loro vero Sé.

Possono addirittura entrare in una relazione ed avere un peggioramento dell’umore in quanto il partner ha qualità che a loro mancano o perché pretendono il soddisfacimento di determinati loro bisogni e l’adeguamento a certe loro idee che reputano più giuste di principio, senza rispettare la soggettività dell’altro ed entrando presto in conflitto con il partner, instaurando così un circolo di doveri e pretese che innesca frustrazione e sensi di colpa.

Ma il narcisismo non è unicamente patologico ed esiste anche un narcisismo sano che implica sia l’interesse per il proprio benessere, che si traduce nel saper riconoscere quelle situazioni che fanno star male se stessi e fare di tutto affinché ci sia una risoluzione a tale disagio, sia l’attenzione e la cura per l’altro anche quando la situazione può arrecare svantaggio a se stessi.

Chi è un narcisista “maturo” può sentirsi ferito narcisisticamente ma è anche in grado di mettere in campo delle strategie che gli permettono di fronteggiare il proprio malessere.

Importante è specificare che non è detto che una persona occupi un posizionamento fisso sul continuum, ma si possono verificare ricadute in persone con narcisismo sano o maturo, oltre che momenti di sano narcisismo in individui con personalità strutturate sul polo patologico, soprattutto qualora venissero trattate con empatia e compassione.

Si potrebbe davvero dire molto altro sul narcisismo e nel libro in questione gli Autori trattano anche di tematiche quali la relazione tra contesto sociale e virtuale e sviluppo di tratti narcisistici, gli stili relazionali più comuni delle persone affette dal disturbo (ben 13), ma anche le cause e il trattamento della patologia psichiatrica.

Per concludere, mi preme sottolineare che si tratta di una problematica molto complessa, a tratti avvincente e sottodiagnosticata che necessita di essere ancora oggi meglio compresa. Lo scritto di Gabbard e Crisp, leggero e comprensibile, è un eccellente mezzo per approcciarsi con chiarezza alla questione.

 

Bibliografia

Caligor, E., Levy, K. N., & Yeomans, F. E. (2015). Narcissistic personality disorder: diagnostic and clinical challenges. American Journal of Psychiatry172(5), 415-422.

Dickinson, K. A., & Pincus, A. L. (2003). Interpersonal analysis of grandiose and vulnerable narcissism. Journal of personality disorders17(3), 188-207.

Gabbard, G. O. (1989). Two subtypes of narcissistic personality disorder. Bulletin of the Menninger Clinic.

Gabbard, G. O. (1998). Transference and countertransference in the treatment of narcissistic patients. Disorders of narcissism: Diagnostic, clinical, and empirical implications, 125-145.

Gabbard, G. O. (2014). Psychodynamic psychiatry in clinical practice. American Psychiatric Pub.

Gabbard O. G., & Crisp H. (2019). Il disagio del narcisismo. Dilemmi diagnostici e strategie terapeutiche con i pazienti narcisisti. Raffaello Cortina Editore.

Otto, K. (1978). Sindromi marginali e narcisismo patologico.

Kernberg, O. F. (1998). Pathological narcissism and narcissistic personality disorder: Theoretical background and diagnostic classification.

Kohut, H. (1971). The Analysis of the Self New York: Int.

Kohut, H. (1977). The Restoration of the Self New York: Int.

Pincus, A. L., & Lukowitsky, M. R. (2010). Pathological narcissism and narcissistic personality disorder. Annual review of clinical psychology6, 421-446.

Rosenfeld, H. (2003). Impasse and interpretation: Therapeutic and anti-therapeutic factors in the psychoanalytic treatment of psychotic, borderline, and neurotic patients. Routledge.

Steiner, J. (2006). Seeing and being seen: Narcissistic pride and narcissistic humiliation. The International Journal of Psychoanalysis87(4), 939-951.

Wink, P. (1991). Two faces of narcissism. Journal of personality and social psychology61(4), 590.

 

Siti Web

www.narcissismsurvivor.com

www.narcisismuncovered.com

www.thecarcissisticlife.com

www.narcissismfree.com

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Vittorio Arrigoni
Laureato in Psicologia Clinica, ho ideato il format di Cultura Emotiva e ne sono il cofondatore. Pratico meditazione Vipassana e conduco gruppi di Mindfulness, anche di stampo relazionale, ambito nel quale ho conseguito un diploma secondo il metodo Core Process del Karuna Institute (UK), sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon, e un master in ambito clinico diretto da Fabrizio Didonna. Collaboro inoltre da settembre 2016 come volontario presso l’Associazione Mudita di Milano, all’interno della quale sto approfondendo le mie competenze nel settore della mindfulness contemplativa. Ho vissuto a Cipro per cinque mesi frequentando l’University of Cyprus (UCY). Ad oggi lavoro presso la Fondazione Rosa dei Venti Onlus, CT che si occupa del trattamento di adolescenti con disturbi della personalità. Il mio prossimo obiettivo è quello di diventare uno psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

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